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Tina Merlin e la diga del Vajont

3 minuti di lettura

Riceviamo e pubblichiamo questo scritto inviatoci dal nostro lettore Francesco Cecchini

 

Il 9 ottobre 1963, in una serata di tiepido autunno, in pochi secondi duemila persone – uomini, donne e bambini – venivano sacrificate sull’altare del profitto al quale anche la scienza ufficiale aveva dato una mano, nascondendo agli Enti locali e perfino al governo le prove che sul Vajont sarebbe accaduto un disastro.

 

Alle ore 22.39 di 57 anni fa: un’enorme onda devasta la Valle del Vajont, portandosi via case e persone, una tragedia annunciata che cancella quasi per intero una comunità, quella di Longarone, un piccolo paese di montagna in provincia di Belluno. L’onda di morte era stata provocata da 270 milioni di metri cubi di roccia e terra si staccano dal Monte Toc, precipitando nella diga sottostante. L’onda avvolse anche due comuni sovrastanti la diga, Erto e Casso.

 

 

Nel 1963, quando fu inaugurata, la diga del Vajont con i suoi 264 metri di altezza era la più alta del mondo. Inoltre con un bacino di quasi 170 milioni di metri cubi, costituiva una delle grandi innovazioni dell’Italia del Dopoguerra, uno dei simboli di un Paese che voleva riprendersi da un passato di guerra tramite il rilancio economico ed energetico.

 

 

L’impianto venne progettato per conto della SADE, Società Adriatica di Elettricità (proprietà di un ex ministro fascista, Giuseppe Volpi di Misurata, che aveva ancora amicizie importanti a diversi livelli), dall’ingegner Carlo Semenza e fu costruito alla fine degli anni Cinquanta nei territori comunali di Erto e Casso.
Durante la costruzione vi furono molti segnali di rischio e pericolo. Il più importante fu nel novembre del 1960: una frana nell’invaso di settecentomila metri cubi di terra e roccia, che confermò che non esistevano i presupposti per costruire una diga in quella valle, sotto al Monte Toc.
Va detto che il geologo, geotecnico austriaco Leopold Müller aveva consegnato relazioni, tra le quali lo studio della fessura perimetrale della frana del 9 novembre 1960, che prevedevano frane anche maggiori di grandi masse di terra e rocce. Cosa che avvenne il 9 ottobre 1963, perché il progetto andò avanti.

 

Tina Merlin, ex partigiana bellunese, donna combattiva, da giornalista mise in luce la verità sulla costruzione della diga del Vajont. Occuparsi del Vajont, scrisse, era continuare a fare quello che aveva sempre fatto anche nella Resistenza: stare dalla parte dei deboli e opporsi alle ingiustizie.
Tina Merlin, giornalista de l’Unità di Milano e negli anni Sessanta seguì per il giornale la vicenda complicatissima della costruzione, in Friuli, della più grande diga del mondo da parte della SADE, l’allora società elettrica privata che aveva il monopolio dell’energia in Italia.

 

 

La Merlin, partigiana, conosceva ogni angolo dei paesi di Erto, Casso e Longarone e aveva percorso mille volte i boschi intorno al Monte Toc, dove doveva essere costruita la grande diga. Aveva parlato e parlato con tutti gli abitanti che si opponevano alla costruzione della diga perché tutto il terreno di quelle zone era friabile e pericoloso, ma la SADE non voleva ascoltare niente e nessuno. Prima di tutto il profitto, poi la popolazione.

 

I tecnici e gli scienziati dicevano che non ci sarebbero stati problemi e che con i suoi articoli Tina Merlin faceva soltanto dell’allarmismo per conto dei comunisti che non volevano il progresso sociale ed erano soltanto contro il governo DC. La Merlin venne addirittura denunciata per diffamazione dalla SADE, ma i giudici l’assolsero dopo la testimonianza degli abitanti di Erto e Casso. Lei continuò ad andare avanti e i parlamentari della zona presentarono tutta una serie di interpellanze in Parlamento, ma non successe niente. La SADE era più forte di ogni altro potere e la diga fu costruita nonostante le prime frane e le grandi spaccature nel terreno.

 

Poi il 9 ottobre del 1963 la tragedia con il precipitare del Monte Toc nell’invaso della diga. Arrivarono giornalisti da tutta Italia e dall’Europa, ma i pochi superstiti di Longarone, di Erto e Casso impedirono loro di avvicinarsi ai pochi sassi che restavano dei paesi. Solo Tina Merlin, la nemica della SADE, poté passare. Gli uomini, davanti a lei, si toglievano il cappello e le donne l’abbracciavano piangendo.

Due suoi libri, “Vajont 1963” e “Sulla pelle viva”, raccontano nel dettaglio la vicenda.

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