La”Terra di Ninive”, una conferenza per capire il ruolo del passato. L’archeologia è lo studio delle “cose”(strutture, scrittura, oggetti, resti biologici ) o dell’assenza delle “cose”( ad esempio le parti in legno di una porta che si sono consunte nel tempo)
Treviso. Questa è la definizione che ci ha dato un giovane ricercatore di questa disciplina, Sebastiano Icaro Bortoluzzi, archeologo specializzato nello studio del Vicino Oriente, dottorando in Archeologia, Storia dell’arte e Storia presso l’Università di Verona, attualmente membro delle missioni archeologiche “Northern Lebanon Project” e “Asingeran Excavation Project”, entrambe dirette dal prof. M. Iamoni dell’Università di Udine.
Lui ci ha condotto per mano per conoscere le difficoltà di chi si approccia a questi studi e poi deve operare in concreto.
Il contesto di questa conversazione è stato la Sala dei Brittoni, presso la Casa dei Carraresi a Treviso, in una conferenza con il titolo “Terre di Ninive: creare la pace con l’archeologia”. organizzata dal Comitato Dante Alighieri di Treviso, che apre le sue porte ai giovani ricercatori, dottorandi e studiosi, offrendo loro uno spazio di visibilità, l’opportunità di essere ascoltati, esporre i propri lavori ed essere apprezzati.
Innanzi tutto il giovane relatore ci ha precisato che l’archeologia senza il contesto è una scienza cieca.Infatti c’è una branca di questa disciplina, la Landscape archeology, che ci spiega proprio come l’uomo si è rapportato con la natura nel tempo.
Per introdurci nell’argomento specifico della relazione, ci ha parlato di un baronetto inglese, Henry Layard, che essendo un viaggiatore, ha scoperto Ninive senza essere un archeologo.
Scavò, o meglio fece scavare in quel sito, perché vide delle parti di oggetti emergere dalla sabbia, nonché delle strutture. La scoperta più rilevante di questo scavo fu la biblioteca di Assurbanipal, un insieme di tavolette d’argilla.
E’ necessario sottolineare che prima dell’Ottocento questi territori erano protettorati della Gran Bretagna. Questo comporta che attraverso lo scavo archeologico avviene di fatto un’appropriazione culturale.
Questo si può notare anche visitando il British Museum di Londra o il Pergamon Museum di Berlino. Nel primo si ritrova il fregio del Partenone per cui di fatto questo monumento in Grecia è “muto”, perché gli manca una parte essenziale. Nel secondo caso addirittura la porta di Histar originale è stata ricostruita in una sala del museo ricostruita appositamente. Peccato che era
più bassa di due metri e quindi il portale è stato adattato. Per assurdo, quindi il falso che è stato ricostruito nel luogo originale è perfetto.
Un’altra domanda dirimente è se l’archeologia nasce con la pace o con la guerra.
Possiamo dare due coordinate temporali in questo caso. Nel 1811 Ninive è stata scoperta come sito archeologico. Nel 2015 è stata distrutta la sua porta da parte dei miliziani dello stato islamico.

Il ruolo dell’UNESCO
A questo punto entra in campo il ruolo dell’UNESCO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, istituita a Parigi 4 novembre 1946, che è nata dalla generale consapevolezza che gli accordi politici ed economici non sono sufficienti per costruire una pace duratura e che essa debba essere fondata sull’educazione, la scienza, la cultura e la collaborazione fra nazioni, al fine di assicurare il rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali che la Carta delle Nazioni Unite riconosce a tutti i popoli, senza distinzione di razza, di sesso, di lingua o di religione.
Poiché le guerre nascono nelle menti degli uomini, è importante capire che cosa si deve tutelare durante i conflitti e non solo.
In particolare il giovane studioso ci porta come esempio due casi studio:
-la cittadella di Asigeran in Kurdistan, un patrimonio UNESCO ;
-gli scavi in Libano.
Queste sono delle missioni archeologiche per la diffusione della pace con l’archeologia.
Nel secondo caso, nelle Terre di Ninive , si cerca di ricostruire il passato del territorio con un progetto regionale, finanziato dal fondo Archeological Complex.
Il contributo anche di nuovi strumenti permette di scannerizzare l’oggetto reale e ricostruirlo in digitale, permette di rendere disponibile la visita virtuale.
Il ruolo della comunità locale
Ma ci sono anche degli esperimenti sociali per cui in un parco archeologico con un acquedotto di molto precedente a quelli romani, ha creato un insediamento tra le rovine, in modo che gli stessi abitanti si prendano cura del sito.
Ma se un sito è più piccolo, come nel caso di Asigeran, un sito molto antico del 4700 a.C., dove è stato attivato il Excavation project, come si coinvolge la comunità, visto che non bastano i due mesi dello scavo ufficiale? Innanzi tutto si assume mano d’opera locale per lo scavo, in modo che gli stessi operai si impegnino a mantenere il sito; si cerca poi di comunicare, anche se le difficoltà linguistiche sono notevoli.
Un altro modo per coinvolgere le comunità dei siti dei ritrovamenti è l’educazione: durante il periodo dello scavo, si insegna ai bambini dove camminare, soprattutto nei luoghi dove ci sono pochi edifici verticali.
Mentre nelle missioni descritte precedentemente anche il clima non era favorevole, in Libano ci si trova in una zona verde e sempre calda. Il progetto denominato Nothern Lebanon project ha avuto lo scopo di fare una ricognizione nei campi e vedere se c’erano dei reperti, come ad esempio delle ceramiche o dei cocci che usualmente vengono a galla con l’aratro.
Ma l’aspetto più importante è che il Libano è uno stato laico e quindi è stato possibile predisporre un progetto insieme ai suoi studiosi . Questo è un valore aggiunto, perché ci si lega molto di più alla comunità.
Gli stessi abitanti spesso facevano segnalazioni di ritrovamenti cospicui nei loro giardini.
Questo ha permesso di fare delle piccole esposizioni e come archeologi di riunire tutti i dati trovati e fare delle ipotesi su com’era questo sito.
Un’ultima questione ha riportato alla ribalta il giovane ricercatore: se le “ cose” ritrovate, vengono poi abbandonate?
Ancora: e se vai a scavare in paesi in guerra o dove ci sono i dittatori?
Infine bisogna riflettere sul fatto che uno scavo non è ripetibile ed è comunque una devastazione del territorio.
La conferenza si è conclusa con questa dura affermazione: l’archeologia purtroppo e spesso non è altro che la legittimazione delle forme di potere.
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