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Lavoravamo la terra, una storia orale dal Veneto profondo

4 minuti di lettura

In occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne, l’Istresco ha saputo ancora una volta proporre una riflessione originale  sul percorso che le donne del nostro territorio hanno fatto per la loro emancipazione.

BADOERE (TV). L’appuntamento è stato organizzato dall’associazione donnemorgano a Badoere, presso l’aula magna delle scuole elementari e medie, e l’incontro, intitolato “Storie di donne, di terra e di riscatto: percorsi di emancipazione delle donne in una famiglia patriarcale contadina” è stato con Amerigo Manesso, già presidente Istresco, nonché stimato ex professore di Storia e Filosofia presso il Liceo Da Vinci di Treviso.

L’introduzione è stata affidata a Cinzia Miatello, la “voce” delle donnemorgano, che ha ricordato come in questo momento storico di erosione democratica , è necessario che il percorso di emancipazione delle donne sia vigilante ed attivo, perché chi arriva dopo di noi trovi che siano stati fatti almeno alcuni passi avanti.

Da recenti studi si evince infatti che per colmare  il Gender Gap servono 134 anni e che in questa modalità né noi, né le nostre figlie, né le nostri nipoti potranno cogliere questo cambiamento epocale.

Quindi è iniziata la presentazione del libro dell’autore, attraverso un efficace powerpoint e le letture delle testimonianze delle donne che sono state intervistate in questa ricerca, a cura di donnemorgano.

La storia orale

Nato negli anni cinquanta  in una famiglia di lavoratori della terra, laureatosi in filosofia all’università di  Padova negli anni Settanta, avvicinatosi alla ricerca storica in un Istituto per la Storia della Resistenza, l’Istresco,  Amerigo Manesso si è impadronito degli strumenti della storia orale per fare di una famiglia contadina – tre generazioni lungo un secolo, quasi trenta persone  intervistate nell’arco di vent’anni– l’oggetto ed insieme l’oggetto di un’inchiesta in profondità, condotta in un piccolo paese del Veneto rurale, che fa emergere una rete di relazioni nazionale e sovranazionale ramificata in quattro continenti. La Storia parte da una coppia di sposi, Giacinto e Maria,  nel 1883 ed arriva alla famiglia patriarcale effettiva nel 1970.

Le testimonianze servono soprattutto a capire come si percepivano le donne nei vari momenti della vita quotidiana: dal cibo, che a loro era dato in misura minore e nelle parti meno nobili, al modo in cui erano percepite le figlie , per la cura  dei fratelli più piccoli o per essere mandate a lavorare a servizio sia dai “signori”o nelle altre case dei contadini.

 All’interno del sistema familiare , vi erano poi le varie gerarchie di potere.

 Alcune donne, divenute vedove, diventavano capofamiglia, ma usavano le stesse regole degli uomini.

 Interessante anche lo sguardo sulla vita matrimoniale, basata su tre cardini: mettere al mondo dei figli, soddisfare il marito, lavorare. Il primo era certamente il più importante: di fatto una donna si ritrovava “sposa per un giorno, madre per sempre”.Il sesso era naturalmente un tabù.

 Ma quando i mariti andavano a letto la sera, le mogli li seguivano e poi tornavano giù a lavorare ancora. I genitali femminili non erano chiamati con il loro nomi, ma con degli eufemismi: sotto, basso, la natura…La sessualità era quindi un atto compiuto dall’uomo con inferiorità e passività da parte delle donne.

Responsabili di questo modo di vedere il corpo delle donne erano sentiti anche i preti, soprattutto per le imposizioni di impurità della donna dopo il parto, il neonato non poteva essere toccato dalla donna prima del battesimo, che usualmente avveniva una settimana dopo la nascita. Non solo, ma la donna veniva riammessa in chiesa solo 40 giorni dopo il parto, accolta dal prete alla porta della chiesa.

Per quanto riguarda il lavoro, oltre a quello dei campi le donne dovevano provvedere alla preparazione del cibo, a riassettare la casa e alla cura dei figli. Un altro onere  molto importante era quello del bucato, visto le famiglie così numerose.

Ma c’era modo di cambiare il loro destino?

Il ventaglio di possibilità era questo: restare a casa fino al matrimonio, andare a servizio, imparare un mestiere , farsi suore, studiare . Purtroppo quest’ultima opzione in questo studio di caso è stato solo per Bertilla, che con il suo titolo, conseguito nel 1943 ,ha potuto anche poi divenire istruttrice dei figli del proconsole in Venezuela, dama di compagnia, istitutrice di figli di nobili come gli Emo e i Persico, nonché del signor Piacentini, un notabile , che le ha permesso di conoscere l’alta società ed anche degli Americani, nelle residenze di loro proprietà a Roma, Capri, Cortina, in un contesto in cui lei era trattata con rispetto, come una figlia. Naturalmente queste sue esperienze erano comunicate alla famiglia e alla comunità e divenivano modello di emancipazione.

 Chi andava a servizio, spesso incorreva nelle molestie dei signori e signorini della casa in cui lavorava, nonostante il posto fosse spesso trovato dal prete del paese.

C’era chi cercava una emancipazione anche facendosi strada attraverso la parrocchia, come nel caso di Gelsomina, che coltiva rapporti anche con Tina Anselmi , Maria Pia del canton ( DC) ed anche Buttiglione, andando a Roma per il suo incarico di presidente dell’Azione Cattolica. In questo ruolo non ci sono vantaggi economici, ma la possibilità di conoscere altre realtà ed acquisire gli strumenti per comprenderle.

Altra possibilità era quella di imparare un mestiere, di solito la sarta. Si iniziava in casa a confezionare gli abiti per il nucleo familiare (30 persone!) ; si passava poi ad un piccolo laboratorio parrocchiale,

 fino ad arrivare alle grandi fabbriche  come la Sanremo, dove visto il numero di dipendenti (anche 4000) l’emancipazione era inevitabile, fin dal primo mattino con l’uso del trasporto pubblico per raggiungere il luogo di lavoro.

Non mancavano poi nelle famiglie le figlie che si facevano suore, di solito emulando la prima che aveva fatto questa scelta.

Altro momento di emancipazione è legato al matrimonio: con chi sposarsi ( un contadino o non) e se andare a vivere in casa dei suoceri o meno. Emigrare all’estero, dopo il matrimonio, per tornare o restare.

Infine l’emancipazione delle donne avviene anche con il ballo, negli anni Sessanta, con i Juke box nei bar e nel cominciare ad esporre il loro corpo al mare con una nuova consapevolezza.

Da questo breve excursus, si può intuire la densità delle testimonianze che intessono il libro e che dimostrano come queste donne sono state tutte protagoniste della loro vita e come con il senno di poi abbiano saputo rivendicare i sacrifici che hanno fatto per raggiungere il risultato a cui sono pervenute.

Attraverso una narrazione analitica incalzante , senza compiacimenti e commozioni, questo libro quindi  restituisce alla storiografia sul Novecento un gruppo sociale che ne era rimasto ai margini.

A rendere ancora più emozionante questa presentazione del libro, è stata la presenza in sala di alcune delle donne intervistate nel libro: Maria Giovanna, Bruna, Annamaria e Giusta.

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