La prima tappa del viaggio umanitario, organizzato da Rete Pace dal 24 al 30 aprile 2025, è stata a Bihac, una piccola cittadina della Bosnia-Erzegovina, dove arrivano gli immigrati dai Balcani , che respinti che dalla barriera di separazione, “il muro”, tra l’Ungheria e la Serbia e la Croazia, trovano conforto e protezione presso il JRS.
Bosnia-Erzegovina. Il muro è di fatto una recinzione di rete metallica, costruita a partire dal luglio 2015, lungo il confine di tre stati sopra citati. Costruita dall’esercito e dai disoccupati e voluta dal premier ungherese Orban, questa barriera di filo spinato e lamette è alta circa 3,5 metri e lunga 523 chilometri, estendendosi lungo tutto confine serbo e croato. Il muro è stato costruito in varie fasi che sono durate fino al 2017.
Ma che cos’è il JRS ? E’ stato fondato nel novembre 1980 da Padre Pedro Arrupe SJ, allora Superiore Generale della Compagnia di Gesù, per rispondere alla difficile situazione dei rifugiati vietnamiti in fuga dalla loro patria devastata dalla guerra.
Ispirato dall’amore generoso e dall’esempio di Gesù Cristo, il Jesuit Refugee Service (JRS) è un’organizzazione cattolica internazionale con la missione di accompagnare, servire e difendere i rifugiati e le altre persone sfollate forzatamente, affinché possano guarire, imparare e determinare il proprio futuro.
I programmi del JRS sono attualmente presenti in oltre 50 paesi, al servizio di rifugiati, altre persone sfollate e membri delle comunità ospitanti. I principali servizi forniti riguardano la riconciliazione, la salute mentale e il supporto psicosociale, l’istruzione e i mezzi di sussistenza. Occasionalmente, il JRS fornisce anche aiuti di emergenza e assistenza sanitaria di base.
Mentre raggiungevamo Bihac, s, ossia il terno al lotto per cui tentanto di entrare nei confini con la probabilità del 5%….
Arriviamo in questo centro, che in realtà è una casa due piani, dove al piano inferiore vi sono i magazzini ed i garage, dove si raccolgono le donazioni di abiti, calzature e tutto ciò che serve per l’igiene personale, ed una stanza per l’accoglienza quotidiana, dove i migranti possono prepararsi una bevanda calda, incontrarsi per chiaccherare, per scaldarsi il pranzo, per lavarsi, per usare internet.
Si sale poi alla stanza superiore dove c’è una grande sala, dove prima abbiamo avuto una presentazione delle attività del centro da parte di Amina, la responsabile del centro e di Jacob, un giovane volontario austriaco di 19 anni, che concluso le scuole superiori, ha dovuto scegliere tra il servizio civile e quello militare. Sono stati poi organizzati dei laboratori con i migranti ed i ragazzi, che hanno permesso una conoscenza più approfondita delle tematiche sulla migrazione.
Alla fine c’è stata una cena comunitaria, in cui ancora di più si è creata una relazione personale tra i ragazzi, i migranti e gli operatori del centro.
Mentre si svolgevano gli operatori, ho potuto scambiare qualche parola con alcuni migranti non coinvolti nell’attività organizzata. Alcuni ci hanno raccontato in un inglese stentato che loro in realtà risiedono a Lipa, il primo campo, che si trova al ridosso del muro, da dove sono stati appena respinti. Per raggiungere questo centro di assistenza a Bihac ci sono 34 km da percorrere a piedi o con dei mezzi di fortuna. Ma li percorrono quasi ogni perché qui trovano ciò di cui hanno bisogno.

Il giorno dopo, un gruppo di 10 ragazzi, in rappresentanza delle scuole coinvolte nel viaggio umanitario (Duca degli Abruzzi, Mazzotti, Liceo scientifico Da Vinci da Treviso ed altri istituti dal Veneto) hanno avuto il privilegio di poter visitare il centro di Lipa, in un numero così limitato per motivi di sicurezza.
Al loro ritorno, ho intervistato due ragazzi in particolare, Giulia e Luigi, sulle loro impressioni di che cosa avevano visto che li aveva colpiti. Inanzi tutto il luogo dove sono giunti era piuttosto nascosto ma tranquillo. All’ingresso della struttura vi erano molte targhette affisse in cui erano citati i vari patrocini, tra cui vi era quello del Ministero degli Esteri italiano. L’incontro con i migranti è avvenuta in una stanza dove vi erano degli assistenti e delle guardie. Gli immigrati avevano molta voglia di parlare, ma spesso venivano scoraggiati a farlo da chi li sorvegliava.
Giulia in particolare mi ha comunicato che questo campo può ospitare al massimo 1700 persone, che vengono ospitate in casette/ container dove all’interno vi sono 6 posti letto.
In questo luogo, nonostante tutto, hanno la possibilità di esprimersi a livello artistico e di affinare le loro competenze tecnologiche. Un luogo caro ai migranti è il barber shop, punto di incontro e di chiacchere, dove spesso il servizio e svolto da loro stessi. I rifugiati per lo più sono originari del Pakistan, dall’India, dall’Afganistan. Dopo avere tentato di oltrepassare il confine, circa 8 giorni dopo ottengono una carta per l’accesso al campo.
Giulia ha sottolineato ancora la parte emotiva di questa esperienza: è stato difficile parlare con persone così disponibili, pensando a che cosa hanno passato prima. E sembra assurdo che loro ti chiedano “ Come stai?”.
Credo che l’esperienza che questi ragazzi abbiano potuto vivere di persona, ha cambiato il loro modo di affrontare il tema dell’immigrazione, perché incontrando le persone vere si conoscono le loro storie e le loro motivazioni. Cosa che non sempre l’informazione dei media riesce a dare.
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