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Albania. Lo sciopero della fame degli ex-prigionieri politici

2 minuti di lettura

Pubblichiamo articolo inviatoci da Erida Petriti, scrittrice e lettrice ad alta voce del gruppo moglianese “Quante Storie”:

NON FINISCE QUI
11 maggio 2021. Oggi è il ventisettesimo giorno dello sciopero della fame degli ex prigionieri politici a Qafa e Barit (Puke) in Albania. Sono sfiniti, incompresi, non considerati, delusi. Le forze mancano. I muscoli non tengono. I telefoni non sono raggiungibili. Per miracolo qualcuno dei loro parenti da casa riesce a prendere per un momento la linea, chiedendo preoccupati della loro salute.La risposta è con voce flebile, quasi inudibile. No, non è colpa della scarsa qualità del segnale.
Dopo ventisette giorni senza mangiare, vivendo solo con acqua, zucchero e qualche caffè, non si ha forza nemmeno di parlare. Agim, il loro compagno finito in ospedale, vedendo la situazione dal di fuori, rendendosi conto che a nessuno interessa di loro, cerca di farli ragionare, chiedendo espressamente di interrompere la protesta. Glielo aveva detto già il giorno successivo al ricovero. Ma i nostri eroi non mollano. Forse ce l’hanno anche un po’ con lui per questi consigli. Dentro di loro sanno però che ha ragione. Sanno che non otterranno più nulla. Sanno che la loro causa, abbracciata solo da qualche giornalista non di primo piano e un paio di tv locali, non ha ottenuto nemmeno la visibilità che speravano.
Le loro richieste, legittime, non sono nemmeno arrivate alle orecchie sorde del governo. Gli amici fuori, ex prigionieri come loro, palpitano per la loro sorte. E proprio il ventisettesimo giorno dello sciopero, con le loro macchine, con quei due giornalisti che li hanno appoggiati durante questa battaglia, vanno a prenderli.
Sono stanchi i nostri eroi, ma un’ultima foto con la bandiera per la quale hanno sofferto la prigione, non rinunciano a farla. Iliri e Kostandin, debilitati dal mese di digiuno, venendo meno anche la forza d’animo che li motivava, crollano e hanno bisogno di assistenza medica: al secondo sono necessarie alcune flebo per riprendersi.
Con le barbe incolte, gli occhi cerchiati, i visi scavati dalla fame, ci avvertono:”Abbiamo perso anche questa battaglia, ma non la guerra, perché noi meritiamo molto di più. Noi meritiamo che si riscriva la storia, quella vera.Noi meritiamo un giorno nazionale in cui si ricordino le vittime del comunismo, meritiamo una lapide con i nomi di migliaia e migliaia di morti per le torture disumane o fucilati dopo processi farsa; meritiamo, in ogni nera prigione dell’Albania, un mural disegnato con il nostro sangue. Meritiamo giustizia. Vogliamo che i simboli del comunismo vengano aboliti dalla legge, che chi elogia il dittatore in pubblico venga punito dalla legge, che chi ha commesso i peggiori crimini in dittatura, chi ha preso vite umane innocenti, venga punito come merita secondo le leggi internazionali.”
A volte si sentono come dei don Chisciotte che lottano contro i mulini a vento, altre, come i gladiatori imbattibili che hanno rivoltato la storia di Roma.
Con sguardo fiero si allontanano da quel luogo.
Nelle orecchie rimbombano, come un ultimo saluto, le voci dei compagni morti in quella prigione. Sembra un ringraziamento perché si sono fatti portavoce della loro morte ingiusta.

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