La polemica sull’interferenza nelle elezioni USA è l’ennesimo segnale: il Partito Laburista deve rivedere le proprie priorità. Per Starmer, ora più che mai, è cruciale ricalibrare il suo compasso politico.
LONDRA. Keir Starmer sembra aver portato a Downing Street un compasso morale di cui la politica inglese aveva disperatamente bisogno. Ma, mentre il senso etico può essere in ottima forma, il compasso politico di Starmer pare ormai mal tarato, e nel mezzo di accuse di interferenza elettorale negli USA, questo diventa difficile da ignorare. Il Partito Laburista non ha fatto nulla di illegalmente provato aiutando i suoi operatori a collaborare come volontari nella campagna di Kamala Harris; tuttavia, si è ancora una volta infilato in una situazione spiacevole facilmente evitabile, come già accaduto in casi recenti.
Lo smarrimento del compasso politico laburista non è cosa da poco. Un buon compasso non serve solo a tracciare il cammino, ma a evitarne i trabocchetti. E uno dei più frequenti tranelli è quello dell’apparenza. Ciò che un governo fa non viene interpretato solo per le sue intenzioni, ma anche e soprattutto per come appare agli occhi dei suoi critici. Il Partito Laburista ha lasciato che i suoi detrattori ne dettassero il racconto, ignorando di fatto che, nel mondo della politica, le intenzioni sono valide quanto la loro percezione.
In questa ennesima querelle sulla campagna USA, il compasso politico è mancato nel non considerare che una scivolata lieve può innescare una crisi inutile. Harris e Trump hanno già campagne tanto robuste quanto fornite di mezzi; l’assistenza laburista non era minimamente necessaria. Per quanto i legami tra il Partito Democratico e il Partito Laburista siano storicamente comprensibili, l’assenza di un accorto orientamento politico potrebbe costare al Laburismo sul lungo termine, specialmente se Trump si insediasse alla Casa Bianca.
Starmer, o almeno qualcuno dei suoi collaboratori, avrebbe dovuto chiedersi se un’assistenza non ufficiale da parte di alcuni funzionari laburisti potesse essere vista come un’interferenza estera, o quantomeno fosse percepita come tale. Per ora, la difesa del partito è che i volontari non siano stati pagati né supportati ufficialmente. Tuttavia, commenti online ambigui — come la promessa di “sistemare l’alloggio” per i volontari — suggeriscono che il partito non abbia riflettuto abbastanza sui rischi di quest’operazione.
È facile che chi sostiene Labour minimizzi la questione, puntando il dito contro Nigel Farage, che senza dubbio fa di più nella sua crociata repubblicana, o contro la stampa conservatrice, che non perde occasione di screditare Starmer. Ma l’argomento cruciale qui è un altro: Labour è al governo. E il Regno Unito è un alleato degli Stati Uniti. Farsi coinvolgere nelle elezioni statunitensi non solo rischia di danneggiare le relazioni, ma mette a rischio la stessa percezione della democrazia. Starmer non avrebbe mai dovuto permettere che Labour inciampasse in una faccenda che Trump, come qualunque avversario, può dipingere come un’ingerenza straniera.
Per quanto il desiderio di partecipazione ai modelli d’oltreoceano sia affascinante, resta un’ingenuità nostalgica, più figlia dell’influenza culturale che di una reale comprensione del panorama politico statunitense. Le esperienze di campagne politiche sono utili, ma l’esotismo della politica americana non offre lezioni che le elezioni in Germania o Irlanda non possano dare. Solo che le campagne tedesche, si sa, non hanno lo stesso fascino da “West Wing”.
Starmer sta pericolosamente permettendo che la sua immagine venga costruita da polemiche su dettagli che percepisce come marginali. Ma è proprio su queste che può giocarsi la credibilità. Questo, un buon compasso politico, glielo direbbe. Se Labour non vuole che i dettagli accidentali si traducano in dannosi ostacoli, è il momento di ricalibrare quella bussola che, senza dubbio, gli sta indicando la strada migliore.
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