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10 dicembre 2025: 77° Giornata dei Diritti Umani a Treviso

5 minuti di lettura

Ogni giorno vi sono delle commemorazioni, ma questa più che mai è una Giornata che va celebrata ricordando a tutti quali siano le qualità dirimenti per dirsi esseri umani

La Giornata mondiale dei diritti umani è una celebrazione sovranazionale che si tiene in tutto il mondo il 10 dicembre di tutti gli anni. La data è stata scelta per ricordare la proclamazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite  della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il 10 dicembre 1948. 

E’ uno degli eventi di punta nel calendario del quartier generale delle Nazioni Unite a New York ed è onorata con conferenze di alto profilo politico ed eventi culturali come mostre o concerti riguardanti l’argomento dei diritti umani. Inoltre in questa giornata vengono tradizionalmente attribuiti i due più importanti riconoscimenti in materia, ovvero il quinquennale premio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, assegnato a New York, ed il premio Nobel per La Pace ad Oslo. Oltre a questi premi, molte altre organizzazioni internazionali non governative, civili ed umanitarie  su tutto il pianeta scelgono questa giornata per eventi significativi. 

Anche nella nostra città si è cercato di celebrare questa ricorrenza ed una delle iniziative in merito  Middle Peace è stata promossa dalla Rete Progetto Pace di Treviso, che è una Rete Internazionale di Scuole, Enti ed Associazioni che collaborano per promuovere una Cultura di Pace nel senso più ampio del termine. 

Dal 2015 l’Istituto di riferimento della Rete è il Liceo Duca degli Abruzzi di Treviso, mentre l’organizzazione degli eventi/attività è affidata all’associazione bNET che svolge anche il compito di capofila. 

L’Associazione di promozione sociale bNET (Essere Rete) nasce nel 2008 dall’esigenza degli studenti animatori della Rete di formalizzare il proprio impegno continuativo nel promuovere una cultura di pace nelle scuole, associazioni e gruppi giovanili vari. 

E’ proprio con questo intento che l’evento pensato e promosso dalla Rete Progetto Pace il 10 dicembre presso l’Aula Magna  dell’Istituto Fermi di Treviso ha raccolto studenti provenienti da vari istituti scolastici  per incontrare dei testimoni che hanno subito la violazione dei diritti umani.

L’evento è stato pensato in  due sessioni: una dalle 8,15 alle 10,30, intitolata Storie e scenari di pace da chi fugge da guerre e regimi in Medio Oriente ed unA dalle 11 alle ore 13, intitolata Storie e scenari da chi porta pace e solidarietà nel Medio Oriente  in guerra. In questa occassione  è stata presentata la Rete e le sue attività a cura degli studenti che ve ne fanno già parte, ed in particolare i viaggi umanitari svolti nel passato e quelli in programma per il futuro.

Per quel che riguarda i viaggi in  particolare è stato descritto dettagliatamente l’ultimo che si è svolto in Croazia, Serbia, Voivodina  ed  Ungheria, dove i ragazzi hanno potuto incontrare da vicino la realtà dei centri di accoglienza per i migranti  ai confini dell’Europa, le conseguenze della guerra negli orfanotrofi,  la protesta degli universitari a Belgrado, il dramma del genocidio a Srebrenica, l’esistenza della comunità Rutena, l’opposizione al regime in Ungheria attraverso una radio e molto altro.

Il prossimo viaggio 2026, pensato sempre nello stesso periodo dal 24 al 30 aprile avrà come focus la guerra tra Serbia e Croazia e  la guerra  tra Serbia e Kossovo, mettendola in comparazione con   quella della Russia contro l’Ucraina. Si parlerà poi del ruolo della Nato e dei movimenti di liberazione (UCK e Rugoga), confrontandoli con quelli dell’OLP della Palestina. Sarà possibile poi prendere in considerazione il ruolo delle missioni italiane all’estero e quindi riflettere sull’opzione della pace o del riarmo. Il tema della multiculturalità sarà poi affrontato  nel confronto e la convivenza tra la religione ortodossa e quella mussulmana. Ci sarà anche  la possibilità di conoscere le conseguenze  un regime comunista in Albania. In Montenegro si potrà comprendere l’importanza di essere un membro della Nato in quelle zone considerate da tempo la Polveriera d’Europa.

Ci sarà anche un excursus storico sui domini veneziani. Il viaggio si concluderà a Mostar, un ponte  tra Oriente ed Occidente, tra l’Impero Ottomano e quello Austro Ungarico.

Come si può ben vedere dalla descrizione di questo prossimo viaggio, la pace si costruisce soprattutto con la conoscenza geografica, storica, politica , culturale e sociale degli altri paesi e il rispetto verso le altre culture. E questa è un’ottima palestra per i nostri giovani per acquisire comportamenti adeguati per rapportarsi correttamente con l’altro diverso da noi.

Oltre ai giochi sulla conoscenza geografica, il clou dell’evento sono state le testimonianze di Hassan Habbaoub, un rifugiato palestinese di Gaza; Abouzar Soultani, un regista iraniano, rifugiato a Budapest, Elda Baggio, vice-presidente dei Medici senza Frontiere in Italia e Mattia Fontanella, operatore umanitario della medesima associazione.

Tra tutti vorrei segnalare l’intervento di  Abouzar Soultani, che ha raccontato in modo commovente come il suo viaggio sia stato motivato da una conversione religiosa al cristianesimo e come l’impossibilità di professare liberamente la nuova religione nel suo paese d’origine, l’abbia  spinto a cercare la libertà, partendo con suo figlio di 7 anni dall’Iran nel 2016 per giungere come prima tappa nella Turchia. 

Qui ha dovuto i pagare alla mafia 7000 euro per poter intraprendere il loro viaggio verso l’Europa.

Arrivato in Bulgaria, è stato messo in prigione. Quando ne è uscito, è entrato illegalmente in Serbia, dove ha potuto finalmente leggere il suo primo Vangelo in persiano. Qui è rimasto per 2 anni e tre mesi per poi riuscire ad entrare in Ungheria legalmente. Ma qui ha avuto la pessima sorpresa di essere rinchiuso per 553 giorni in un campo per migranti con suo figlio, in attesa di ottenere lo status di rifugiato. La disperazione di quel periodo, in particolare per lo stato di detenzione di suo figlio, lo hanno ispirato a girare un video con il suo telefonino sulle condizioni in cui vivevano.

Questo corto, intitolato Fish, perché il bambino per immaginarsi la libertà aveva dipinto un una serie di pesciolini rossi nel mare  sul vetro della baracca  in cui vivevano, è stato pluri premiato da vari festival cinematografici ed è divenuto anche una piece teatrale. Lui e suo figlio, attraverso questo cortometraggio, non erano più degli sconosciuti e quindi la loro situazione è stata presa a cuore da delle organizzazioni umanitarie che hanno fatto ottenere loro lo status di rifugiati.

La loro vita è cambiata ed ora, grazie alla speranza che hanno sempre coltivato anche nei momenti più difficili, hanno la possibilità di un futuro. Imparare una lingua così difficile come l’ungherese  non è una passeggiata, ma questo permette loro di integrarsi meglio. Il figlio, ora sedicenne, ha anche rivelato un talento calcistico. Lui invece continua a coltivare l’arte, perché è quella che gli ha permesso di essere libero, anche quando era prigioniero.

Il suo intervento si è concluso con una serie di domande che i ragazzi gli hanno posto e con alcune che ha posto lui a loro: sareste pronti ad andare a vivere in quella prigione per un anno? Che cosa avreste fatto se come mio figlio vi foste trovati lì dentro? E poi gli ha suggerito la risposta: avreste dovuto scrivere qual era il vostro sogno e come raggiungerlo. Perché senza desiderio si muore. Invece la speranza ci dà il coraggio di continuare a vivere anche nelle situazioni più difficili.

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