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Con gli occhi degli altri

2 minuti di lettura

Alle volte è bene fermare il tempo. Mettersi seduti un momento e guardare la realtà di oggi attraverso noi stessi. Utilizzare le nostre esperienze per cercare di comprendere ciò che sta accadendo intorno a noi provando così a trovare una strada e a disegnare una nuova mappa che ci aiuti a percorrerla. Non sappiamo con chiarezza e certezza come sarà e dove ci porterà, ma abbiamo il compito di disegnarla ed attraversarla per imparare a stare dentro una realtà inaspettata e non governabile secondo i vecchi schemi.

 

Bè! Forse, si può provare a trovare le coordinate di questa mappa guardando dentro la propria esperienza personale. Per questo, desidero fare un pezzo del mio cammino di vita insieme a voi. Nel primo mese dell’anno ho affrontato l’ennesimo ciclo di terapia. Poi, poco prima dell’inizio della famosa quarantena da Covid-19 ho visto mio papà ammalarsi, debilitarsi rapidamente e lasciare questo mondo, mentre io e mia moglie gli tenevamo le mani e ci guardavamo negli occhi. Un passaggio in silenzio, ma pieno d’umanità.

 

I nostri figli hanno salutato il nonno scrivendo sul calendario: “Ciao nonno, buon ritorno a casa”. Durante la pandemia, pur rimanendo nella nostra abitazione, abbiamo continuato a stare nel mondo abitando i Social. Un modo per ascoltare e scoprire le solitudini. Così, ci siamo accompagnati, l’uno con l’altro, genitori ed insegnanti, in questo nuovo modo di fare scuola. Abbiamo creato alleanze. Ci siamo messi a disposizione di chi era più in difficoltà facendogli arrivare dei Tablet per seguire le lezioni. Sui Social si è fatto Tam Tam per aiutare la mensa di una parrocchia che accoglie persone senza fissa dimora; così ecco la spesa solidale e l’arrivo di più di 200 mascherine protettive. Si sono organizzate attività a distanza di gioco e catechesi per i più piccoli, da fare insieme ai loro genitori e poi c’è stato il racconto via Whatsapp di com’erano andate.

 

Le telefonate alle persone giovani o anziane che si sapeva essere sole; una chiamata per dirgli un semplice “Come stai?” e fargli capire che ci siamo, che pensiamo a lei o a lui. La distanza non spezza l’umanità, ma la rende forte, aiuta a creare “ponti di fiducia”, che non cadranno mai, perché sono stati, “Si”, sferzati dal vento della tempesta, ma hanno retto. Connessi prima con il cuore e poi con la tecnologia, avendo ben chiaro che nessuno bastava e basta a se stesso, ma ognuno era ed è per l’altro. L’impegno nel lavoro, senza risparmiarsi, per cercare di tenere tutto insieme ed evitare di non far saltare progetti nati da pochi anni con tanto entusiasmo, grazie ai quali si sono create delle piccole opportunità d’impiego.

 

Segni di fiducia nella prova che non vanno dimenticati, ma sostenuti e rafforzati. Tutto ciò è stato fatto anche con i nostri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, associazioni, organizzazioni di volontariato e semplici cittadini. Non dobbiamo disperdere tutto ciò. Questo è il nostro valore aggiunto sociale, quello che viene prima del semplice denaro perché è segno concreto di una umanità che si rinnova nei piccoli gesti di prossimità. Forse, queste sono le coordinate attraverso le quali si può iniziare a disegnare una nuova mappa di relazioni di vita che sappiano vedere negli occhi dell’altro non l’antagonista, ma il fratello e la sorella con i quali sapere guardare l’orizzonte con rinnovata fiducia per il futuro. Lo sforzo da fare è significativo, ma può diventare realtà se ciascuno di noi si dimostra disposto a lasciare un po’ di stesso per l’altro.

 

Costantino Coros

 

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