Caporetto, nel vocabolario comune diventa sinonimo di disfatta, di sconfitta poco onorevole, famosa a tal punto che ancora oggi resiste alla sua dannata notorietà.
Un secolo fa, ma ancora attuale e malmostosa, la piú grande sconfitta dell’esercito militare italiano è ancora lì, e fa male. Come il grande esodo di cinquecentomila mila italiani, conseguenza dell’attacco veloce e impetuoso degli eserciti alleati di Austria e Germania che sorpresero le truppe italiane in un piccolo villaggio situato sulle rive dell’Isonzo, poco oltre il confine sloveno. Caporetto appunto.
Il tributo fu enorme, con quarantamila soldati italiani uccisi o feriti e almeno trecentosettantamila fatti prigionieri, senza contare migliaia di sbandati in fuga in preda al terrore, senza ordini. Con il panico a fare da padrone.

Prima di Caporetto ci furono altre undici battaglie, sempre nella stessa zona. e con un focus simile, sfondare le linee nemiche puntando alle “ritirate“.
Fino quella più famosa, quando gli austro-tedeschi sfondarono e il comandante locale chiese ripetutamente al Generale Cadorna il permesso di “indietreggiare“, dapprima negato e dopo ottenuto viste le condizioni altamente compromesse del fronte deteriorato.
Ma la vittoria dell’esercito straniero non riuscì mai a completarsi nel suo intento in quanto la linea difensiva del Piave riuscí ad essere avamposto invalicabile, con il Generale Cadorna che venne allontanato dal comando e sostituito dal Generale Armando Diaz, che dopo avrebbe guidato l’esercito italiano verso una data storica e vincente.
Il 4 novembre del 1918.
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Instacult di Mauro Lama
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