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Rosso d'Inverno

L’udito dell’anima

5 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

La prima volta che me ne accorsi era già tardi.
L’ultimo suono che le mie orecchie percepirono fu un urlo strozzato. Lo strido acuto di una voce bambina. L’urlo di qualcuno che da lontano gridava: La valvola, prendete la mia valvola.

Poi silenzio. Un silenzio funereo.
Quel silenzio sordo, imposto da un maledetto millesimo di secondo, dal caso, forse. Quel silenzio non desiderato, odiato, bestemmiato. Quel muro invalicabile con lo spazio, con il tempo, con gli altri, con me stessa.
Nel corso degli anni avrei imparato a vivere, a riascoltare, a sintonizzare la mia voce sul mondo. Avrei dovuto voltare pagina, dimenticare, azzerare quel tempo, rinvigorire la memoria delle emozioni: le sue risate scroscianti, le cantilene interminabili, le filastrocche, i giochi all’aperto e il ticchettio delle scarpine su per le scale a casa dei nonni. E poi ancora la brezza montana del tramonto in agosto, il frinire delle cicale tra i pini rupestri, il canto delle donne intente a lavare il bucato nei lavatoi vicino al fiume, le rincorse dei bambini.

Avrei dovuto dimenticare le maledizioni di tuo padre, le urla della sua famiglia, lo strazio della mia anima, il dolore di un paese intero, le grida taciute e le tante domande nel tuo sguardo muto, l’eco dei sensi di colpa per non esserci riuscita. Per non averti salvato.

Avrei potuto farlo, avrei potuto omologarmi, addomesticare il mio pensiero alla valanga di cattiveria che piovve su di noi, ma una parte di me sarebbe rimasta sorda, per sempre.

La prima volta che lo specialista sistemò il dispositivo acustico sul canale auricolare indossai nuovamente ogni cosa. Sensazioni, colori, suoni, sibili di vita. Come un abito cucito su misura, mi muovevo disinvolta nel caleidoscopico mondo del sensibile.
Ma continuavo a chiedermi se sarei stata pronta a relazionarmi con quello strano, se avrei avuto la capacità di ascoltare le voci degli altri, se avrei avuto il coraggio di specchiarmi nel livore della mia sofferenza. Continuavo a domandarmi come avrei potuto andare oltre la sua assenza.

Dal davanzale della finestra dello studio medico il cinguettio di un usignolo mi investì forte, tanto da farmi spaventare, mi insegnò un’altra melodia da imparare, un’altra strada da percorrere. Quel suono aveva qualcosa di gioioso ma non riusciva a coprire l’eco continua di quel grido. La valvola, prendete la mia valvola.

Quello fu un punto di non ritorno.
Tutto assunse un’altra veste. Anche i discorsi che facevamo ogni sera, le tue mani tra le mie, il labiale che adesso risuonava della tua voce, le nostre confessioni, quelle di una madre ferita con sua figlia, il divieto di tornare indietro con la mente, l’evitamento del ricordo ad ogni costo.

Le mie orecchie ritornavano a comprendere ogni dettaglio, anche il più lontano. Potevano guidarmi alla ricerca della serenità, potevano dilatare la percezione del reale nel presente e nel futuro. L’arrivo improvviso della fine mi aveva investito violento. Non aveva lasciato spazio a nulla se non al nulla stesso.
Il passato restava lì a guardare, cristallizzato in un attimo, in quello decisivo della tragedia. Nell’esodo silente della felicità.

La prima volta che riconobbi la mia voce fu quel pomeriggio che nello scorrere di un tempo anonimo, quotidiano, un tempo qualsiasi, cominciai a cantare le canzoni della mia adolescenza. Insieme eravamo intente a raccogliere il fieno caldo di inizio estate, le mani erano rinsecchite per la fatica, mi chiedesti di intonare per te quel brano, quello del mio cantante preferito, dagli acuti lunghi e dal sorriso contagioso.

L’accenno timido del primo attacco, le note strozzate in gola lasciarono il posto ad un timbro di grande ampiezza, ad una vocalità potente. Dal condotto uditivo le vibrazioni sonore raggiunsero la membrana interna del timpano, risuonarono attraverso martello, incudine e staffa, per poi toccare la coclea assopita, innescare il movimento dei recettori nervosi e arrivare sino a me.

Tutto dentro si era risvegliato: ricordi, colori e rumori splendevano di una luminosità diversa. Potevo distinguere le sfumature dei suoni e riconoscevo una voce a me familiare, da troppo tempo rimasta muta.
Un’assenza ingombrante era deflagrata sulle nostre vite. Sulle mani inermi. Sugli aiuti in ritardo. Per anni avevo scelto il silenzio prima, la follia poi.

Dicevano che ero pazza.
Sì, dicevano che vi avevo perse di vista, che la avevo abbandonata con la sua bambola davanti quella maledetta vasca colma d’acqua.
Dicevano che non avrei saputo prendermi cura nemmeno di un animale, che non avevo voluto sentire. Dicevano tanto. Troppo.

Ed io ti avevo riservato un amore in sordina, dietro le quinte. Stavamo vivendo in parallelo: io alla continua ricerca di un senso logico a tutto questo, tu impegnata a rincorrere il mio affetto. Il tempo ti allontanò da me. Avevi costruito una corazza attorno alla tua anima dilaniata.

Ero con te ma non accoglievo più le tue richieste. Ti stavo di fronte ma la mia mente era annegata con lei. Sentivo ma non ascoltavo. Nessuno.

La prima volta che decisi di fermarmi e ascoltarti eravamo in cucina, la caffettiera sbuffava prepotente, l’aroma del caffè aveva rapito i miei sensi ed io mi abbandonavo al suo aroma, lasciavo che mi trasportasse senza alcuna resistenza. Lasciavo che le mie orecchie riprendessero ad accoglierti, ad abbracciarti come non accadeva da anni.

Ma dove mi avresti portato?
Mamma, quel giorno la valvola era la sua bambola, la bambolina di Mirella. Ancora una volta l’udito ti aveva ingannato. Era finita dentro uno dei lavatoi vicino al fiume. Tu eri intenta a raccogliere il fieno. Noi giocavamo a nascondino.
A un tratto la sua bambolina preferita cadde in fondo alla vasca. Il panico si impossessò dei suoi occhi. Le urlai più volte di non sporgersi. Le sue orecchie, però, sembravano sorde a qualsiasi monito. Non faceva che chiamare la sua bambola. Provò a prenderla, si stese con le gambe divaricate sul muricciolo sopra il lavatoio. Si sporse, perse l’equilibrio. Raggiunse la sua bambola. Il suo corpo rimase sul fondo. Non risalì mai più.
Corsi a chiamarti. Urlai con tutte le mie forze. Sudore e voce. Paura e disperazione. Morte.

La prima volta che ascoltai questo racconto eri già grande. Il tempo mi aveva sostituito nel conforto che avrei dovuto darti come madre. Il tempo aveva scavato un vuoto incolmabile. La tua voce era spezzata dall’emozione. Le tue parole si alternavano ai singhiozzi di una donna forte. Una donna stanca di ascoltare la voce della coscienza. Una donna che aveva dovuto fare i conti con i sensi di colpa e aveva combattuto duramente la battaglia dei se e dei ma, dei tanti avrei potuto e non ci sono riuscita.

La prima volta che compresi quanto avessi sofferto mi resi conto che l’anima era stata ferita a morte sul fondo di quella vasca assassina.

La prima volta che tolsi l’apparecchio acustico e riuscii a sentire la tua anima ferita era ormai troppo tardi. Tardi per tornare indietro. Avevamo trascorso una vita intera a rincorrere quei ricordi, a restare sordi l’una al dolore dell’altra, a cercare responsabilità e colpe oramai inutili da precisare, dettagli da stabilire.

Non restava che prenderci per mano, guardare insieme verso il tramonto montano di agosto e ascoltare ciò che di bello avevano da dirsi ancora le nostre anime.

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