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Crisi tedesca: chi guiderà la Germania dopo lo stop a Merz?

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Dietro le quinte di uno stallo che preoccupa Berlino e tutta l’Europa

BERLINO. Friedrich Merz ha lasciato l’aula del Bundestag ieri con un’espressione composta, ma visibilmente contrariata. La candidatura che avrebbe dovuto portarlo alla Cancelleria, dopo settimane di trattative e aritmetica parlamentare al millimetro, si è infranta contro la matematica implacabile della democrazia tedesca. Il leader della CDU non ha ottenuto la maggioranza assoluta necessaria per essere eletto alla guida del governo. Un colpo non da poco per il suo partito, ma anche per la stabilità politica dell’intero Paese.

Per comprendere a pieno cosa sta succedendo a Berlino, è necessario entrare nel meccanismo raffinato – e talvolta spietato – che regola la formazione del governo in Germania. A differenza di altri paesi europei, qui l’elezione del cancelliere non è questione di consultazioni informali e accordi al Quirinale: è un processo formale, scandito passo dopo passo dall’articolo 63 della Legge fondamentale, la Grundgesetz, che dal dopoguerra rappresenta il pilastro della stabilità istituzionale tedesca.

Tutto comincia con una proposta: il presidente federale, una figura di garanzia, propone al Bundestag un nome per la Cancelleria. In questo caso, Friedrich Merz. Il Parlamento poi vota, e per eleggerlo serve una maggioranza assoluta: metà dei deputati più uno. Non una maggioranza tra i presenti, ma dell’intera assemblea. Merz, nella prima votazione, non ha raggiunto quella soglia. Il suo partito resta il più forte, ma non abbastanza per governare da solo, e nemmeno con gli alleati finora disponibili.

A questo punto si apre una fase delicata e politicamente fluida: il Bundestag ha quattordici giorni di tempo per cercare una soluzione. In queste due settimane può votare più volte, anche su candidati alternativi. Non c’è limite al numero di tentativi: ciò che conta è che, prima della scadenza, qualcuno riesca ad ottenere quella maggioranza assoluta richiesta dalla Costituzione. È qui che iniziano le trattative vere, quelle nei corridoi, nei retrobottega della politica: si cerca un nome di compromesso, una coalizione più ampia, oppure si insiste sullo stesso candidato, sperando che alcuni oppositori si ammorbidiscano.

Se però anche questi quattordici giorni passano senza successo, si entra nella terza e ultima fase. Il Bundestag vota un’ultima volta, e questa volta basta la maggioranza relativa: vince chi prende più voti, anche se non supera la soglia della maggioranza assoluta. Ma attenzione, non è ancora il finale. In questo scenario, spetta di nuovo al presidente federale decidere se accettare quel nome e nominare il cancelliere, oppure sciogliere il Parlamento e convocare nuove elezioni. È una scelta che pesa moltissimo, perché significa o forzare un governo con un sostegno parlamentare limitato o ammettere il fallimento dell’intero processo e ripartire da capo.

Quello che sta accadendo ora in Germania non è soltanto una crisi di leadership, è una messa alla prova del suo sistema costituzionale. Un sistema pensato per evitare che governi deboli nascano per caso, ma anche capace – se serve – di resettare tutto e restituire la parola agli elettori. In un momento in cui l’Europa si trova ad affrontare tensioni internazionali, instabilità economiche e fratture interne, l’assenza di un governo tedesco forte non è una questione locale: è un problema continentale.

La CDU di Merz si trova ora davanti a un bivio: insistere su un candidato che non ha i numeri, oppure aprire a nuove intese, magari dolorose, con partiti avversari. La SPD, i Verdi e i Liberali, dal canto loro, osservano e attendono: nessuno vuole bruciarsi troppo presto, ma nessuno può permettersi il lusso dell’immobilismo. Il tempo stringe, la Germania aspetta, l’Europa osserva. E il Bundestag, con la calma feroce della democrazia parlamentare, continua a votare.

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