Aisha/Silvia Romano torna a casa dopo diciotto mesi e sui social si scatena il dibattito dei dibattiti. Anche con toni accesi. Spesso poco “umani” e compassionevoli. Come se non avessimo altro cui pensare.
Piaccia o no, è stata rapita, sballottata da una parte all’altra, imprigionata. È stata trattata bene o male? Lo sa solo lei, al netto di quanto dichiari ora che è tornata a casa. Vogliamo mettere in conto che un pochino sotto choc lo sia? Che 18 mesi lontano dall’Italia, dalla famiglia, per quanto ben trattata, possano creare un attimo di disagio?
Vogliamo porre l’accento sul riscatto? Come se fosse la prima volta. Sono tanti soldi (anche se non quantificabili, chi dice 4 milioni, chi uno e mezzo) o non è stato pagato nulla come si affanna ad affermare il Governo? Come se fosse la prima volta.
Per sintetizzare, mi permetto di citare Adnkronos: “Ma di polemiche, sospetti e gialli sul pagamento del riscatto per ottenere la liberazione degli ostaggi italiani, dato quasi per scontato da alcune fonti e quasi sempre smentito da quelle ufficiali, è piena la cronaca. E ormai la storia”.
Fatte le dovute premesse, torniamo a Silvia Romano. Persona.
Sono, lo ammetto, per la più ampia accezione delle libertà individuali, che però si devono (devono, non dovrebbero) fermare un millimetro prima di quelle altrui. Nei gesti come nelle parole. Sono per la libera scelta, anche non condivisa, sempre nel rispetto dell’altro.
Sono per “voglio il tuo bene, anche se non coincide con il mio”. Anche quando, lo ammetto, mi disturba proprio. Ma è un principio di vita.
Qualcuno mi spieghi, però, perché Silvia Romano non dovesse scegliere di andare in Africa come cooperante. È stata mandata allo sbaraglio da una ONG un po’ superficiale? Può essere. Comunque ha scelto lei.
Ha chiesto dei libri, si è ritrovata tra le mani il Corano. Lo ha letto, le è piaciuto, così tanto che si è convertita. Questo lei dice, questo va accettato. È vittima della Sindrome di Stoccolma o ha deciso scientemente di diventare Aisha o è frutto di coercizione? Sarà compito degli psicologi accertarlo. Di nessun altro.
Sorprende come tante persone pongano l’accento sulla conversione all’Islam quando è ben noto, e accettato dai più, che il rifugio nella spiritualità sia, da sempre, lo scoglio cui aggrapparsi per trovare conforto nei momenti di estrema difficoltà.
Malcom X, Shaquille O’Neal, Lew Alcindor ovvero Kareem Abdul-Jabbar, Cassius Clay che resta un mito anche quando decide di chiamarsi Muhammad Alì e ancora Cat Stevens, dal 1977 Yussuf Islam, dopo un incidente in mare a cui era miracolosamente sopravvissuto. Tutti convertiti.
Ma Aisha è italiana, la nazione dei Patti Lateranensi. Secondo un sondaggio condotto dal Pew Research Center nel 2017, su un campione di 1.804 rispondenti, il 78 per cento degli italiani si dichiara cattolico. Come ha detto Papa Francesco il 17 settembre scorso, “La compassione è come “la lente del cuore” che fa capire le dimensioni della realtà, è anche il linguaggio di Dio, mentre tante volte il linguaggio umano è l’indifferenza”.
O, come in questo caso, il linguaggio umano è la cattiveria e il giudicare dall’alto del pulpito social e mediatico, decidendo motu proprio cosa sia concesso e cosa no. Arrogando a se stessi, però, la libera scelta di fare ciò che si vuole della propria vita.
“È il meccanismo psicologico della proiezione – spiega la psicologa Maura Luperto – In lei si riconosce quella “obbedienza” e sottomissione volontaria che chi critica ferocemente sta attuando nei confronti di uno stato che ci sta imprigionando e imbavagliando. La ferocia con cui ci si scaglia contro di lei è sintomo di una frustrazione dettata dalla rabbia repressa perché non ci si riesce a ribellare e a togliersi il burqa psichico”.
E siamo stati “rinchiusi” solo due mesi.
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