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Due notti fa, nell’area vicentina del Monte Grappa è avvenuta la prima cattura in Veneto di un esemplare di lupo al quale è stato apposto il radiocollare satellitare che d’ora in poi ne monitorerà tutti gli spostamenti.

 

Si tratta di una femmina adulta del peso di 35 Kg, in buone condizioni, non allattante. Non appena catturata, secondo le modalità del protocollo di intervento approvato dall’ISPRA e dal ministero dell’Ambiente, la lupa è stata sedata per effettuare le misurazioni biometriche, i prelievi per la genetica e apporre il radiocollare.

 

Subito dopo l’esemplare è stato rilasciato. Ora il radiocollare, mediante segnali Gps, consentirà di seguirne con regolarità comportamenti e spostamenti e di attivare, in via sperimentale, nuovi sistemi di allerta rapida, ogni qualvolta l’animale supererà le cosiddette ‘barriere virtuali’ per la sicurezza degli allevatori della zona.

 

Il monitoraggio del radiocollare rientra nelProgetto sperimentale per la gestione proattiva del lupo in Veneto attraverso catture e telemetria satellitare”, finanziato con 150 mila euro dalla Regione Veneto e affidato al gruppo lavoro messo in campo dal Dipartimento di medicina veterinaria dell’Università di Sassari, con il coordinamento scientifico del professor Mario Apollonio. 

 

La prima cattura con radiocollare effettuata nel territorio regionale è avvenuta nell’area del Monte Grappa, dove si segnala la presenza stabile di un branco dall’inverno 2016/2017. Sul Grappa il complesso lavoro di monitoraggio, appostamento e cattura ha avuto maggior fortuna, anche grazie alla minor presenza di turisti e villeggianti rispetto alle aree della Lessinia e Altopiano di Asiago.

 

 

Un commento dell’assessore all’Agricoltura Giuseppe Pan

“Grazie al posizionamento del radiocollare – evidenzia l’assessore all’Agricoltura Giuseppe Pan, che ha dato avvio al progetto sperimentale – sarà ora possibile testare i nuovi sistemi di allerta rapida, in grado di segnalare l’approssimarsi dell’animale a determinate aree sensibili. Ringrazio gli allevatori e il mondo venatorio locale che, in questi giorni, hanno collaborato e supportato il gruppo di lavoro dell’università di Sassari negli appostamenti e nel paziente lavoro di ‘aggancio’ dell’animale. Grazie alla loro disponibilità e attiva collaborazione, sarà ora possibile testare il nuovo sistema sperimentale di ‘virtual fances’e di allerta rapida. La collaborazione di allevatori e malghesi è fondamentale per mettere alla prova e affinare i nuovi sistemi tecnologici, che – se avranno successo – rappresenteranno un modo alternativo ed incruento per gestire la presenza del lupo in ambienti antropizzati e in aree vocate all’allevamento”. 

 

“A fine estate, una volta terminata la stagione turistica, oltre alla sperimentazione dei sistemi di allerta in Grappa, riprenderanno le sessioni di cattura anche nelle altre aree del Veneto dove si segnala la presenza del lupo, a cominciare da Lessinia e Altopiano di Asiago: obiettivo del progetto – ricorda l’assessore Pan – è poter disporre di un maggior numero di animali radiocollarati, con i quali sperimentare i nuovi sistemi di prevenzione in contesti ambientali diversi, in particolare là dove le condizioni di gestione dell’allevamento non consentono di installare i tradizionali recinti di protezione”. 

La Regione Veneto raddoppia i fondi regionali messi a disposizione quest’anno per la prevenzione delle predazioni da lupi e altri grandi carnivori. Con l’affidamento odierno ad AVEPA di ulteriori 62 mila euro, la Giunta regionale del Veneto, su proposta dell’assessore all’Agricoltura Giuseppe Pan, ha portato quest’anno a 120 mila euro le risorse del fondo regionale per la prevenzione dei danni causati a greggi e mandrie dall’assalto dei grandi carnivori.

 

 

Nel 2019 già accertati 148 capi uccisi e 26 dispersi 

Nel primo semestre 2019 gli attacchi del lupo in Veneto hanno causato la morte di 148 capi di bestiame (in prevalenza ovini e caprini), il ferimento di 13 e la dispersione di altri 26. Dati che, al momento, sembrano in leggera flessione rispetto al 2018, quando su base annua si registrarono 400 capi di bestiame uccisi, 50 feriti e 125 dispersi per un totale di 196 eventi di predazione, venti in più rispetto al 2017. Quest’anno particolarmente bersagliata risulta essere l’area della Lessinia, dove tra maggio e giugno, in poco più di un mese, il lupo ha attaccato e ucciso per 25 volte.

 

 

“Come sempre la Regione garantisce l’indennizzo al 100% di tutti i danni diretti e indiretti subìti a causa delle predazioni da lupo e da altri grandi carnivori: abbiamo già stanziato per quest’anno 200.000 euro a tale scopo”, conferma l’assessore Pan – “e accelerato al massimo le pratiche di indennizzo: risultano già  istruite tutte le istanze pervenute nel 2019, per un valore complessivo di 61.461 euro, di cui 43.591 già impegnati, e sono già state liquidate con quasi 10 mila euro le 15 istanze relative a predazioni avvenute a fine 2018 ma pervenute ad inizio anno”.

 

Assessore Pan: “Più prevenzione. Nell’80% dei casi il bestiamo non era protetto”

“Di fronte alla minaccia arrecata dal lupo alle attività di pascolo e di allevamento all’aperto la Regione assicura tutte le risorse necessarie e il massimo sforzo per velocizzare i tempi e aiutare gli allevatori nelle pratiche di indennizzo – prosegue Pan – ma ricordo che oltre l’80 per cento delle predazioni è avvenuto nei confronti di bestiame privo di qualsiasi forma di protezione o contenuto in recinzioni non adeguate. Per cui torno ad invitare pastori e allevatori a investire negli strumenti di prevenzione: oltre alle proprie risorse, la Regione mette a disposizione un milione di euro del Programma di sviluppo rurale nel biennio 2019-2020 per sostenere, sempre al 100%, le spese degli allevatori per recinzioni mobili, semipermanenti e fisse, dissuasori acustici e sistemi di allarme. Il bando per presentare domanda di finanziamento (Misura 4.4.3) resta aperto sino al 3 settembre”.

 

La Regione conferma anche la presenza diretta di 4 tecnici e di uno sportello dedicato nelle aree montane e pedemontane più a rischio per fornire informazioni, consulenza e orientamento agli allevatori nella programmazione e installazione delle misure di prevenzione e nella predisposizione delle istanze di finanziamento.

 

“Indennizzi, misure di prevenzione ed esperti localizzati nelle aree più a rischio, a servizio degli allevatori, sono le misure che la Regione ha attivato, nell’ambito delle proprie competenze e di concerto con le categorie interessate, al fine di contenere i danni causati dal lupo e dagli sporadici – al momento – esemplari di orso presenti nel nostro territorio. Ma condivido la preoccupazione del modo agricolo e degli allevatori in quota per la sopravvivenza delle attività di malga e il benessere di greggi e mandrie al pascolo. Tuttavia ulteriori e più efficaci strategie di contenimento della presenza del lupo potranno essere adottate solo se autorizzate dal Piano nazionale di gestione della specie: Piano di competenza del ministero dell’Ambiente e che il Veneto, insieme ad altre regioni, sta attendendo da anni e continua a sollecitare in tutte le sedi istituzionali, anche attraverso il puntuale aggiornamento dei dati sull’attività predatoria”.

Gli istituti agrari del Veneto, che per ragion didattiche hanno al proprio interno delle vere e proprie aziende agricole con una propria capacità produttiva, potranno partecipare ai bandi regionali per lo sviluppo rurale. È quanto prevede il nuovo articolo, presentato alla Giunta regionale del Veneto e approvato all’unanimità dalla commissione Attività produttive del Consiglio regionale, a integrazione del progetto di legge di adeguamento ordinamentale in materia di agricoltura, caccia, commercio e piccole e medie imprese.

 

Il testo (Pdl 390), in attesa ora del via libera della Affari istituzionali del Consiglio mercoledì 16 gennaio, sarà quanto prima all’esame per l’aula.

 

“Mi auguro che l’assemblea veneta possa approvare al più presto questo progetto di legge di adeguamento che aggiorna la normativa esistente – dichiara l’assessore all’Agricoltura Giuseppe Pan – Tra le novità previste c’è, appunto, l’equiparazione delle scuole agrarie allo ‘status’ di imprenditori professionisti: sarà così possibile consentire anche gli istituti superiori professionali agrari del Veneto di concorrere ai bandi regionali per l’ammodernamento delle strutture e dei mezzi dell’impresa agricola e beneficiare dei contributi pubblici per il rinnovo del parco macchinari o di quelle strumentazioni indispensabili, sia dal punto di vista didattico, sia per migliorare la produttività dei propri laboratori”.

 

“Parificare le scuole alle aziende nell’accesso ai fondi pubblici per l’innovazione significa aiutare l’attività didattica e premiare l’imprenditorialità e la propensione allo sviluppo degli istituti di formazione superiore – prosegue Pan – Da queste scuole escono gli imprenditori e i tecnici del settore primario di domani. La preparazione professionale e culturale dei ragazzi che si preparano ad entrare nel mondo produttivo dell’agroalimentare rappresenta un essenziale fattore moltiplicatore dell’innovazione del settore. È pertanto un investimento lungimirante far rientrare queste scuole altamente professionalizzanti nella platea degli imprenditori agricoli che possono concorrere alla leva dei fondi comunitari e alle misure regionali di sostegno per il miglioramento produttivo. Il programma di sviluppo rurale 2014-2020, che per il Veneto vale 1169 milioni di euro, è lo strumento per portare l’innovazione nel sistema produttivo e non poteva continuare a ignorare gli istituti agrari, parte integrante della filiera agroalimentare”.

 

 

Gli istituti interessati

Il conferimento dello ‘status’ di produttore agricolo interessa 17 istituti superiori e professionali agrari del Veneto, frequentati da oltre 8500 studenti. Gli istituti sono: il professionale “Della Lucia” di Feltre, il “Domenico Sartor” di Castelfranco Veneto, il “Cerletti” di Conegliano, l’istituto “8 Marzo-Konrad Lorenz” di Mirano, il “Leonardo da Vinci” di Portogruaro, il “Viola-Marchesini” di Rovigo, l’istituto “Munari” di Castelmassa (Rovigo), il “Duca degli Abruzzi” di Padova, il “De Nicola” di Piove di Sacco, il “J.F.Kennedy” di Monselice, il tecnico agrario “Trentin” di Lonigo, l’istituto “Parolini” di Bassano, l’istituto “Stefano Bentegodi” di Verona, il polo di istruzione “Giuseppe Medici” di Legnago, l’istituto tecnologico “Aulo Ceccato” di Thiene, l’istituto “Mario Rigoni Stern” di Asiago e l’istituto “Scarpa-Mattei” di San Donà di Piave.

 

L’elenco delle scuole interessate è consultabile nel sito http://www.retescuoleagrarietriveneto.org/.

“La legge esiste, è un Regolamento dell’Unione europea che mette dei limiti ben definiti per le sostanze chimiche come la Propargite, per tutti i prodotti dell’apicoltura: miele, propoli, pappa reale, polline, cera, veleno delle api”. Documenti alla mano il consigliere del Partito Democratico Andrea Zanoni replica all’assessore Giuseppe Pan e Franco Mutinelli, direttore del Centro di referenza nazionale per l’apicoltura dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie (Izsve), a proposito dei fogli di cera contaminati da ben 12 sostanze chimiche, come fitofarmaci e antiparassitari e contenenti ben tre sostanze estranee tra cui la paraffina, derivato del petrolio, fornite dall’Izsve agli apicoltori del Veneto nell’ambito del progetto regionale Cera d’ape, attuato per prevenire i rischi derivanti dall’impiego o dal riciclo di favi e cere contaminati da pesticidi.

 

“Secondo quanto riportato dalla stampa, entrambi affermano che non esiste una legge con dei limiti. O non la conoscono o fanno finta, non c’è una terza alternativa – dice l’esponente dem, prima di illustrare i contenuti del Regolamento Ue 2018/832 dello scorso 5 giugno, pubblicato il giorno successivo sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 140/40, ed entrato in vigore il 26 dello stesso mese. “Da quel momento – continua Zanoni – questo regolamento è direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri dell’Ue”.

 

Il Regolamento ha fissato dei nuovi limiti per i residui di sostanze chimiche su determinati prodotti, tra cui la Propargite. Per quanto riguarda questa sostanza, alla voce ‘Miele e altri prodotti dell’apicoltura’ tra i quali si annovera notoriamente la cera d’ape, viene previsto un limite di 0,05 mg/kg (milligrammi per chilo), ampiamente superato dai fogli cerei dei lotti 1 e 2 forniti dall’Izsve, così come certificano le analisi chimiche effettuate, su richiesta di Apimarca, dal Consiglio per la ricerca in apicoltura (Crea), dalle quali è emersa la presenza rispettivamente di 0,552 mg/kg e 0,454 mg/kg di propargite. In entrambi i lotti il limite massimo è stato perciò superato addirittura di ben dieci volte! Se poi non bastasse, gli ricordo il Regolamento di esecuzione 943/2011 della Commissione europea del 22 settembre 2011 concernente ‘la non approvazione della sostanza attiva propargite conformemente al regolamento (CE) n. 1107/2009 relativo all’immissione sul mercato dei prodotti fitosanitari’ che da allora, ben sette anni, vieta l’uso della Propargite in tutti gli Stati comunitari. Mi sembra strano che né l’assessore né il direttore del Centro di referenza nazionale per l’apicoltura dell’Izsve non conoscano le leggi, perciò trovo doppiamente bizzarre le loro affermazioni. Mi auguro che nel rispondere alla mia interrogazione scritta – conclude Zanoni – l’assessore Pan saprà essere più esaustivo, spiegandomi anche perché non viene contestata al fornitore questa cera allungata addirittura col 10% di paraffina da petrolio”.

Un ‘patto’ in difesa dello zucchero italiano, messo sotto scacco dalla liberalizzazione del mercato e dall’ormai prossima conclusione del ciclo dei finanziamenti comunitari: è quanto chiedono le organizzazioni dei produttori, in prima fila la Coprob, la cooperativa dei produttori bieticoli che detiene il marchio “Italia Zuccheri” e che gestisce i due stabilimenti leader del settore: lo zuccherificio di Pontelongo (Padova) e quello di Minerbio (Bologna).

 

“Non basta fare ‘catenaccio’ tra Regioni e associazioni dei produttori – ha rilanciato l’assessore all’Agricoltura del Veneto Giuseppe Pan, incontrando oggi a Padova il presidente di Coprob, Claudio Gallerani, e i rappresentanti del settore bieticolo – Di fronte alla forte concorrenza dei produttori francesi, tedeschi e olandesi, e alla prossima scadenza del 2020, quando finiranno anche i sussidi europei per le barbabietole e l’industria saccarifera, le istituzioni italiane devono fare squadra. Il nuovo Parlamento, il futuro governo e i nostri rappresentanti in Europa hanno il
compito di difendere una delle ultime filiere ‘made in Italy’ rimasta ancora interamente nazionale, e i relativi posti di lavoro. In attesa che si costituisca il governo, e di poter avere quindi un interlocutore per le politiche agricole nazionali, nei prossimi giorni, in accordo con la collega dell’Emilia-Romagna Simona Caselli – ha promesso Pan – coinvolgerò il vicepresidente della commissione Agricoltura dell’europarlamento, l’onorevole Paolo de Castro, e gli europarlamentari del Nordest, perché Bruxelles affronti gli squilibri creati dalla liberalizzazione del mercato e
provveda a valorizzare la qualità e la competitività di filiera agroindustriali ‘sane’, che rappresentano un valore aggiunto non solo per il primario e la sicurezza alimentare, ma anche per l’ambiente. Lo zucchero italiano, che solo in Veneto ha un valore di produzione pari a 32 milioni di euro, è presidio indispensabile della qualità alimentare
del ‘made in Italy’, a cui non intendiamo rinunciare”.

 

Dal canto suo, la Regione Veneto – ha ricordato l’assessore – ha già impegnato parte dei fondi del proprio Programma di sviluppo rurale 2014-2020 per sostenere la bieticoltura: da quest’anno, infatti è attivo un bando che finanzia sino a 200 euro a ettaro le superfici coltivate a barbabietola da zucchero. “È una misura a duplice valenza – sottolinea Pan – perché promuove una coltura indispensabile per la filiera saccarifera e, al tempo stesso, aiuta a mantenere la produttività dei suoli e a prevenire l’insorgere di problematiche fitosanitarie”.

 

“Si tratta di un preciso segnale che la Regione ha inteso dare ai produttori agricoli per promuovere l’antica e radicata tradizione nella coltivazione della barbabietola da zucchero, che purtroppo nell’ultimo decennio ha perso quasi il 70 per cento della superficie dedicata, e sostenere così il bacino bieticolo che afferisce a Pontelongo aiutando la filiera ‘corta’, con benefiche ricadute per la sostenibilità ambientale e la redditività del settore”.

 

Lo stabilimento di Pontelongo, fondato nel 1910, rappresenta oggi il primo zuccherificio nazionale per storia, il secondo dopo Minerbio (Bologna) per numero addetti e volume di produzione con circa 140.000 tonnellate di zucchero prodotte ogni anno. Vi afferiscono circa 2 mila aziende bieticole a nord del Po, dal basso Polesine al
Veneto Orientale. Impiega un centinaio di dipendenti stabili e oltre 130 stagionali durante la stagione saccarifera. Gli investimenti industriali realizzati dal 2010 ad oggi hanno consentito migliorìe energetiche tali da risparmiare 20 mila tonnellate di petrolio.

 

“La produzione bieticola è un primato del Veneto – ha ribadito l’assessore – che la Regione intende salvaguardare e promuovere, anche favorendo accordi con la grande distribuzione, in modo di aiutare i consumatori a fare la spesa in modo consapevole e informato. Lo zuccherificio di Pontelongo è una delle prime industrie agroalimentari del Veneto e una risorsa nazionale. L’amara vicenda del latte italiano fa scuola: non permetteremo che la storia si ripeta e che lo zucchero veneto ed emiliano sia vittima delle distorsioni create dalle speculazioni dei mercati internazionali”.

La nocicoltura, uno dei primati agricoli del Veneto, è minacciata da una nuova patologia, la Phitophthora. Il batterio-killer, che colpisce radici e colletto delle piante, è in grado di distruggere un intero impianto nell’arco di 2-3 anni, specie se veicolato da acqua di superficie e cattivo drenaggio. A risultarne colpiti sono in particolare i noceti di Treviso e quelli di Rovigo che, con le due relative organizzazioni di produttori (Il Noceto e Nogalba), rappresentano il ‘core business’ del fatturato veneto, pari a circa 15 milioni di euro.

 

“La Regione Veneto, insieme al CREA (Consiglio per la ricerca agricola e l’analisi dell’economia agraria), al Centro Nazionale Ricerche e all’Istituto di Biologia Agroalimentare e forestale, ha promosso e sta sostenendo un progetto di ricerca pluriennale, a vasto spettro, rivolto a selezionare le piante resistenti a tali avversità e ad individuare i fitotrattamenti più idonei per gli impianti già esistenti”, ha annunciato l’assessore regionale all’agricoltura, Giuseppe Pan, incontrando le organizzazioni dei produttori a Mestre, al Laguna Palace.

 

“Il Veneto, con 332 produttori e 1.050 ettari di superficie dedicata alla nocicoltura, è la prima regione in Italia per produzione di noci da frutto. La Regione è in prima fila per difendere, insieme alle organizzazioni dei produttori, questo tipo di coltura particolarmente sensibile ai cambiamenti climatici. Il progetto di ricerca, è stato condiviso anche dalle altre regioni interessate, approvato su scala nazionale dalla Commissione per le Politiche Agricole e gode del finanziamento ministeriale. Obiettivo del piano è selezionare porta-innesti resistenti alla Phitophthora e individuare i marcatori molecolari da impiegare in campo vivaistico per la selezione precoce di genotipi resistenti o tolleranti al nuovo agente patogeno, nonché al già noto ‘mal d’inchiostro’ che colpisce in particolare il fusto”.

 

“La Regione Veneto ha costituito uno specifico tavolo ortofrutticolo regionale insieme alle organizzazioni dei produttori per impostare un piano organico di ricerca, tutela e valorizzazione della nocicoltura e continuerà – ha assicurato l’assessore – a fare pressione sul Ministero per dare continuità e potenziare il piano di ricerca, in modo di arrivare a debellare il nuovo ‘cancro delle noci’ e investire in nuove tecniche, a tutela della competitività della nocicoltura specializzata nazionale, e veneta in particolare”.

 

“Dobbiamo continuare ad investire nella ricerca e nelle produzioni sperimentali – ha sottolineato l’assessore rivolgendosi alle organizzazioni dei produttori – perché è lo strumento per valorizzare al meglio i nostri prodotti e il nostro ambiente, tutelare la biodiversità e commercializzare un prodotto di qualità certificata, a forte identità territoriale”.

 

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