Home / Posts Tagged "riflessione"

A Nelson, una città balneare della Nuova Zelanda, una donna del posto stava facendo la sua nuotata mattiniera quotidiana, quando dal nulla una mostruosa massa nera e bianca le è apparsa a fianco. L’orca ha nuotato al fianco della nuotatrice fino a quando questa è arrivata a un fondale basso. Passato il momento di panico, la donna si è accorta che la creatura non aveva intenzione di ferirla, quantomai mangiarla: l’animale acquatico in cima alla catena alimentare voleva semplicemente farle compagnia per una nuotata. Cambio di scena: siamo a Sea World in una giornata di febbraio quando Tilikum, un’orca tenuta in cattività, quando questa decide di trascinare la propria allenatrice, Dawn Brancheau, nella piscina e ucciderla. Quando la notizia fece il giro del mondo, si realizzò che la stessa orca fu coinvolta nell’omicidio di altre due persone, tra cui un altro allenatore e un trasgressore troppo curioso. Se si pensa di attribuire un istinto omicida più marcato nella seconda orca, ci si sta sbagliando: non si è mai registrato un incidente a danno di un essere umano da parte di un’orca nel loro habitat naturale, l’oceano.

 

L’orca non è certo l’unico animale a soffrire in cattività. Perché allora manteniamo animali selvatici negli zoo? Gli zoo seguono la logica della conservazione: i singoli animali devono sacrificare la loro libertà per far sì che la specie possa essere protetta. La logica conservazionista s’incarna in tutta la sua persuasività in un acquario come quello di Monterey, che vanta un centro di ricerca, un ufficio di politica ambientale e delle attività didattiche pubbliche d’avanguardia. Molte delle sue creature sembrano felicissime di essere lì, per quanto sia possibile giudicarlo, e altre sembrano perfettamente ignare di dove si trovano. È certo che molti di questi animali vivrebbero meno a lungo e sarebbero meno sani se fossero nel loro habitat originale. Eppure rimangono dei dubbi etici, sollevati da creature come i polpi, che anelano così chiaramente alla libertà. Se si è mai stati testimoni dello sguardo depresso di uno scimpanzé imprigionato, si capisce di che cosa si sta parlando. Se ci ricordassimo che sono molto più simili a noi di quanto vogliamo ammettere, forse li lasceremmo in pace. Chi sostiene che tutti gli zoo dovrebbero chiudere basa il proprio manifesto su ragioni come la capacità limitata dello spazio, che fa soprattutto soffrire gli animali di grandi dimensioni come gli orsi polari e le tigri, o come la prossimità agli umani e altre specie sia innaturale alla loro esistenza.

 

Se sappiamo quanto gli zoo siano dannosi agli animali, per lo più sulla loro saluta mentale che su quella fisica, perché li accettiamo come un intrattenimento accettabile nella società?

 

A parte il fattore intrattenimento, che da solo non potrebbe giustificare la sofferenza di tanti animali in un habitat alieno, chi si oppone alla chiusura degli stessi solleva altrettante buone ragioni per mantenerli aperti: possono educare il pubblico alla fauna selvatica e a come si può agire per proteggerla. In più, alcuni zoo fanno un enorme sforzo in termini di risorse e tempo per proteggere animali che non sarebbero al sicuro nel loro habitat naturale. Alcuni tengono sotto la loro protezione animali a rischio, o che sono stati cacciati e feriti, con l’intenzione di reintegrarli nel loro habitat.

 

Gli zoo possono essere considerati in una luce più positiva, ma non dovrebbero intralciare una realtà più grande: se l’ambiente non fosse minacciato dall’urbanizzazione e dall’inquinamento ambientale, non ci sarebbe bisogno degli zoo e della conseguente infelicità di tanti animali. Lasciare spazio alle altre specie e conservare il loro habitat naturale sarebbe un atteggiamento molto più sensibile e maturo che urbanizzare il mondo come se non avessimo gli animali come vicini di casa.

Riceviamo e pubblichiamo una bellissima riflessione sul tema della fiducia legata a questi tempi difficili, a firma di Costantino Coros, presidente di Azione Cattolica, diocesi di Velletri-Segni

 

Nella prova, la fiducia. Questo è il traguardo al quale si deve e si può tendere in tempi difficili come quelli che tutti stiamo vivendo affrontando l’emergenza dovuta alla diffusione del Coronavirus (COVID-19).

 

Fiducia, termine poco praticato da questa società frammentata e fragile. Per citare, una riflessione fatta da Ivo Lizzola, docente di Pedagogia sociale e della Marginalità all’università di Bergamo, per l’associazione di volontariato Anteas: Un desiderio di stare in pace, affidandosi gli uni agli altri.

 

Ecco che all’improvviso la realtà ci chiama con forza a riscoprire il tesoro della fiducia. Per compiere questo passo, la prospettiva di riferimento a cui attingere è la “relazione”, la quale si propone di rimettere al centro i valori di “solidarietà, comunità e volontarietà”. Ciò significa, come persone, farsi attori fecondi per un dialogo che sappia abbracciare la gratuità e il dono secondo un agire che pone come immagine concreta di riferimento quella della ‘lavanda dei piedi’. “Dal momento in cui il Signore lavò i piedi ai suoi discepoli e insegnò loro a fare altrettanto’ ha indicato la ‘Via’, quella del ‘servizio’. Quella della diakonia, dello scambio che salva, nel senso più autentico di diakonia, come messaggio che invita alle nozze e che poi si mette al servizio del banchetto delle nozze del figlio del Re” (Mt 22, 1-2).

 

Così, la condivisione gratuita assume un ruolo propulsore, non solo per preservare e valorizzare le risorse disponibili, ma anche per crearne di nuove. A questa si affiancano il dono e la reciprocità delle relazioni. La relazione umana fondata sul paradigma del dono avvia tra le persone percorsi di fiducia, di legami amicali e liberi, sbilancia i rapporti facendo passare i significati dalle ‘cose’ che si mettono in circolo alle ‘relazioni’ che si stabiliscono tra le persone stesse. Umanizza la vita sociale. Dunque, la gratuità, il dono e la fiducia contribuiscono a costruire “comunità attive” capaci di formare reti di prossimità in grado di ri-costruire legami sociali.

 

Riuscire ad intercettare solitudini e fragilità sociali, secondo logiche di cittadinanza attiva, è una grande sfida collettiva per costruire un’alternativa credibile e sostenibile all’attuale imperversare di sterili e disaggreganti egoismi, contrastando il disagio e le marginalità presenti nei territori, fino a promuovere comunità più inclusive ed accoglienti, sconfiggendo il virus dell’indifferenza.

La storia umana è piena di epidemie e pandemie ma quelle degli ultimi anni hanno avuto in comune un rapporto diretto con lo sfruttamento degli animali.

La diffusione e la crescita degli allevamenti intensivi di animali nel pianeta è oggi una delle principali cause di diffusione di malattie animali (zoonosi) e di passaggi di virus da animali a uomini con la conseguente diffusione di epidemie o peggio pandemie.

 

Esempi ne sono l’epidemia di influenza aviaria, proveniente dalle concentrazioni di volatili in est asiatico, o dei suini in Messico, da uno dei maggiori allevamenti di suini del Pianeta. Dal 2018 in Cina si sta diffondendo la peste suina, che ha costretto le autorità di diversi Paesi dell’Asia ad uccidere circa 450 milioni di suini nel corso del 2019, costringendo la Cina ad approvvigionamenti di carne congelata, anche dal nostro Paese. Ciò nonostante in Cina si costruiscono allevamenti di maiali alti come grattaceli, dentro i quali milioni di vite vengono recluse per tutta la loro breve esistenza. Da noi le fabbriche degli animali sono a un piano, ma non hanno nulla da invidiare come prigione, per un suino che deve vivere al buio, nel letame e stressato dalla concentrazione di confratelli.

 

Il nuovo Coronavirus si è diffuso nel mercato degli animali Huanan, nella città di Wuhan. I mercati dove si vende carne cruda, sono presenti in tutto il mondo, e in Cina la loro situazione è tra le peggiori: vi si trovano volpi, cammelli, conigli, struzzi, capre, cani e una lista infinita di altri animali, tra cui il pangolino. Ogni animale porta con sé il suo virus e, all’interno del mercato, lo trasmette ad altre specie. Questi mercati sono un esempio di crudeltà verso gli animali, di comportamenti alimentari capaci di consumare qualsiasi essere, e dell’adozione di comportamenti sanitari pericolosi per tutti, come ormai ampiamente provato.

 

Sul Coronavirus

È successo con il Coronavirus, con l’influenza aviaria, che ancora oggi costringe al massacro centinaia di milioni di volatili in tutto il mondo nel tentativo di fermare la diffusione di questa epidemia. Succederà di nuovo, se non impariamo dagli errori che questo modello di sviluppo e di alimentazione sta determinando.

 

La più grande estinzione di specie animali è in corso e i suoi effetti sono paragonabili a uno dei 5 eventi dell’era fossile. Le specie diminuiscono ad un tasso percentuale di oltre il 30 % negli ultimi 5 anni e l’accelerazione è incontrollabile, con effetti negativi anche sui cambiamenti climatici.

 

L’emergenza Coronavirus impone a tutti noi, alla politica, alle istituzioni nazionali e internazionali, cambiamenti radicali e profondi sul mondo interconnesso, casa sempre più piccola e angusta per più di 7 miliardi di persone ed oltre 70 miliardi di animali allevati e consumati ogni anno.

 

“Dobbiamo scegliere se vogliamo usare il nostro suolo per alimentare gli animali o le persone – afferma Roberto Bennati, Vicepresidente LAV. – La nostra agenda è semplice: vogliamo impiegare un ettaro di terra per dare nutrimento a 30 persone con proteine vegetali, o trasformare le proteine vegetali in proteine animali e far mangiare solo 5 persone?”

 

L’80% della soia, infatti, oggi viene impiegata come mangime negli allevamenti intensivi e l’80% degli antibiotici prodotti negli Stati Uniti è destinato agli animali. “Ogni anno 2 milioni di persone contraggono un’infezione resistente agli antibiotici e 90 mila di esse muoiono: questo a causa della resistenza generata dalla somministrazione agli animali” (Centri per il controllo delle malattie umane – USA).

 

Questa moderna pandemia insegna a tutti noi che dobbiamo cambiare il rapporto con la Natura, con l’alimentazione e con gli animali. Fermiamo il traffico di specie per riempire le nostre case di animali esotici provenienti da tutto il mondo, cambiamo la nostra alimentazione verso le proteine vegetali, adottiamo comportamenti che siano più rispettosi e leggeri sull’ambiente, miliardi di animali, noi e la nostra casa-Pianeta potremo sopravvivere ed evitare nuove pandemie e una vita più sicura per tutti gli esseri viventi”, conclude Bennati.

Dopo il recente trasferimento voluto da Donald Trump dell’ambasciata americana a Gerusalemme, fatto che ha generato scontri e rappresaglie con 58 morti e 2000 feriti, oggi il Presidente del Guatemala Jimmie Morales è atterrato in Israele per inaugurare anch’egli l’ambasciata del proprio Paese accanto a quella degli U.S.A., entrambe traslocate da Tel Aviv. Il paese centro americano è il secondo dopo gli Stati Uniti a prendere questa delicatissima decisione in un momento di stallo degli equilibri internazionali.

 

Anche a seguito di queste mosse sulla scacchiera politica mondiale è molto attesa la partecipazione del Guatemala alla 16esima mostra di Architettura della Biennale di Venezia, che aprirà il 25 maggio.
Tra pochi giorni, per l’occasione, in Italia arriverà il ministro della Cultura del Guatemala, Josè Louis Chea Urruela, commissario del Padiglione Nazionale curato da Stefania Pieralice, Daniele Radini Tedeschi, Elsie Wunderlich.

 

La mostra dal titolo “Stigma”, ospitata a Palazzo Albrizzi Capello in Cannaregio (Venezia), oltre ad accogliere i diversi progetti degli architetti guatemaltechi punta i riflettori sull’opera estremamente attuale dei progettisti Caldara&Kluzer, membri del collettivo partecipante Ur Project. L’opera, intitolata “Architettura Virtuale. Real word”, riflette su pannelli dibond un grande planisfero attraversato da fibre ottiche luminose raffiguranti le connessioni internet (instagram, facebook, e social network) tra diversi paesi del mondo. Ovviamente la connessione tra Città del Guatemala e Gerusalemme assume in questo momento un significato politico ben definito, una presa di posizione netta di uno Stato in costante volontà di affermazione che conferma sempre più le eccellenti relazioni tra Morales e Benjamin Netanyahu.

 

 

In Guatemala esistono infatti diversi gruppi pro-Israele su Facebook quali Unidos pro Israele con 662.918 follower o Reporte Honesto che ne conta 205.000. Questo legame deriva anche dagli investimenti israeliti che hanno contribuito a fortificare l’esercito guatemalteco oltre all’aiuto fornito da Israele durante le più recenti catastrofi ambientali che hanno colpito il paese centro americano. Inoltre la connessione Guatemala Gerusalemme affonda le sue radici nella storia, poiché lo stato latino era stato il secondo, sempre dopo gli U.S.A., a riconoscere la sovranità dello Stato di Israele nel lontano 14 maggio 1948.

 

L’opera di Caldara&Kluzer configura quindi un’architettura alternativa, fondata sulla struttura della rete e attivata dalla conseguente risposta dell’umanità, al passo con in tempi e aperta al confronto socio economico globalizzato.
Gli espositori invitati nel Padiglione Nazionale Guatemala sono: Regina Dávila, Adriana P.Meyer, Marco Manzo, Studio Doumus, Elsie Wunderlich e Ur Project (Ana Aleman, Aldo Basili, Carlo Caldara & Federica Kluzer, Victor J.Cohen, Carlo Marraffa, Tina Marzo, Axel Paredes, Guillermo Pemueller, Lucia Tomasi).

 

L’ingresso alla mostra sarà gratuito dal 26 maggio al 25 novembre 2018.

“Nessuno sembra essere al riparo dai pesticidi. L’episodio accaduto a Colle Umberto dovrebbe far riflettere: una mamma che porta via il figlio dall’allenamento perché accanto al campo sportivo era in corso l’irroramento di un vigneto. Nonostante le promesse di Zaia stiamo assistendo a una vera e propria deriva, con l’impiego di queste sostanze tossiche anche a ridosso delle abitazioni. Quando si deciderà la Regione a fare una vera azione preventiva?”

 

A chiederlo è Andrea Zanoni, consigliere del Partito Democratico che ha presentato un’interrogazione a risposta immediata prendendo spunto dalla ‘protesta’ di una mamma che, anche con altri genitori,  ha deciso di non far allenare il figlio dopo che già in mattinata era stata costretta a ‘barricarsi’ in casa, a Cappella Maggiore, proprio a causa del trattamento di alcuni vigneti coi cosiddetti fitofarmaci.

 

“Non si tratta di episodi isolati, ma sempre più frequenti e i residenti sono esasperati. Non è un caso che domenica 13 maggio si terranno ben due manifestazioni ‘Marcia Stop Pesticidi’, una in provincia di Treviso, a Cison di Valmarino, a cui parteciperò e a cui hanno aderito oltre 100 associazioni, l’altra a San Pietro in Cariano, nel Veronese. È un problema molto sentito, a cui è doveroso dare risposte. Zaia farebbe bene a parteciparvi: dovrebbe essere il presidente di tutti, cosa che troppo spesso dimentica.”

 

“Il mondo della viticoltura con un occhio di riguardo al Prosecco, è generosamente finanziato: 55,9 milioni di euro tra il 2007 e il 2015 e 17,2 milioni di euro dal 2016 ad oggi attraverso il Piano di sviluppo rurale (Psr), 24,9 milioni con il Programma nazionale di sostegno del vino (Pns) dal 2009 al 2017 più altri 5,1 con i bandi di sviluppo locale. Sono ben 103 milioni di euro. A fronte di tanta generosità, pretendere il rispetto della salute dei residenti, evitando violazioni di legge ed abusi, è il minimo sindacale. La speranza – conclude Zanoni –  è che presto questi fondi, provenienti dalle tasse dei cittadini, possano essere vincolati, destinati esclusivamente alla viticoltura biologica libera da sostanze chimiche di sintesi dannose alla salute dei cittadini, all’ecosistema e all’acqua”.

A quasi un mese dal Social Day dello scorso 14 aprile, una giornata simbolo dell’impegno civile e della solidarietà celebrato in tutta Italia, il prossimo 15 maggio segue un’ulteriore tappa significativa di questo percorso di cittadinanza attiva.

 

Nel corso del Social Day a Mogliano Veneto sono stati raccolti complessivamente 3.224 euro a cura delle scuole Olme, Vespucci, Dante, Collodi, Piranesi, Frank e delle associazioni Il Castello, Il Pesco e GAS.
Martedì 15 maggio alle ore 18.00, all’Auditorium G. Scala della Scuola Media M. Hack, in via Roma 84, si svolgerà un incontro in cui, a nome di tutti i partecipanti, si verserà la somma a NATs Treviso per i progetti contro lo sfruttamento minorile.

 

La scuola secondaria di via Roma ha curato la raccolta alimentare con la Leva Civile, molte altre associazioni hanno organizzato laboratori e intrattenimenti vari.
Questi fondi sono stati raccolti il giorno del Social Day grazie alle attività degli studenti delle scuole cittadine e delle associazioni del volontariato. Fianco a fianco, attraverso la vendita di oggetti autoprodotti, hanno contribuito a finanziare progetti a sostegno dei diritti dei minori in Sud America. Parte attiva ha avuto il Consiglio Comunale delle Ragazze e dei Ragazzi di Mogliano, che ha aderito al Social Day dal 2011, con il supporto dell’Amministrazione comunale, coinvolgendo alunni, insegnanti, genitori e associazioni del territorio nella raccolta di fondi.

 

“Siamo davvero ben felici di ospitare questo incontro-testimonianza del 15 maggio – commenta il Sindaco, Carola Arena – che si inserisce in un quadro ampio di cittadinanza attiva in cui i protagonisti sono gli studenti delle nostre scuole e, in prima linea, il Consiglio Comunale delle Ragazze e dei Ragazzi di Mogliano. Un modo concreto per i nostri ragazzi per toccare con mano ciò che con la solidarietà è possibile conseguire e per entrare in contatto diretto con realtà che spesso sono vissute come molto lontane da noi”.

 

Questo incontro, grazie alla collaborazione con NATs per…Onlus, è infatti anche l’occasione per accogliere una delegazione NATs dalla Colombia, un’opportunità per riflettere, a partire dalla conoscenza di una situazione particolare, su temi importanti come i diritti dei minori, la partecipazione,  la cittadinanza attiva, il senso del Social Day e della solidarietà.
Saranno presenti Damian Alejandro Gomez Castaňo, educatore ventunenne dell’associazione Creciendo Unidos, e Camilo Andres Quintero Quintero, giovanissimo ragazzo lavoratore che vive nel municipio di Sardinata, zona interessata dal conflitto armato al confine con il Venezuela.

 

Questo incontro-testimonianza è legato alle attività del progetto “Desplazamiento No Mas-Colombia”.
“Quale modo migliore, quello di una testimonianza diretta, per i ragazzi del CCR e tutti gli studenti delle nostre scuole di entrare in relazione con realtà dove si combatte per uno stato civile in cui siano garantiti i diritti all’infanzia, per comprendere l’importanza dei diritti dei ragazzi, della solidarietà, di quello che può essere il contributo di ciascuno nel combattere e limitare le ingiustizie e le disuguaglianze?”, evidenzia Daniele Ceschin, Assessore alla Politiche Educative.

NATs per…Onlus è un’associazione di volontariato, nata a Treviso, che dal 2000 sostiene i movimenti NATs (Niňos, Niňas y Adolescentes Trabajadores – movimenti di bambini e adolescenti lavoratori organizzati), organizzazioni autogestite dai minori che le compongono e nate in Sud America a partire dagli anni Settanta. I NATs promuovono la conoscenza dei diritti dei minori e il loro riconoscimento, in particolare combattono ogni forma di sfruttamento rivendicando il diritto ad un lavoro degno. NATs per… sostiene vari progetti di cooperazione internazionale in Sud America, indirizzati a contrastare le condizioni di vulnerabilità vissute dai minori e ha definito, nel tempo, una proposta formativa per promuovere nel territorio l’idea del protagonismo e del lavoro minorile in una logica educativa e di crescita.

RIMANI SEMPRE AGGIORNATO SULLE ULTIME NEWS
ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER!

Notizie da Venezia, Treviso, Mogliano e dintorni