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Certe storie sono come incubi: vogliono essere raccontate per ritrovare un po’ di serenità. Tutto si muove intorno a me di Dany Laferrière, pubblicato cinque anni fa da 66THAND2ND, è una di queste.

 

Port-au-Prince, isola di Haiti. È il 12 gennaio 2010, l’orologio segna le 16.53. All’improvviso nell’aria si solleva un terribile boato, sembra la raffica di una mitragliatrice o lo sfrecciare di un treno in corsa. È questione di pochi istanti, poi la terra comincia a tremare per sessanta lunghissimi, interminabili secondi. In quel momento Dany Laferrière è seduto a un tavolo dell’hotel Karibe in allegra compagnia dell’editore Rodney Saint-Éloi, suo amico, in attesa delle ordinazioni. Ma non c’è il tempo di pensare, sono attimi preziosi, segue una corsa disperata verso il giardino, fuori è un tramestio di grida, s’ode il frastuono di oggetti che sbattono, il tonfo di edifici che crollano; poi, d’un tratto, tutto tace.

 

Con voce commossa, a tratti unita a una delicata ironia, Dany Laferrière è particolarmente abile a far rivivere nel lettore la paura scaturita dal suolo che sussulta e quella fragilità che si impadronisce del corpo umano che, impotente, si fa vigile a ogni minima vibrazione anche nei giorni a venire. Io stessa, già dalla prima pagina di questo libro ho riavvertito farsi strada in me quel brivido di panico che mi ha riportata con la mente a due anni fa, a quei giorni in cui il centro Italia sembrava non trovare pace.

 

Il libro di Laferrière nasce proprio come diretta testimonianza del Gudugudù – nome con cui gli haitiani hanno battezzato il terremoto che quell’anno si è abbattuto sulla loro isola, causando oltre 220mila vittime –, in cui lo scrittore, in un intreccio di reportage giornalistico e intime riflessioni, dipinge il dramma di distruzione e disperazione che lo circonda.

 

Quel pomeriggio, camminando per la strada, si imbatte in una donna con le braccia aperte a croce che chiede conto al cielo della sua salvezza, mentre il resto della sua famiglia giace sotto le macerie. Giorno dopo giorno, si fa vicino al dolore di chi, rimasto vivo, piange per quei famigliari che non rivedranno mai più un’alba. E ogni volta che scorge le loro lacrime, prova amarezza per tutte quelle persone che, in pochi secondi, hanno visto frantumarsi la fatica di una vita, come se «quella nuvola che un attimo fa si alzava in cielo» non fosse stata altro che «la polvere dei loro sogni».

 

Ora che gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla perla dei Caraibi – mentre i media ne dipingono soprattutto la faccia sconfitta – l’autore si fa coraggio e dà forma ai propri ricordi, mostrando anche l’altra faccia dell’isola, quella in cui «la paura non dura mai più di un minuto, e il minuto dopo sono già tutti in strada a ballare. […] Questa gente dignitosa che sopporta il dolore con tanta grazia possiede un senso della vita che sarebbe imperdonabile ignorare. Nel vederli così sereni, viene da pensare che abbiano una certa esperienza in materia di dolore, di fame e di morte. E che siano pieni di una gioia irrefrenabile. Gioia e sofferenza, che trasformano in canto e danza». Haiti infatti è la storia di uomini e donne che, costretti a dormire in strada, la sera, prima di addormentarsi, cantano in coro per alleviare il dolore. È il sorriso di coloro che per giorni hanno resistito intrappolati sotto il cemento e sono stati estratti vivi. È l’esultanza nei volti dei vicini quando finalmente ritorna la corrente elettrica. E c’è chi grida, chi accende tutte le luci, chi avvia la radio, chi prepara un caffè. Haiti è ancora in vita ed è «una bella ondata di energia».

 

È questo che si legge in Tutto si muove intorno a me: sono racconti semplici del chi cosa dove quando tutto ha cominciato a tremare. Sono le impressioni degli haitiani nel vedere le rovine fumanti del loro paese. Sono frammenti di conversazioni tra uno zio e un nipote, tra un figlio e una madre, tra un fratello e una sorella.

 

Oggi sono passati oltre dieci anni dal boato improvviso che ha messo Haiti e la sua capitale in ginocchio. Laferrière non manca una riflessione – carica di malinconia – su coloro che, non ancora nati, cresceranno in una città completamente nuova, limitandosi a conoscere la vecchia Port-au-Prince dalle foto d’epoca.

 

In queste pagine finali mi è sembrato di cogliere una genuina speranza dell’autore verso il popolo haitiano che, tenace e combattivo, non rinuncia al proprio futuro, pronto a ricostruire ciò che gli è stato tolto: «questo paese ha bisogno di energia, non di lacrime».

Un appello urgente per il recupero dei libri che domani andranno al macero viene lanciato in queste ore dalla libreria Bertoni in Rio terrà degli Assassini, vicino a calle della Mandola a Venezia. Si tratta di libri che sono andati sott’acqua e che sarebbe troppo lungo e costoso cercare di asciugare uno ad uno. Così saranno buttati! Chi volesse in queste ore andare a prenderli potrà farlo e portarli a casa gratuitamente, anche se si consiglia una piccola offerta.

 

Lo stesso sta facendo la libreria Acqua Alta in Calle Longa S. Maria Formosa. La storica libreria vende libri usati e allora a Mogliano si è già pensato di provvedere al… riordino!

 

Un gruppo si sta infatti attivando per la raccolta e chi volesse donare dei libri, esclusi testi scolastici ed enciclopedie, può portarli al negozio TecnoAudio di via C. Gris n. 29 a Mogliano. La raccolta si protrarrà fino a venerdì 22 e poi i libri rimarranno in un deposito fino a quando la libreria non sarà pronta per accoglierli. Nel frattempo i libri bagnati sono a disposizione di chi volesse andare a prenderli e magari asciugarli, curarne le ferite pur di salvarli.

I libri della solidarietà viaggiano dunque a doppio binario.

 

 

Silvia Moscati

Mercoledì 2 ottobre alle ore 18 la Fondazione Benetton Studi Ricerche presenta, nell’auditorium degli spazi Bomben di Treviso, due volumi di Francesco Erbani, giornalista delle pagine culturali del quotidiano «la Repubblica». Con l’autore, ne discuterà Marco Tamaro, direttore della Fondazione.

 

L’Italia che non ci sta. Viaggio in un paese diverso (Einaudi, 2019) è un viaggio in luoghi in cui è possibile osservare un’Italia in movimento, che ripopola luoghi abbandonati e custodisce un bene culturale, che applica precetti di sobrietà e di ostinazione; che crede nella dignità del lavoro, che si batte contro il suo sfruttamento e ritiene che, oltre a fornire compensi economici, essa induca un cambio di passo nella propria vita, apra inedite prospettive e svolga un servizio di cui beneficia una collettività più vasta, di cui si avvantaggiano un luogo e un territorio. Il punto di vista che anima il viaggio è essenzialmente dal basso: il mestiere del cronista detta numerose regole, fra le quali devono primeggiare l’andare a vedere, l’ascolto, il contatto diretto – insostituibili metodi di conoscenza, potenziati e non sostituiti dalla Rete. Il viaggio si nutre delle storie concrete di persone e degli spazi in cui esse agiscono, storie individuali, più spesso collettive, di relazioni con l’ambiente, di interlocuzione e di conflitti.

 

Non è triste Venezia. Pietre, acque, persone. Reportage narrativo da una città che deve ricominciare (Manni, 2018) è un libro per capire che cosa si perde se si perde Venezia. Venezia risch

ia di diventare il non luogo per antonomasia, quello ricostruito a Disney World, a Las Vegas o a Macao, ed è invece profondamente autentica, città più di altre città, un territorio unico e al tempo stesso esemplare che può costituire un modello di inclusione sociale e di progettazione urbana. A Venezia

 esistono le condizioni per prefigurare un organismo urbano del futuro: perché non cresce e non consuma suolo, perché non spreca risorse, perché riusa tutto (dall’acqua ai materiali edili) e si è sempre ricostruita su sé stessa, perché insegna la manutenzione, perché è ospitale, multiculturale e multietnica, perché si circola senza macchine, perché coltiva gli spazi pubblici, perché anche gli elementi più privati di un edificio hanno una dimensione pubblica, perché ha conservato per secoli (tranne che nell’ultimo) un’eccezionale relazione fra il costruito e il suo ambiente, cioè la Laguna.

 

Francesco Erbani

Giornalista di «la Repubblica», si occupa di inchieste sul degrado urbanistico e ambientale del territorio italiano. Nel 2003 ha vinto il premio di Giornalismo civile e nel 2006 il premio Antonio Cederna. Ha pubblicato L’Italia maltrattata (Laterza 2003), il libro-intervista con Tullio De Mauro La cultura degli italiani (Laterza 2004), Il disastro. L’Aquila dopo il terremoto: le scelte e le colpe (Laterza 2010), il libro-intervista con Leonardo Benevolo La fine della città (Laterza 2011), Roma. Il tramonto della città pubblica (Laterza 2013), Pompei, Italia (Feltrinelli 2015), Roma disfatta (con Vezio De Lucia, Castelvecchi 2016).

Nell’inimitabile cornice della Libreria Acqua Alta, Emanuele Termini, accompagnato da Claudio Dell’Orso, porterà i lettori sulle tracce dell’anarchico georgiano che sbarca in Italia sulla via per raggiungere Berlino. L’autore, riprendendo l’indagine giornalistica di Gustavo Traglia negli anni Cinquanta, racconta il suo avvincente viaggio-indagine sulle tracce di Stalin, nel 1907, anno in cui si narra che, partito da Odessa sia arrivato a Berlino per raggiungere di nascosto Lenin, passando per Ancona e Venezia appunto.

 

E proprio la città della laguna è co-protagonista di quasi tutto il testo, a partire proprio dalla Libreria Acqua Alta (da cui parte l’intera indagine di Termini).

 

«Quando Venezia e la luna si arrabbiano i turisti se ne vanno in terraferma; restano le gondole a dondolare, e la rabbia e il coraggio di chi deve convivere con luna e maree».

Odessa, Ancona, Venezia e forse Berlino.

Un viaggio indagine sulle tracce di Josif/Soso/Koba/David/Ivanovič/Bešosvili/Stalin.

Accadde nei primi mesi del 1907. Secondo la leggenda, l’allora ventinovenne Josif Vissarionovič Džugašvili (il futuro

Stalin) soggiornò nella laguna veneta, ospite dei mechitaristi del Monastero di San Lazzaro degli Armeni. Le delicate

implicazioni rispetto al futuro del Partito che guidò la Rivoluzione Russa del 1917, furono il motivo per cui quel viaggio

doveva rimanere segreto.

Negli anni Cinquanta il giornalista italiano Gustavo Traglia, forse troppo presto per la Storia, cercò di scoprire le

motivazioni che portarono il leader bolscevico in Europa ma la pubblicazione delle sue ricerche fu ostacolata.

Oggi, a oltre cinquant’anni dal lavoro di Traglia con questo libro Emanuele Termini riprende a frugare nel passato del

giovane anarchico georgiano. Indaga, insegue le tracce e i tanti pseudonimi che Josif dissemina lungo il suo cammino,

accede all’archivio di Traglia, incontra persone che prima di lui hanno raccolto indizi, rintraccia le fonti, e passo dopo

passo scopre che si tratta di fatti realmente accaduti.

Il viaggio che Stalin compie passando da Venezia per raggiungere Berlino, e Lenin, ha un che di rocambolesco, davvero

ai limiti della leggenda: infatti prima si imbarca come clandestino nella sala macchine di un cargo che trasporta grano

da Odessa fino ad Ancona, poi con l’aiuto degli anarchici anconetani arriva a Venezia e si presenta alla soglia del

monastero di San Lazzaro degli Armeni da dove poi infine si allontana clandestinamente per riapparire a Londra

qualche mese dopo.

A rendere però più che plausibile questo viaggio, ecco l’intervista di Emil Ludwig nel 1931 al Segretario generale del

Partito comunista dell’Unione Sovietica al Cremlino, riportata nel testo di Termini.

«Diverse furono le domande scomode che Ludwig rivolse al dittatore e quando gli chiese un parere in merito

“all’amore tipicamente tedesco per l’ordine, più sviluppato dell’amore per la libertà”, Stalin rispose con un aneddoto

vissuto in prima persona: “Quando nel 1907 mi capitò di trovarmi a Berlino…»

Emanuele Termini, inseguendo Stalin scopre e descrive anche alcuni degli angoli più belli di Venezia; una città dove

ancora oggi, a più di cento anni da quell’inverno del 1907, quando si dice Bepi del Giasso si parla di Josif Vissarionovič

Džugašvili: Stalin.

L’AUTORE: Emanuele Termini è nato, vive e lavora in Friuli Venezia Giulia. Si è laureato in Lettere all’Università degli

Studi di Udine. Questo è il suo esordio letterario.

 

 

Chiamatelo Festival, di quel fumetto che raccoglie un pubblico di appassionati senza limite e di gente da mostre, da vernissage, da eventi, che trova poi nelle fatidiche nuvole curiosità, di quella che attrae e sorprende piacevolmente.

 

Che è poi quello che ha creato il suo fondatore, l’indimenticabile Massimo Bragaggia, deux ex machina del Festival, anima, identità e lavoro, un carisma che con precisa passione continua ad alimentare la kermesse.

 

L’ edizione del 2019 che attraversa piacevolmente  la bella Treviso tra Piazze e Palazzi in una  cavalcata che  va dal Liceo Artistico, alla Pizzeria Piola, a Palazzo Giacomelli, fino alla Sala d’Arme di Porta Santi Quaranta, al Dump, allo Spazio Solido, Palazzo Bomben, Ca’ dei Ricchi, Libreria Ubik, Casa Robegan e tanto altro ancora, con un ritmo incessante che porterà in città cultura e spettacolo, con almeno 200 vetrine che rimandano alla manifestazione, un refrain consolidato che fa da matrice instancabile.

 

Tra gli autori Sophi Hollington, John McNaught, Matt Forsythe, Jen Wang, Sara Andreasson, Gabriella Giandelli, Noemi Viola e Andrea Antinori, Zero Calcare, Paolo Bacilleri, Francesca Riz, Cecile Dormeau, ma l’elenco è fitto e di alta caratura.

 

L’altra anima del Festival è sempre stata la mostra mercato che da quest’anno ha una nuova sede nello storico Palazzo Carlo Alberto, già sede della Questura e luogo finalmente restituito e rinato.

 

La mostra mercato, autentica perla, è la dimora ideale per divulgare la produzione fumettistica nazionale e internazionale e durante il Festival ospiterà 200 autori che saranno pronti a disegnare per il pubblico.

 

Il fumetto, quella forma di pensiero e di arte che da piccoli ci fa sognare e poi piano piano si evolve con noi, fino a portarci lontano, controcorrente e impavida, fuori dai cliché, unica.

 

Treviso Comic Book Festival, dal 26 al 29 settembre.

 

 

Mauro Lama

 

Photo Credits: FB @Treviso.Comic.Book.Festival

Il vincitore sarà proclamato a Mestre il prossimo 25 ottobre 

 

La giuria tecnica del Premio “Regione del Veneto – Leonilde e Arnaldo Settembrini”, presieduta da Giancarlo Marinelli, si è riunita oggi a Mestre per indicare la terna dei finalisti della 56.a edizione del concorso letterario.

 

Sono stati scelti: 

Patrizia Cavalli, Con passi giapponesi, Einaudi

Marco Marrucci, Ovunque sulla terra gli uomini, Racconti Editore

Beatrici Masini, Più grande la paura, Marsilio.

 

Le tre opere saranno ora valutate dalla Giuria Giovani, composta da studenti dei licei di Venezia e Mestre, a cui spetterà la scelta del vincitore. Il suo nome sarà reso noto in occasione della cerimonia finale in programma venerdì 25 ottobre 2019, alle ore 18, al Teatro Toniolo di Mestre.

 

 

“Il premio Settembrini – afferma l’assessore alla Cultura della Regione del Veneto, Cristiano Corazzari – è un appuntamento atteso e di prestigio nell’ambito delle attività letterarie nazionali. La Regione è impegnata ad assicurare la continuità, l’alto livello qualitativo e la più ampia risonanza di questo concorso, che in passato ha visto la partecipazione di celebri autori quali Italo Calvino, Aldo Palazzeschi, Diego Valeri e Dino Buzzati”.

 

Lo scorso anno il Premio Settembrini, originale riconoscimento assegnato annualmente a un’opera di novelle o racconti editi nei due anni che precedono l’edizione di riferimento, venne assegnato al torinese Enrico Remmert con La guerra dei murazzi.

Una nuova forma di editoria 4.0 rivolta soprattutto ai giovani. “Nomada” è il romanzo d’esordio della trevigiana Francesca Maria Nespolo

 

“Bookabook” è un nuovo modo di fare editoria tutto improntato sul merito, in cui le storie – prima di tramutarsi in libri – devono superare il favore dei lettori.

Dopo una prima selezione qualitativa delle proposte a cura di editor professionisti, sono proprio i lettori ad avere l’ultima parola sulla pubblicazione o meno di un libro.

 

Il meccanismo alla base di “bookabook” è molto semplice, ma altrettanto efficace: ogni storia viene caricata nel sito per un periodo limitato, con la possibilità di leggerne gratuitamente una anteprima e il riassunto. Chi desidera proseguire la lettura può pre-ordinarne una copia nel formato che preferisce, cartaceo o digitale. Al raggiungimento di un certo numero di copie di pre-ordine, il libro viene sottoposto a un minuzioso processo di editing e di correzione di bozze, terminato il quale va in stampa, coronando così il sogno di chi ha sempre avuto la storia nel cassetto da raccontare.

 

“Bookabook” è sicuramente una bella opportunità per gli scrittori più giovani, ma anche un momento in cui uno scrittore esordiente ha la possibilità di mettersi in discussione, affrontando direttamente il parere del pubblico.

 

Questo è proprio quanto successo a una giovane trevigiana, nonché nostra collaboratrice, Francesca Maria Nespolo (Treviso, 6 Agosto 1991), laureata in Scienze filosofiche presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che pochi giorni fa ha finalmente potuto stringere tra le mani il suo romanzo d’esordio: Nomada.

 

“Se anche solo una delle persone che leggesse queste pagine si emozionasse, e basterebbe una sola volta, saprei che è valsa la pena scriverlo”, ha dichiarato l’autrice.

 

 

Nomada è la storia di una bimba venuta al mondo su un treno in corsa. Una bimba che non aveva mai osato mettere piede sulla terraferma e nessuno ne conosceva le ragioni.

Girava voce che nei favolosi anni del Novecento il mondo fosse salito a bordo di quel treno per qualcuno in particolare. Dicono che la sua storia fosse incredibile, che fosse nata su quel treno e che da lì non fosse mai scesa. Coccolata da chi si occupava di lei ogni giorno e affascinata dai racconti dei passeggeri che salivano e scendevano dal treno, Nomada è cresciuta fra storie e affetti, presentazioni e addii, in un piccolo universo ferroviario, metafora della vita, e del suo continuo incontrarsi, separarsi e, spesso, ritrovarsi.

 

Se la storia vi affascina, a questo link potete acquistarne una copia.

 

Un estratto di “Nomada”

È così che Nomada irrompe con il suo primo vagito nel mondo, ancora prima che il sole abbia il tempo di sorgere, creando un malcontento che serpeggia fino in fondo, tanto da giungere alle orecchie del capotreno. La madre, che ha appena combattuto una fatica bestiale, ha giusto il tempo di stringerla tra le braccia e di regalarle un sorriso stralunato, prima di perdere i sensi e non tornare più. Fortunatamente, dove c’è una moglie deve esserci anche un marito. Prima di rallegrarsi, si scopre che nemmeno a lui è riservato un destino migliore. Come l’uomo viene a conoscenza che la moglie è spirata dando alla luce la loro bambina, è colto da un’emozione tanto feroce prima di amore per la nascita e poi di dolore per la dipartita della sua amata, che il suo buon cuore da gallese non ce la fa, e pur essendo un uomo imponente, di quelli con il torace largo e la barba folta, il cuore virile gli si para d’impatto, e non gli rimane più un battito da vivere. Una scena tragica, due vite prese per una che si dà, tanto che la natura sembra in questo caso calco- lare male le possibilità aritmetiche di questa specie e la sua dipendenza dalla statistica. In più ora ci si preoccupa per la sorte di questa creaturina, già piena di colpa quando ancora deve posare un passo sulla terra, o per meglio dire sul pavimento del treno. Quando ecco che, se si allarga un po’ la scena e non ci si demoralizza, già si intravede una salvezza: seduta sulle ginocchia, tra le gambe della madre, in- tenta a recidere il cordone ombelicale, c’è una figura con ancora sangue e fluidi non meglio precisati sul- le mani e sulle braccia e un po’ dappertutto sull’abito – che se già era vecchio, ora è proprio da buttare – e che non sembra essere distratta dalla drammatica dipartita dei due. Pare egoistico a giudicare così su due piedi, invece tutt’altro. La sua attenzione ora è tutta per questa creatura che stringe tra le mani, e che pulsa, piange, si dimena, piange ancora più forte aprendo la bocca, gridando, e che ancora non ha aperto gli occhi ma, chiedendo il latte, ha già dei desideri e delle necessità come qualsiasi altro animale maturo. La donna lascia gli altri passeggeri a occuparsi dei corpi dei genitori, nonostante loro non ne abbiano più nessun bisogno, se non per la pace eterna, non come l’esserino di cui ora sa che c’è da occuparsi e che ancora grida, e lotta con la sua nascita.

Studenti e famiglie meno abbienti potranno beneficiare fino a 200 euro di buono-libri per l’acquisto di libri di testo e contenuti didattici alternativi, comprese le dotazioni tecnologiche. Lo prevede la Giunta regionale del Veneto che, anche per l’anno scolastico 2019-2020, su proposta dell’assessore alla Scuola Elena Donazzan, ha avviato il bando per erogare il contributo destinato agli studenti della scuola dell’obbligo, nonché delle scuole secondarie superiore e degli istituti di formazione professionale.

 

Ne potranno beneficiare in via prioritaria le famiglie residenti in Veneto, con un indicatore di reddito equivalente fino a 10.632,94 euro. I nuclei familiari con reddito Isee fino a 18 mila euro concorreranno alle eventuali risorse residue. La somma totale messa a disposizione dal Ministero e dalla Regione Veneto ammonta quest’anno a 5.840.575,30 euro.

 

Le famiglie che intendono avvalersi del contributo dovranno fare domanda via web, a partire dal 16 settembre ed entro il 16 ottobre, al Comune di residenza. Saranno i Comuni ad eseguire l’istruttoria e a verificare il rispetto dei requisiti previsti dal bando e, infine, a erogare il contributo ai beneficiari, sulla base del riparto regionale delle risorse. Lo scorso anno hanno beneficiato del buono-libri 27.458 studenti del  Veneto.

 

“Il buono-libri è una delle misure, come il buono-scuola o i contributi per il trasporto scolastico, con cui la Regione Veneto assicura il diritto allo studio ai ragazzi delle famiglie con minori capacità reddituali – osserva l’assessore Donazzan – sia che frequentino la scuola pubblica, sia quella paritaria o privata”.

Questa mattina si è spento lo scrittore e ideatore del Commissario Montalbano, divulgatore della “parlata” siciliana, colui che ha insegnato anche agli irriducibili parlatori della lingua veneta alcuni modi di dire della sua bellissima isola, la Sicilia.

 

Una mesata, un’ammazzatina e molti altri, tra fantasia e sicilianità, sono termini che ormai tutti conoscono grazie alla seguitissima serie televisiva del Commissario Montalbano.
Il “Vigatese” può essere avvicinato al Goldoniano, quel veneziano italianizzato che ha fatto conoscere la lingua della Serenissima attraverso le opere di Carlo Goldoni.

 

Andrea Camilleri, in famiglia chiamato Nené, scrittore arrivato tardi alla pubblicazione del suo primo libro dopo una lunga carriera con diversi incarichi soprattutto nella RAI, aveva 93 anni. Fumatore accanito, mai succube di diete e limitazioni alcoliche, rimarrà un esempio di cultura e, come tutti gli scrittori, non morirà mai.

 

 

Silvia Moscati

È Alessio Forgione, con Napoli mon amour (NN Editore), il vincitore della XXVII edizione del Premio letterario per esordienti Giuseppe Berto.

 

È stato proclamato a Mogliano Veneto dal Presidente della Giuria Ernesto Ferrero. Il romanzo di Forgione ha prevalso sugli altri finalisti, Jonathan Bazzi, con Febbre (Fandango Libri), Alice Cappagli, con Niente caffè per Spinoza (Einaudi), Francesca Maccani, con Fiori senza destino (SEM), Lorenzo Moretto, con Una volta ladro, sempre ladro (Minimum Fax).

 

Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986 e ora vive a Londra e lavora in un pub. Scrive perché ama leggere e ama leggere perché crede che una sola vita non sia abbastanza.

 

Napoli mon amour

Napoli mon amour è il suo romanzo d’esordio e narra di un trentenne che vive a Napoli e non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. Le sue giornate passano lente, tra la vita con i genitori, le partite del Napoli, le serate con l’amico Russo e la ricerca di un lavoro. Dopo l’ennesimo, grottesco colloquio, decide di dare fondo ai suoi risparmi e di farla finita. Un giorno, però, incontra una bellissima ragazza e se ne innamora. Questo incontro riaccende i suoi desideri e le sue speranze: vivere, essere felice, scrivere. E incontrare Raffaele La Capria, il suo mito letterario. Ma l’amore disperde ancora più velocemente energie e risorse, facendo scivolare via, un centesimo dopo l’altro, i desideri ritrovati e le speranze di una vita diversa. Alessio Forgione racconta una Napoli afosa e livida di pioggia, cinerea come la Hiroshima del film. E con una lingua incalzante, sonora, intessuta di tenerezza, firma il suo esordio, un romanzo di formazione lucido e a tratti febbrile, che ha il ritmo di una corsa tra le leggi agrodolci della vita e i chiaroscuri dell’innocenza.

 

“È stato proprio lo stesso La Capria, lucidissimo 94enne, cui l’autore è andato a rendere visita a Roma, avendolo tra i propri miti, a darci la miglior definizione della scrittura di Forgione, particolarmente felice nei dialoghi, quando gli ha detto: “Lei ha stile e, cosa ancora più rara, lei possiede una voce. Un buon narratore, cos’altro è se non una voce che ti sussurra all’orecchio? E lei quella voce ce l’ha”. Una voce che ci diventa subito amica per la malinconia, la dignità, la ruvida tenerezza,  lo humour accorato, l’amara autoironia, il mix tra realistico e visionario, ma anche l’economicità che sovrintende il suo accorto minimalismo. È con sincera convinzione che diamo ad Alessio Forgione il benvenuto  nella categoria dei veri scrittori”, ha commentato il Presidente della Giuria Ernesto Ferrero motivando la scelta.

 

Qualche info sul Premio letterario per esordienti Giuseppe Berto

Sono state una cinquantina le opere prime presentate dalle case editrici italiane e selezionate dalla Giuria. Sono tutte di narrativa, com’è peculiarità del Premio Berto che, in nome dello scrittore “veneto-calabrese”, ha mantenuto invariata la propria formula di premio riservato esclusivamente a scrittori esordienti, conservando quel ruolo di scopritore di talent scout iniziato nel 1988. Questa edizione ha confermato la presenza tra i partecipanti, di numerosi piccoli editori indipendenti, molti del Sud, che competono con i loro esordienti al fianco di tutte le grandi case editrici nazionali. Torna a crescere la presenza femminile quasi al 50 per cento del totale.

 

La Giuria che ha valutato le opere in concorso è presieduta da Ernesto Ferrero, scrittore, critico, consulente editoriale e direttore del Salone del libro di Torino dal 1998 al 2016, ed è composta da Cristina Benussi, Università di Trieste, Giuseppe Lupo, Università Cattolica del Sacro Cuore Milano e scrittore, Laura Pariani, scrittrice, e Stefano Salis, critico e giornalista del Sole 24 Ore.

 

“La giuria del Premio 2019  ha selezionato, in una produzione particolarmente folta e ricca di fermenti, cinque romanzi che nella diversità dei loro linguaggi rappresentano altrettante prospettive della nuova narrativa italiana. Cinque autori che ci forniscono una mappa aggiornata delle tensioni, dei drammi e delle aperture che scuotono la  società contemporanea, attraverso scritture che cercano di restituire la parola alla sua necessità e integrità”, ha ancora commentato il Presidente Ferrero.

 

Nel corso della cerimonia finale è stato proprio Ernesto Ferrero a commemorare la figura di Cesare De Michelis, prematuramente scomparso l’estate scorsa, che del Premio Berto e dell’omonima Associazione culturale che l’ha rilanciato quattro anni fa, era stato tra i fondatori e ispiratori, da esperto ed appassionato della produzione letteraria di Giuseppe Berto da lui considerato il massimo esponente della letteratura italiana del Novecento.

Presente all’evento anche l’amministrazione comunale

“Giuseppe Berto è un patrimonio culturale della nostra città, ed è con autentico piacere che diamo il benvenuto al ritorno del Premio Letterario omonimo a Mogliano Veneto, dopo l’edizione 2018 tenutasi a Ricadi, città con la quale proprio nel nome di Berto siamo gemellati. L’amministrazione comunale sarà sempre di sostegno a questa e a tutte quelle iniziative condotte e realizzate nel nome di Giuseppe Berto. Ringraziamo l’Associazione Culturale Giuseppe Berto, i licei Berto di Mogliano Veneto e Vibo Valentia, la Regione del Veneto e gli sponsor, che tutti insieme consentono la realizzazione di questa prestigiosa  iniziativa. Non nascondiamo inoltre l’idea di promuovere, a breve, attività che a livello locale possano coinvolgere la nostra cittadinanza al fine di promuovere ulteriormente la diffusione e la conoscenza del nostro illustre concittadino”, così hanno commentato il sindaco di Mogliano Veneto, Davide Bortolato, e il vice sindaco, assessore alla Cultura, Giorgio Copparoni.

 

Al vincitore, è andato un premio in denaro di 5.000 euro, e a tutti i finalisti un gettone di presenza di 500 euro ciascuno.

“Amministrare una comunità significa rispondere ai bisogni anche più elementari della vita quotidiana, ma anche dare ai concittadini la possibilità di crescere culturalmente e socialmente. La nostra amministrazione per questo è così convinta sostenitrice del Premio Berto, che ci dà la possibilità di valorizzare anno dopo anno il profondo significato delle scelte dello scrittore veneto, ma calabrese di adozione visto che in Calabria decise di restare e di battersi per uno sviluppo sostenibile, libero da retaggi del passato. Il suo impegno e insegnamento è ancora vivo e grazie al Premio lo sarà ancora per molto”, ha commentato il sindaco di Ricadi, Giulia Russo.

 

 

San Marco Group main sponsor dell’evento

Main sponsor del Premio Letterario Giuseppe Berto è stato anche quest’anno San Marco Group Spa.

“Siamo felici di sostenere come main sponsor questo importante progetto letterario a cui siamo legati fin dal suo debutto. Il San Marco Group ha sempre dedicato grande attenzione al territorio, promuovendo e valorizzando il patrimonio artistico e culturale; inoltre, la storia dell’azienda San Marco Group è cominciata proprio qui a Mogliano Veneto ed è per noi naturale continuare a supportare questo evento letterario diventato punto di riferimento a livello nazionale e trampolino di lancio per giovani talenti”, ha commentato Pietro Geremia, Vice Presidente San Marco Group.

 

Il vincitore dell’edizione 2018 e altri talenti

Il Premio, vinto nell’edizione 2018 da Francesco Targhetta con Le vite potenziali (Mondadori), è stato trampolino di lancio per alcuni dei maggiori talenti della letteratura contemporanea, tra cui Paola Capriolo con La grande Eulalia (1988), Michele Mari con Di bestia in bestia (1989), Luca Doninelli con I due fratelli (1990), Paolo Maurensig con La variante di Lüneburg (1993), Francesco Piccolo con Storie di primogeniti e figli unici(1997), Elena Stancanelli con Benzina (1999), Giuseppe Lupo con L’americano di Celenne (2001), Antonia Arslan con La masseria delle allodole (2004), Francesco Pecoraro con Dove credi di andare (2007).

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