Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
Albergava l’odore di foglie umide e muschio, e la stufa affumicava l’aria che per molto tempo era stata l’unica abitante della stanza. Una goccia di polenta si era seccata sulla traversa di Giannina, che distrattamente con l’indice, provò a scrostarla mentre controllava il fuoco della cucina economica. «È possibile che in questa casa la polenta cucini prima del pane?» tagliò l’aria la ragazza, mescolando nel paiolo. In quel momento Geremia, sbattendo fuori il fango dall’uscio, entrò nella stanza.
Una stanza, che nonostante misurasse tre passi scarsi per lato, si era promossa a casa per l’occasione. Dei muri di pietra non intonacati, ospitavano un letto cigolante che i tarli avevano risparmiato, un tavolo in noce lavorato dal tempo e una cucina economica, quasi nuova di zecca che ben riscaldava.
«Mancano dei fiori!» pensò a voce alta Giannina mentre stendeva una tovaglia sul tavolone. Una trota al forno e della polenta era il menù della serata, un menù che si ripeteva quasi uguale da molti giorni, ma che Giannina sapeva ben giocarsi. «Stasera serviamo pescato al forno con crema di mais.» recitò mettendo in tavola le scodelle.
Quando rideva, le comparivano delle fossette sulle guance, e arricciava il naso, in maniera un po’ buffa. Geremia sorrise. Il profumo del pesce gli fece venire l’acquolina in bocca, nonostante non mangiasse altro da giorni.
Abbassata la luce della lampada a olio di noce, la stanza vibrava con il crepitare della fiamma, mentre qualche ceppo troppo fresco, nella stufa, tuonava. «Ci sono notizie dal fronte?» chiese Giannina, razionando le porzioni. «Le solite: stanno dando la caccia a noi partigiani. Ma in questo versante siamo più numerosi.» rispose Geremia, addentando un pezzetto di trota. «Può essere che tra poco si debba ospitare qui una famiglia. Lui è uno dei nostri e ha moglie e figlie.» concluse poi.
«Che bello avere un po’ di compagnia» esordì Giannina, «non che tu Rufus non lo sia stato ovviamente» si apprestò ad aggiungere guardando il gatto che si era appollaiato sotto il letto. «Dovremo stringerci un pochino, ma almeno avrò qualcuno che mi aiuti a fare il pane» spiegò Giannina. Certo, la stanza aveva bisogno di una bella rassettata: se avesse potuto spalancare le finestre e fare un ben pentolone di lisciva, pensava, l’avrebbe sicuramente tirata a lucido. Ma ora, tutto sommato, le bastava avere un posto dove nascondersi con Geremia.
Oramai il crepuscolo era sceso da tempo, ed era il momento di abbassare la lampada a olio, fino a percepirsi solo nei contorni, e far si che il nascondiglio fosse fagocitato dal buio della notte. Giannina, passò l’indice sul profilo di Geremia: faticava a vederlo, ma poteva percepire il suo calore sotto il polpastrello. Ogni sera, prima di addormentarsi, voleva stamparsi sulla mente quella fotografia, sperando di poterla ristampare la sera successiva. Con la mano appoggiata al suo petto, sentiva il ritmo del suo cuore, mentre tuffava il naso tra i suoi capelli che odoravano di resina.
«Quando ci sposeremo» esordì Geremia, «vorrei invitare tutto il paese. Non badiamo a spese!» aggiunse stringendola a sé. Giannina rise. Poteva quasi sentire il profumo della torta che facevano giù in paese o del burro appena fatto che si scioglieva sul pane caldo. Poteva immaginare il tavolone di casa sua, apparecchiato a festa, con le peonie fresche come centro tavola. Poteva percepire, quasi, le risate di sua sorella che echeggiavano nella corte e la mano rugosa di sua madre, che appoggiata sulla sua, le dava conforto. Sorrise.
«Sarà una grandissima festa, e si ballerà fino a tardi!», aggiunse poi alzando lo sguardo per cercare, nel buio, quello di Geremia.
Poi i loro respiri iniziarono ad andare quasi all’unisono, colti da un sonno ristoratore, con la notte che tesseva trame di tenebre per proteggerli, dal mondo che cospirava contro di loro. Delle braci ormai esauste, scaldavano il giaciglio, combattendo quel freddo invernale che voleva insinuarsi da tutti gli spifferi, mentre fuori, il vento, soffiava conto le cime degli olmi.
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