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Primo maggio: “Il lavoro, un’alleanza sociale generatrice di speranza”

3 minuti di lettura

“Il lavoro, un’alleanza sociale generatrice di speranza” è il tema scelto dai Vescovi italiani per il Messaggio della festa dei lavoratori che si celebra oggi 1° maggio.

“La Festa dei Lavoratori, in questo Anno giubilare, vuole offrire orizzonti di speranza agli uomini e alle donne del nostro tempo, consapevoli «che il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo» (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 3). La tutela, la difesa e l’impegno per la creazione di un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, costituisce uno dei segni tangibili di speranza per i nostri fratelli, come Papa Francesco ci ha indicato nella Bolla di indizione dell’Anno giubilare (cf. Francesco, Spes non confundit, 12)”, scrivono i Vescovi nel Messaggio.

Tante le questioni messe in evidenza nel documento: dalla crisi demografica, all’organizzazione del lavoro (smart-working), alle migrazioni, al lavoro povero, alla sicurezza nei luoghi di lavoro. Proprio ieri mattina il Cardinale Matteo Maria Zuppi lasciando la congregazione che si era tenuta in Vaticano augurando un “buon primo maggio” ha sottolineato “preoccupiamoci del lavoro e delle morti sul lavoro”.

Ma in tutto ciò ci sono anche delle prospettive di speranza, come quelle dell’economia civile, degli investimenti in interventi generativi, volti alla creazione di una cultura del lavoro e di opportunità, come il Progetto Policoro con il quale da trent’anni la Chiesa in Italia investe su giovani animatori di comunità formati per impegnarsi nelle loro diocesi.

“Un effetto strutturale e fondamentale lo sta esercitando la grave crisi demografica, per la quale vedremo nei prossimi anni uscire dal mercato del lavoro la generazione più consistente, sostituita progressivamente da un numero sempre più ridotto di giovani”, ricordano i Vescovi.

Così come “allo stesso tempo, accade qualcosa di paradossale, ossia lo sfruttamento di fratelli immigrati, dimenticando che la loro presenza può costituire un motivo di speranza per la nostra economia, ma solo se verranno integrati secondo parametri di giustizia”.

Si assiste anche a quello che oggi viene chiamato mismatch, “ossia il disallineamento tra domanda e offerta”. Si nota infatti che, contemporaneamente, vi è il “fenomeno di posti di lavoro vacanti, che non trovano personale con le necessarie competenze, e giovani disoccupati che non hanno i requisiti adatti”.

Resta sullo sfondo, ma non meno importante, “la dura «legge di gravità» della competizione globale per la quale le imprese cercano di localizzarsi laddove i costi (quello del lavoro incluso) sono più bassi. E questo alimenta una spirale al ribasso su costo e dignità del lavoro”.

Le rilevazioni statistiche restituiscono la disoccupazione in forte calo ma “dietro persone formalmente occupate c’è un lavoro povero”. Occorre, infine, considerare la situazione delle donne, “che in alcuni ambiti vengono penalizzate non solo con una minore retribuzione, ma anche con l’assenza di garanzie nei tempi della gravidanza e della maternità”. I vescovi sottolineano in un altro passaggio del documento il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro: “non ci sarà piena giustizia senza sicurezza sul lavoro, la cui mancanza fa ancora tante vittime. Per dare speranza occorre invertire queste tendenze: sarà uno dei segni più rilevanti del Giubileo”.

Nella seconda parte del Messaggio vengono messi in evidenza i “segni di speranza” che ci sono per essere generativi e per far nascere e promuovere lavoro degno. Fra questi segni di speranza vi è il “riconoscimento nei contratti di lavoro nazionali dell’importanza della formazione permanente e della riqualificazione durante gli anni di lavoro”. È segno di speranza “impiegare le risorse a disposizione anche in forme di welfare e di assicurazione attenti alle emergenze sanitarie e familiari”. È segno di speranza “la creazione di relazioni virtuose tra datori di lavoro e lavoratori, dove il dialogo, la riconoscenza, i meccanismi di partecipazione, alimentano fiducia e cooperazione mettendo in moto le motivazioni più profonde della persona e facendo crescere la forza dell’impresa e la qualità del lavoro”.

Il Progetto Policoro è segno di speranza: “i giovani animatori di comunità negli ultimi anni hanno operato nel solco dell’ecologia integrale, che guarda alla sostenibilità e all’interdipendenza tra dimensione sociale ed ecosistema. Dal Progetto Policoro sono nati frutti significativi e imprese capaci di stare sul mercato e di promuovere lavoro degno anche nelle aree del Paese più disagiate”.

Non ultimo, il richiamo alla responsabilità di tutti e al valore della responsabilità sociale d’impresa. “L’economia e le leggi di mercato non devono passare sopra le nostre teste lasciandoci impotenti. Il mercato siamo noi: sia quando siamo imprenditori e lavoratori, sia quando promuoviamo e viviamo un consumo critico. La responsabilità sociale d’impresa è oggi un filone sempre più consolidato grazie anche agli interventi regolamentari che impongono alle aziende un bilancio sociale e prendono le distanze da comportamenti furbeschi volti solo alla speculazione. I credenti e tutti i cittadini di buona volontà sono chiamati in questo contesto propizio a stimolare le aziende a gareggiare tra loro anche sulla dignità del lavoro e a usare l’informazione sui loro comportamenti come criterio per le scelte di consumo e di risparmio”. Conclude il Messaggio dei vescovi per il primo maggio.

Foto di StockSnap da Pixabay

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