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Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di L’8sempredonnemogliano, Anpi Mogliano Veneto, Amici del parco, G.A.S. Mania e Quante Storie, sulla proposta di legge Zan attualmente in discussione in Parlamento

 

 

I solerti funzionari leghisti non hanno dubbi: chiamano a raccolta amministratori, elettori, simpatizzanti e, facendo propria la presa di posizione della CEI, raccomandano di “manifestare, anche tra i parlamentari Veneti, presso il Parlamento della Repubblica Italiana e, in particolare, presso la Presidenza della II Commissione (Giustizia) della Camera dei Deputati, il proprio dissenso all’approvazione di una legge suscettibile di violare la libertà di pensiero, la libertà di parola, la libertà di opinione, la libertà di associazione, la libertà di stampa, la libertà di educazione, la libertà di insegnamento e la libertà religiosa”.

 

La Lega e le destre sono contrarie, assieme ai vescovi, alla proposta di legge che prevede «Misure di prevenzione e contrasto della violenza e della discriminazione per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere».

 

Questa legge ha come obiettivo quello di proteggere da odio e discriminazione persone vulnerabili e categorie che, secondo dati e statistiche, sono soggette a stigma e violenze. Inoltre, introducendo il concetto di sesso e genere accanto all’orientamento sessuale e all’identità di genere, viene allargato il campo di azione, che arriva a comprendere e punire anche la misoginia.

 

Non viene limitata, come affermano i parlamentari della destra e la CEI, la libertà di espressione. Chiunque sarà libero di dire di essere contrario alle famiglie omogenitoriali o alle unioni civili; non sarà invece libero di usare violenza contro una coppia omogenitoriale solo perché contrario, né di istigare altre persone a compiere materialmente quella stessa violenza.

 

Quanto mai sollecito, il gruppo consiliare del comune di Mogliano Veneto “Lega-Liga Veneta”, ha presentato, in occasione del Consiglio Comunale che si terrà oggi, 31 luglio 2020, una mozione a sostegno della posizione della CEI sulla legge contro le discriminazioni, in linea con altre amministrazioni a maggioranza leghista.

 

La violenza che colpisce gay, lesbiche, bisessuali, intersex, trans, queer deriva da una cultura in cui l’eterosessualità è obbligatoria e socialmente imposta, mentre molteplici ricerche nei campi della genetica, dell’endocrinologia e delle neuroscienze sottolineano le dimensioni culturali, più che biologiche, del concetto di differenza sessuale: “maschile” e “femminile” sono dimensioni costruite dall’esperienza, dalla storia e dalla cultura.

 

Di questa cultura sessista sono vittime principali le donne: in quarantena 11 femminicidi, 117 vittime di violenza, mentre le richieste di aiuto ai centri antiviolenza sono aumentate del 74,5 per cento.

Siamo favorevoli a questa legge e ci battiamo contro ogni visione che non ammetta la pluralità e l’autodeterminazione del proprio orientamento sessuale e di genere. Riteniamo fondamentali l’informazione nelle scuole e le politiche sociali di sostegno.

 

Esistono nella nostra società discriminazione e violenza contro chi compie scelte di orientamento sessuale e di genere al di fuori dei ruoli prescritti dalla cultura patriarcale, maschilista, omofoba, misogina. Negarlo, opponendosi a questa legge che rappresenta un avanzamento e un’apertura sul piano della civiltà e del diritto, significa perpetuare oppressione, discriminazione, sopruso.

“I dati pubblicati dalla Polizia di Stato nei giorni scorsi riguardanti le violenze sulle donne In Italia sono preoccupanti e non possono essere ignorati dalle istituzioni”. Questo il pensiero delle deputate del Gruppo Misto Silvia Benedetti e Sara Cunial, che proseguono: “Ottantotto donne al giorno, una ogni quarto d’ora. Un numero impressionante per un paese che si considera civile. Un numero enorme di uomini che perpetua violenza sulle donne: non ci stancheremo mai di ripetere che occorre guardare a chi è soggetto attivo nelle violenze, perché il fulcro del problema risiede in una mascolinità tossica. La mascolinità tossica porta l’uomo a pensare che la compagna sia di sua proprietà, che non abbia diritto a una propria opinione e men che meno a ribellarsi. I dati sfatano anche il mito che a essere violenti sono gli stranieri: l’80,2% delle vittime è italiano, come il 74% dei carnefici. I femminicidi, ovvero le violenze conclusesi con un tragico epilogo, rappresentano il 34% di tutti gli omicidi, sono aumentati nell’ultimo anno e in 6 casi su 10 l’assassino è partner o ex. Si tratta di una vera e propria strage di innocenti”.

 

“La politica non può più ignorare questi dati, specialmente il 25 novembre, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Con il Codice Rosso si è fatto un primo passo nel combattere questi fenomeni, ma occorre far capire, attraverso campagne di sensibilizzazione sempre maggiormente diffuse soprattutto tra i giovani ragazzi,  che l’uomo e la donna sono paritari in tutto e vi deve essere rispetto tra loro”, terminano le portavoci.

Aumentano le risorse pubbliche per i centri e le strutture di protezione e contrasto alla violenza contro le donne: il fondo nazionale 2018 ha assegnato al Veneto 1,5 milioni di euro, di cui quasi un terzo (480.479 euro) sono destinati a istituire nuovi sportelli e nuove strutture di accoglienza. Il rimanente, pari a 1.103.737 euro, va a finanziare le strutture esistenti: 25 sportelli territoriali, 22 centri antiviolenza e 21 case rifugio. 

 

“Registriamo un significativo aumento delle risorse nazionali trasferite al Veneto – sottolinea l’assessore regionale alla sanità e al sociale Manuela Lanzarin, che ha portato il riparto all’approvazione della Giunta – necessarie sia per dare continuità al lavoro dei centri già esistenti, sia per potenziare la rete territoriale delle strutture di prevenzione e accoglienza. Quest’anno sono aumentati del 13,5 per cento i fondi per le strutture esistenti e del 57 % le risorse per istituirne di nuove. Con il provvedimento appena approvato la Regione Veneto ha già provveduto al riparto dei fondi tra le 43 strutture e i 25 sportelli, secondo criteri di omogeneità distributiva. E ha inoltre dato il via alla predisposizione dei nuovi bandi per l’apertura di nuovi centri. Con i nuovi fondi, secondo quanto concordato con il tavolo di coordinamento regionale, sarà possibile attivare due nuovi centri antiviolenza, due case rifugio e aprire nuovi sportelli di centri antiviolenza già operanti. Comuni, Ulss e associazioni potranno presentare a breve le loro proposte progettuali”.

I dati 2018

Lo scorso anno i Centri antiviolenza del Veneto hanno registrato 8464 contatti e un aumento del 79% delle segnalazioni. I nuovi casi di vittime di violenza presi in carico dalle strutture venete sono stati 2373, 280 in più rispetto al 2017.
Tradotto: in Veneto ogni 300 donne residenti una si è rivolta a un Centro antiviolenza e una ogni 700 è stata presa in carico.

“Sono cose che a sentirle raccontare potrebbero perfino non sembrarci vere, da quanto sembrano riportarci in anni oscuri in cui i bambini erano alla mercè del maestro. Invece sono vere ma per fortuna, grazie ai Carabinieri di Vittorio Veneto, per questi piccoli malcapitati l’incubo è finito. Ai militari e alla magistratura inquirente va tutto il nostro ringraziamento per non tenere bassa la guardia contro chiunque non capisca che a casa nostra nessuno può sentirsi al di sopra delle regole”.

 

Così il Presidente della Regione del Veneto Luca Zaia esprime soddisfazione per l’indagine dell’Arma in una scuola coranica a Pieve di Soligo, dove sembra che l’imam intervenisse con pene corporali e maltrattamenti pesanti sui ragazzini che non apprendevano nel modo da lui sperato.

 

“Non ci stancheremo mai di ripeterlo – prosegue Zaia. – Nessuno può scambiare il Veneto per una terra dove si può fare di tutto e delinquere impuniti. Mentre a Roma c’è chi fa le pulci alla scuola che prevediamo con l’autonomia, personaggi come questo imam applicano metodi di insegnamento che nulla hanno a che fare con l’educazione e sanno solo di sopraffazione verso i più deboli. Qualcuno ci parlerà, con il solito finto buon senso di facciata, delle difficoltà create dall’integrazione multietnica. Noi, invece, pensiamo che persone del genere vadano perseguite e non debbano restare nella nostra terra. Per questo rinnovo il mio plauso ai Carabinieri che ancora una volta hanno dimostrato di saper fare il loro mestiere per il bene della comunità”.

Sempre più donne in Veneto si rivolgono ai Centri antiviolenza: il report annuale sull’attività dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio (da oggi online nel sito della Regione Veneto) rivela che nel 2018 le segnalazioni sono aumentate del 79% circa, passando dai 4733 contatti registrati nel 2017 agli 8464 dello scorso anno. In media, un contatto su tre si traduce in una effettiva presa in carico dalle strutture. Lo scorso anno i nuovi casi presi in carico dai Centri veneti sono stati 2373, 280 in più rispetto al 2017. Tradotto: in Veneto ogni 300 donne residenti una ha preso contatto con un Centro antiviolenza e una ogni 700 è stata presa in carico.

 

 

L’assessore Lanzarin: “In arrivo più fondi e nuove strutture per potenziare la rete”

“È un segnale da seguire con attenzione – commenta l’Assessore regionale al sociale, Manuela Lanzarin – Se, da un lato, è la spia di un dramma sociale dagli esiti spesso tragici che continua a persistere nella nostra società, come purtroppo le cronache ci testimoniano, dall’altro conferma la valenza e l’attività di una rete di servizi, sia pubblici sia privati, sempre più diffusa e omogenea nel territorio, che si è strutturata e qualificata nell’offrire risposte alle donne in difficoltà e sotto minaccia. Quest’anno, con una variazione del bilancio regionale, abbiamo assegnato 100 mila euro in più alla rete delle strutture antiviolenza, portando così la posta complessiva a 600 mila euro. Sono risorse regionali che, integrate ai fondi statali per strutture e attività formative/sensibilizzazione, garantiscono un supporto indispensabile al lavoro continuativo dei Centri antiviolenza e relativi sportelli e delle Case rifugio. Consentiranno, inoltre, di avviare a breve una nuova campagna di informazione e sensibilizzazione, perché le donne sappiano a chi rivolgersi per chiedere aiuto e sostegno”.

 

La strutture attive in Veneto per contrastare la violenza contro le donne e accogliere e proteggere le vittime sono salite a 44 (22 centri antiviolenza e 22 case rifugio), con l’apertura di un nuovo centro antiviolenza a Legnago e di tre case rifugio nelle province di Verona, Treviso e Padova. Altri due Centri  antiviolenza sono in fase di avvio, ad Asiago e a Cogollo del Cengio, e una nuova Casa rifugio aprirà presto ad Asolo. La provincia con maggiore copertura territoriale è Venezia, con 6 strutture attive e 3 sportelli, seguita da Padova (4 centri e 5 sportelli territoriali). I finanziamenti pubblici in media riescono a coprire più del 70 per cento  del costo totale delle strutture.

 

I percorsi delle donne presso i Centri antiviolenza durano in media un anno e mezzo e in due casi su tre giungono a  termine. Quelli di ospitalità e reinserimento nelle Case rifugio durano in media circa tre mesi e nel 50 per cento dei casi consentono alle donne di acquisire una loro autonomia.

 

Chi si rivolge ai Centri antiviolenza

A rivolgersi ai Centri antiviolenza sono in prevalenza le donne italiane (67%), coniugate o conviventi (59%), con un grado di istruzione medio alto (64%) e con un lavoro ( 52%), quasi sempre con figli (68%). In sei casi su 10 i figli sono testimoni delle violenze, e quindi a loro volta vittime da assistere e proteggere.   Le donne riferiscono agli operatori dei centri di essere vittime in prevalenza di violenze psicologiche (50,6 % delle segnalazioni) e di violenze fisiche (37,5%). Ma solo in un caso su 3 si rivolgono ai servizi di Pronto soccorso (754 accessi su 2110 violenze subite) e solo una su quattro prende il coraggio di denunciare la violenza alle Forze dell’Ordine. Percentuale invariata negli anni, nonostante il continuo aumento delle segnalazioni ai Centri antiviolenza.

 

Il report 2019 sugli interventi regionali per prevenire e contrastare la violenza contro le donne è consultabile a questo indirizzo: http://www.regione.veneto.it/web/relazioni-internazionali/rilevazione-delle-strutture-regionali.

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Volevano salire in autobus con un pitbull e, di fronte al diniego opposto dal conducente, come da regolamento, hanno deciso di fargliela pagare. Il giorno dopo lo hanno atteso al varco, pigliando la stessa corsa; lo hanno provocato e offeso e lo hanno picchiato davanti a numerosi altri passeggeri, atterriti. Ma adesso a dover pagare saranno loro.

 

La Procura di Venezia ha chiesto il rinvio a giudizio per i due giovani teppisti autori dell’ennesima aggressione ad un autista Actv, avvenuta il 17 ottobre 2017: dovranno comparire all’udienza preliminare il prossimo 12 giugno.

 

L’accaduto

 

Vittima del gravissimo episodio, in un periodo di escalation di atti di violenza nei confronti del personale dell’azienda, un (oggi) 62enne di Montebelluna, nel Trevigiano, con 36 anni di servizio alle spalle, che è assistito da Studio 3A: “teatro” del pestaggio, un bus della linea 6E Scorzè-Mestre, precisamente la corsa partita alle 17.03.

 

In realtà la vicenda ha un antefatto fondamentale il giorno precedente, il 16 ottobre, quando i due imputati, M. M., (oggi) 30 anni, di origine marocchina residente a Zero Branco, in provincia di Treviso, e R. T., (oggi) 22 anni, di Scorzè, fanno per salire alla fermata di fronte al municipio di Scorzè, ma con un pitbull al guinzaglio di proprietà di uno dei due.

 

Il conducente fa presente loro che non possono portare l’animale, che non era proprio un “cagnolino” e che peraltro, proprio mentre discutono, si strappa la museruola: spiega che il regolamento, affisso anche sul mezzo, vieta di prendere a bordo cani di media e grossa taglia e di razze pericolose per tutelare l’incolumità dei passeggeri.

 

La diatriba

Ma questo concetto, anche di buon senso, non viene recepito dai due giovani, che reagiscono in modo aggressivo, offendono e minacciano il conducente (“te la faremo pagare”), tanto da costringerlo a chiudere in fretta le porte, e prendono pure a calci l’autobus.

 

Mantenendo fede alla “promessa”, visto che gliel’avevano “giurata”, l’indomani, 17 ottobre, i due (stavolta senza animale), qualche fermata più in là nel tragitto verso Mestre, al confine con Martellago, salgono sullo stesso autobus e sulla stessa corsa partita da Scorzè alle 17.03, sperando evidentemente di ritrovare lo stesso conducente: infatti, alla guida c’è proprio il 62enne, in servizio con il medesimo turno e sulla stessa tratta del giorno precedente.

 

L’agressione

Grazie per avermi fatto salire con il cane, ieri”. Poi giù una prima offesa, esordisce il padrone dell’animale passando accanto all’autista. Il quale cerca nuovamente di spiegare il motivo del suo diniego, ma è fatica sprecata: il proprietario del pitbull e il compare cominciano a inveire contro di lui, si avvicinano sempre più minacciosi, lo sfiorano con le mani.

 

L’intervento delle forze dell’ordine

Al che il conducente fa per chiamare le forze dell’ordine con il telefonino, ma i due glielo strappano di mano e, al suo tentativo di riprenderselo, si materializza l’aggressione fisicalo scaraventano a terra e lo prendono a calci e pugni.

 

È solo grazie all’intervento di alcuni passeggeri che i due balordi si fermano e l’autista, malconcio, riprende il suo posto al volante e riparte. Durante il tragitto però riesce a chiamare i carabinieri che intercettano il bus alla fermata dei Quattro Cantoni, a Mestre, e bloccano, prendono in consegna e identificano gli autori del pestaggio.

 

Le lesioni

Il 62enne stringe i denti, completa il suo turno di servizio; tornato al capolinea, informa subito dell’accaduto il suo responsabile e si reca per le cure del caso al Pronto Soccorso dell’ospedale di Montebelluna. Lì gli riscontrano un trauma contusivo allo zigomo sinistro, un’escoriazione al collo e una contusione muscolare da percosse alla coscia destra; giudicate guaribili in 12 giorni.

 

Ma le lesioni fisiche sono niente in confronto al turbamento emotivo causato dall’episodio e alla sindrome ansioso depressiva che il malcapitato svilupperà e che estenderà la prognosi a oltre 40 giorni. L’autista, che nel frattempo è andato in pensione, per lungo tempo ha avuto il terrore di riprendere il lavoro; con il pensiero di poter rivivere la stessa esperienza e non ha svolto i suoi ultimi mesi di attività con la dovuta serenità.

 

La denuncia

Per ottenere giustizia, il conducente si è affidato, attraverso la consulente personale Daniela Vivian, a Studio 3A-Valore S.p.A.; società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini. Questa peraltro ha stipulato una convenzione ad hoc con il Cra Actv; proprio per assistere autisti e personale viaggiante dell’azienda che si trovassero a subire le stesse situazioni supportando anche altri conducenti.

 

È stata presentata denuncia querela, fornendo anche le indicazioni di una testimone, una passeggera. La Procura di Venezia, per il tramite del Pubblico Ministero dott.ssa Carlotta Franceschetti ha aperto un procedimento penale; l’ha fatto indagando i due giovani per i reati di lesioni personali gravi in concorso. Al termine delle indagini preliminari, ne ha chiesto il rinvio a giudizio al Gup del Tribunale, dott.ssa Marta Paccagella.

 

La quale ha fissato l’udienza preliminare per il 12 giugno, alle 9,45, presso la cittadella della Giustizia di piazzale Roma. Un processo dal quale il conducente e Studio 3A si aspettano non solo giustizia ma anche un segnale forte contro questi inaccettabili atti di violenza nel luogo di lavoro.

Cosa manca al 25 novembre

 

Si chiude il sipario anche su questo 25 novembre. Il rosso resterà, ma sarà il vestito di Babbo Natale ravvivato da infinite lucine che già si impongono su piazze e vie. Dentro le case resterà tutto come prima, gli uomini continueranno ad agire violenza, le donne a subirla, i minori ad assisterla. Le denunce aumenteranno, ma la violenza non si fermerà. Perché?

 

Perché le manifestazioni in se stesse non possono fermare comportamenti e relazioni sbagliate.

 

Perché ad essere deviati sono i comportamenti, frutto di una gestione non riuscita delle emozioni che viviamo in modo distorto da quando siamo bambini.

La violenza di genere non viene attuata perché si è malati. È una scelta. È la risultante di una eccessiva fragilità dell’uomo. Non una prova di forza, esattamente l’opposto: una prova di debolezza.

 

La violenza di genere è in aumento come numero di denunce del fenomeno grazie alla crescente autonomia e consapevolezza della donna. Perché è vero che se esiste un uomo che usa violenza, esiste una donna che lo permette e lo giustifica.

 

Ma se non è una malattia, cos’è che porta l’uomo a scegliere la violenza?

Dobbiamo andare indietro nel tempo ed avvolgere il nastro della nostra vita.

All’uomo è stato vietato quando era bambino di aver paura. E allora ha imparato a convogliare tutto nella rabbia. Alla donna non è stato insegnato a ribellarsi. Allora può sprofondare nella tristezza e nella passiva accettazione di un comportamento violento verso di lei.

 

Questo il nocciolo della questione. C’entrano le emozioni.

 

È emozionante organizzare e partecipare all’infinita serie di eventi per dire stop alla violenza? Sicuramente si. Tutti uniti per un mondo che rifiuta la violenza.

La sensibilizzazione contro la violenza di genere è stata in questi ultimi anni una importante ed utile presa di coscienza di un fenomeno nuovo che è diventato ben presto un’emergenza sociale. Ma non è sufficiente. Anzi rischia di restare solo in superficie. Di essere atto esteriore. Di diventare un appuntamento sociale e culturale, senza ambizione di risoluzione.

 

Mi ricorda una ricorrenza che scandisce una stagione: tra il vino di San Martino e l’Avvento con l’otto dicembre che apre le porte al Natale, c’è il 25 novembre, quello delle scarpe rosse, dei sacchetti di pane, delle figure di cadaveri, delle panchine rosse, dei rossetti sotto l’occhio e chissà cosa altro.

Ogni retorica di tutti i discorsi impegnati crolla di fronte alla realtà della famiglia, dove si combatte ogni istante una dura lotta. Per la sopravvivenza. Per ritrovare la serenità. Senza strumenti adeguati.

 

Ogni singola manifestazione dovrebbe avere l’unico scopo di chiedere con forza che vengano finalmente attuate delle politiche sociali finanziate da ingenti risorse economiche. Il volontariato e gli eventi a zero costo possono essere importanti per tenere alta l’attenzione affinché, e qui il nocciolo, siano progettate e stabilmente finanziate le seguenti operazioni.

 

NUMERO UNO: a tappeto, su ogni scuola di ordine e grado devono essere realizzati degli specifici interventi da parte di professionisti sulla gestione delle emozioni, sul rispetto di genere, sull’affettività.

 

NUMERO DUE: devono essere fatti investimenti sulla formazione di forze dell’ordine e di personale medico, figure che dovrebbero essere coadiuvate da psicologi ben formati su questo fenomeno.

 

NUMERO TRE: servono politiche sociali che prendano in carico l’uomo agente di violenza, che riescano a sistemarlo in appartamenti “sgancio” invece di allontanare sempre la donna con i figli.

 

NUMERO QUATTRO: servono finanziamenti stabili per case rifugio e misure speciali per i figli che hanno assistito alla violenza.

 

Il quadro normativo è stato oggetto di grande attenzione negli ultimi anni e può esser considerato sulla giusta via di perfezionamento. A mancare sono le risorse per una seria prevenzione. Oltre che un vuoto totale sul recupero dell’uomo maltrattante.

 

Questo è ciò che dovrebbero chiedere tutte le persone vestite di rosso ogni 25 novembre.

 

Simona Guardati
Assessore Bilancio, Cultura e Pari Opportunità
Comune Casier (TV)

Martedì 27 alle 20.30 al centro sociale un incontro sul tema dello stalking, venerdì 30 novembre alle 11.00 in Piazzetta del Teatro coreografie a cura della scuola secondaria di primo grado M. Hack e uno spettacolo il 1° dicembre a cura degli Attori per Caso per gli studenti del Liceo Berto

 

In occasione della ricorrenza del 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a Mogliano il mese di novembre è stato dedicato ad iniziative mirate a ribadire il NO incondizionato alla violenza sulle donne, a creare momenti di incontro per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza perpetrata contro le donne, una piaga che non si arresta, che riempie le cronache giorno dopo giorno e che spesso viene esercitata all’interno delle mura domestiche.

 

“Non possiamo accettare passivamente la violenza alla quale la cronaca ci pone di fronte, ogni giorno. Donne, mogli, fidanzate, bambine sono vittime fino a perdere la vita, magari dopo anni di vessazioni di ogni tipo, fisica, psicologica, economica. I numeri sono impressionanti, e tendono a crescere. Non solo dobbiamo urlare il nostro no, ma dobbiamo puntare a sradicare l’ignoranza che genera questi gesti di cui sono protagonisti mariti, fidanzati, uomini che credono che la donna sia un oggetto di loro possesso. Dobbiamo lavorare sull’educazione, fin dalle giovani generazioni, a casa, a scuola, nei luoghi di aggregazione. Per questo, ancora una volta, con una rete sempre più ampia, ci siamo impegnati per dare alla cittadinanza spunti di conoscenza e riflessione, a tutti i livelli di interesse, un progetto che non si limita solo al rappresentativo mese di novembre”, commentano il Sindaco Carola Arena, e l’assessore alle pari opportunità Daniele Ceschin.

 

Il ciclo di iniziative si conclude con tre appuntamenti. Martedì 27 novembre alle 20,30 al centro sociale, in piazza Donatori di Sangue, avrà luogo l’incontro “Quando l’amore diventa controllo. Riflessioni, caratteristiche e strumenti di tutela per conoscere lo stalking”, a cura del Centro Donna, con la collaborazione del Gruppo Quante Storie. La serata prevede l’intervento di Cludia Ceccarello, psicologa di La Esse, incentrato su “Le dinamiche delle relazioni persecutorie”, al quale seguirà il contributo di Cinzia De Angeli, avvocata esperta di diritto di famiglia, la quale parlerà di “Riflessioni, caratteristiche e strumenti di tutela per conoscere lo stalking”. Chiuderà l’appuntamento la proiezione del video “Questo non è amore, è possesso”, realizzato da Il Progetto di Alice, nell’ambito di un laboratorio per le scuole. L’ingresso è libero.

 

Inizialmente in calendario lunedì 26 novembre e posticipata a causa del maltempo, venerdì 30 novembre, sempre alle ore 11.00 in Piazzetta del Teatro, si svolgerà l’iniziativa “Nessuna conseguenza”, coreografie a cura delle classi terze della scuola secondaria di primo grado Margherita Hack. Per concludere, sabato 1° dicembre alle 10,30 (Cinema Teatro Busan), riservato agli studenti del Liceo Berto, lo spettacolo “C’erano una volta le streghe…!” a cura dell’Associazione Culturale Attori per Caso, con la regia di Patrizia Marcato.

 

Il programma quest’anno è promosso  assieme alla Commissione per le Pari Opportunità sovracomunale, cui il comune di Mogliano aderisce assieme a quelli di Casier, Preganziol, Casale sul Sile, Zero Branco e Marcon, in collaborazione con la propria Consulta per le Pari Opportunità, la SOMS, l’Università Popolare di Treviso, scuole, associazioni e gruppi del territorio, particolarmente sensibili alla tematica.

 

Ieri mattina, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, presso il “Centro Culturale De Andrè” di Marcon, è stata inaugurata una “Panchina Rossa”, simbolica rappresentazione del “posto occupato” da una donna vittima di violenza.

 

L’iniziativa aderisce a un progetto nato in Sicilia, denominato per l’appunto “Panchina Rossa”, e vede coinvolto anche il Comune di Marcon grazie alla Commissione Pari Opportunità Chimici e Fisici del Veneto: attualmente sono circa 45 i Comuni che hanno aderito. Un’occasione per riflettere su un tema che in Italia mantiene carattere di emergenza, con cifre che purtroppo ogni giorno devono essere aggiornate.

 

La scrittrice marconese Cosima Spinelli ha interpretato alcune testimonianze di donne vittime di violenza, per non dimenticare e lanciare il messaggio di “non abbassare mai la guardia”.

 

Alla conclusione delle letture, la panchina rossa, installata per l’occasione di fronte al Centro Culturale, è stata scoperta e mostrata al pubblico, alla presenza del Sindaco del Comune di Marcon Matteo Romanello, dell’Assessore alle Pari Opportunità Carolina Misserotti e del Presidente della CPO Chimici e Fisici del Veneto Doriana Visentin.

 

Sulla panchina è stata posta una targa commemorativa che recita la frase del biochimico e scrittore Isaac Asimov: “La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”.

 

L’inaugurazione ha fatto parte della manifestazione “Staffetta del terraglio contro la violenza sulle donne”, che comprendeva molteplici eventi realizzati nei diversi comuni che fanno parte della CPOI (Commissione Pari Opportunità Intercomunale).

 

Informazioni: Comune di Marcon

 

Da stanotte a lunedì 10 dicembre, le facciate di Ca’ Farsetti e Ca’ Loredan a Venezia, e del Municipio e della Torre civica a Mestre, saranno illuminate di arancione.

 

Il Comune di Venezia aderisce infatti alla campagna “Orange the World: #HearMeToo” contro la violenza sulle donne, lanciata in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che si celebra in tutto il mondo il 25 novembre.

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