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San Giovanni Bosco

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Un solo proposito, fermo come roccia e ardente come fiamma, dominò l’intera esistenza di san Giovanni Bosco: portare il maggior numero possibile di anime in Paradiso. Non fu per lui uno slancio passeggero, né una formula devota ripetuta per abitudine, ma l’asse segreto e incrollabile attorno a cui ruotò ogni pensiero, ogni scelta, ogni fatica

ITALIA. Tutto il resto onori, sicurezza, salute, persino la vita poteva essere tolto; le anime, no. Esse costituivano il vero tesoro, il solo guadagno degno di essere inseguito. Questa tensione soprannaturale non lo rese astratto o distante, ma straordinariamente concreto. Don Bosco guardava ogni persona con occhi eterni: il ragazzo abbandonato, il giovane analfabeta, il piccolo delinquente delle periferie torinesi non erano per lui “problemi sociali”, bensì anime affidate alla sua responsabilità davanti a Dio.

La sua carità, pur avendo effetti sociali imponenti, nacque sempre da un’urgenza spirituale: salvare, custodire, formare per il cielo. Il fuoco che lo consumò per tutta la vita ebbe una prima, misteriosa accensione quando Giovanni aveva appena nove anni. Un sogno, inciso nella sua memoria come un sigillo profetico, rivelò l’orientamento di tutta la sua futura missione. Vide se stesso circondato da ragazzi turbolenti e bestemmiatori. Impulsivo, tentò di imporre il silenzio con la forza delle mani. Ma ecco apparire il Signore Gesù e, subito dopo, la Vergine Santa.

Non lo rimproverarono con durezza, ma lo istruirono con sapienza divina: non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità avrebbe conquistato quei cuori; non con la paura, ma mostrando loro la bruttezza del peccato e la bellezza luminosa della virtù. In quel sogno vi era già tutto: il metodo educativo, lo stile pastorale, l’anima stessa del futuro santo. Da lì nacque il motto che don Bosco fece incidere non solo sulle pareti della sua stanza, ma nel profondo della sua anima: “Da mihi animas, coetera tolle”. Dammi le anime, Signore, e prendi tutto il resto. È la preghiera dei grandi apostoli, di coloro che hanno compreso che l’amore vero non misura il sacrificio, ma lo consuma. Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815 ai Becchi, umile frazione di Castelnuovo d’Asti, in una famiglia contadina segnata presto dalla prova.

La morte prematura del padre Francesco, quando il bambino aveva appena due anni, lasciò la madre Margherita Occhiena a reggere con fede e fermezza una casa povera ma ricca di valori cristiani. Fu lei la prima e più grande educatrice del futuro santo: donna di preghiera, di lavoro, di saggezza evangelica. L’intelligenza viva di Giovannino si manifestò presto, ma incontrò ostacoli durissimi. Il fratellastro Antonio vedeva negli studi una perdita di tempo; le tensioni familiari divennero tali da costringere la madre a mandare Giovanni lontano da casa come garzone. Fu una separazione dolorosa, ma provvidenziale.

In quei primi anni di sacrificio, il ragazzo affinò un’arte che avrebbe segnato la sua pedagogia: saper parlare al cuore dei giovani. Attraverso giochi, racconti, acrobazie apprese dai saltimbanchi delle fiere, riusciva a radunare i coetanei e a condurli, quasi senza accorgersene, verso Dio. La Provvidenza non tardò a manifestarsi. Don Giovanni Calosso, cappellano di Morialdo, intuì il valore straordinario di quel giovane e gli impartì le prime lezioni di latino. Dopo la sua morte improvvisa, Giovanni dovette attendere ancora, ma non si arrese. Riprese gli studi nel 1831 e, in pochi anni, completò un intero ciclo scolastico, sostenendosi con i lavori più umili: sarto, cameriere, stalliere, falegname, fabbro, calzolaio.

Ogni fatica diventava offerta; ogni mestiere, palestra di umiltà. Ordinato sacerdote il 5 giugno 1841, don Bosco si immerse subito nella realtà più dura della Torino industriale: giovani sradicati, sfruttati, senza guida, spesso già avviati alla delinquenza. Li incontrava nei cantieri, nelle strade, nelle carceri. Non li giudicava: li amava. E quell’amore, esigente e paterno, generava fiducia. L’8 dicembre 1844, sotto il segno mariano dell’Immacolata Concezione, fondò l’Oratorio di san Francesco di Sales. Non un semplice luogo di ricreazione, ma una casa che accoglie, una parrocchia che evangelizza, una scuola che avvia alla vita, un cortile per incontrarsi da amici.

Da Valdocco si irradiò un’opera destinata a cambiare la storia dell’educazione cattolica. Nacque così la Congregazione Salesiana, poi l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, fondato con santa Maria Domenica Mazzarello, e un movimento che presto superò i confini d’Italia. Don Bosco comprese anche il potere della stampa: la buona stampa come strumento di evangelizzazione e di difesa della fede. Scrisse, pubblicò, diffuse, convinto che la verità dovesse essere resa accessibile, attraente, luminosa. Fedeltà assoluta al Papa, amore indefesso per la Chiesa, zelo instancabile per la gioventù: queste virtù gli procurarono persecuzioni e incomprensioni, ma anche una stima tale da renderlo, più volte, mediatore tra Stato e Santa Sede.

La costruzione della Chiesa del Sacro Cuore a Roma, voluta da Leone XIII, fu uno dei segni più alti della sua fiducia nella Provvidenza. Morì il 31 gennaio 1888, consumato dall’amore. Beatificato da Pio XI nel 1929 e canonizzato nel 1934, san Giovanni Bosco rimane padre e maestro della gioventù. La sua voce continua a parlare ai giovani di ogni tempo, ricordando loro che la santità non è tristezza, ma pienezza; non fuga dal dovere, ma fedeltà gioiosa.

L’essere buoni non consiste nel non cadere mai – insegnava – ma nell’avere la volontà di rialzarsi. È la pedagogia della speranza, la santità possibile, quotidiana, luminosa. Quella che conduce le anime, una ad una, verso il cielo. E così, ancora oggi, il suo grido silenzioso attraversa le generazioni: Da mihi animas. Perché chi salva un giovane, salva il mondo, e prepara l’eternità.

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