Il Venezuela si trova oggi in un pericoloso limbo, sospeso tra il tramonto violento di un’era e l’incerto vagito di una nuova amministrazione sotto l’ombra ingombrante di Washington
VENEZUELA. A una settimana dal fulmineo raid delle forze speciali statunitensi che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, Caracas non è affatto la città pacificata descritta dai canali ufficiali. Sebbene il Presidente Donald Trump abbia ostentato sicurezza, parlando quasi con nonchalance di un Paese ormai “sotto gestione” americana e promettendo “totale sicurezza” alle multinazionali del petrolio, i dispacci che giungono dal Dipartimento di Stato dipingono un quadro diametralmente opposto, fatto di imboscate, tensioni e una caccia all’uomo che si sta consumando nelle arterie vitali della nazione.
L’ultimo allarme lanciato dal governo statunitense è perentorio: i cittadini americani devono lasciare il Paese immediatamente. La minaccia porta il nome dei colectivos, le milizie paramilitari un tempo braccio armato del “madurismo”, che lungi dall’essere state smantellate, sembrano aver iniziato una controffensiva asimmetrica.
Rapporti di intelligence e testimonianze sul campo descrivono squadre di motociclisti armati che pattugliano la capitale e istituiscono posti di blocco arbitrari, setacciando i veicoli alla ricerca di cittadini statunitensi o di chiunque sia sospettato di collaborazionismo. È una guerriglia urbana che smentisce categoricamente le rassicurazioni del ministero degli Esteri venezuelano, il quale continua a descrivere una “calma assoluta” e una stabilità garantita dal monopolio della forza dello Stato.
In questo clima di estrema volatilità, la diplomazia internazionale tenta faticosamente di tessere una tela di normalizzazione. Mentre i funzionari statunitensi atterrano a Caracas per sondare il terreno per una riapertura dell’ambasciata, la figura di Delcy Rodríguez, presidente ad interim, emerge come il volto di una transizione che cerca legittimazione globale. È in questo solco che si inserisce l’intervento dell’Italia, con il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha scelto di adottare una linea di prudente apertura, volta a massimizzare i risultati sul piano umanitario.
Meloni ha confermato di seguire con estrema attenzione l’evolversi della crisi, auspicando che con la presidenza Rodríguez possa finalmente aprirsi una stagione di relazioni costruttive tra Roma e Caracas. Il punto di svolta, per l’Italia, è rappresentato dalla liberazione dei detenuti politici, tra cui figurano diversi connazionali: un gesto che la premier ha accolto con gratitudine, interpretandolo come un primo passo necessario verso una riconciliazione che non può prescindere dal rispetto dei diritti umani. Per l’Italia, la partita venezuelana non è solo geopolitica, ma profondamente legata alla tutela di una delle più grandi comunità italiane all’estero, oggi ostaggio di una transizione che sembra ancora lontana dal deporre le armi.
Mentre Maduro, dal suo isolamento in un carcere statunitense, invia messaggi di resistenza attraverso la voce del figlio, il Venezuela resta un teatro in cui la vittoria militare deve ancora tradursi in stabilità politica. La sfida per la comunità internazionale, e per l’Italia in particolare, sarà quella di navigare tra la necessità di sostenere il nuovo corso e l’urgenza di prevenire una deriva di violenza incontrollata che i colectivos sembrano intenzionati a alimentare fino all’ultimo.
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