Il Governo promette di pubblicare i nomi delle vittime, ma riformisti e società civile chiedono trasparenza e il coinvolgimento delle Nazioni Unite
IRAN. In Iran aumentano le richieste di un’indagine indipendente sul numero delle persone uccise durante le recenti proteste, dopo che il governo ha annunciato che supervisionerà la pubblicazione dei nomi dei deceduti. Una mossa altamente insolita, resa nota giovedì, che punta a respingere le accuse di crimini contro l’umanità e le stime non ufficiali secondo cui le vittime potrebbero arrivare fino a 30.000.
Secondo i dati ufficiali diffusi dalla Fondazione dei Martiri, il bilancio delle vittime è di 3.117 morti, compresi membri delle forze di sicurezza. Per molti, dentro e fuori il Paese, queste cifre non sono credibili.
I riformisti iraniani sostengono che il processo di identificazione annunciato dal Governo non sia sufficientemente trasparente e difficilmente potrà chiudere la disputa sul numero reale dei morti. Mohsen Borhani, professore di diritto all’Università di Teheran e noto critico del Governo, ha definito positiva l’iniziativa di rendere pubblici i nomi delle vittime, ricordando che in precedenti ondate di proteste vi era stata “una totale mancanza di informazioni sui morti e sui feriti”.
Borhani ha però sottolineato che la vera trasparenza richiederebbe la creazione di un sito web indipendente, dove i cittadini possano caricare nomi e informazioni sulle vittime anche in forma anonima. “La piattaforma – ha spiegato – dovrebbe impegnarsi a verificare ogni segnalazione e a fornire dati completi, evitando che l’informazione sia unilaterale”.
Uno degli ostacoli principali resta la paura delle famiglie, che rischiano ritorsioni se identificano pubblicamente un congiunto ucciso, soprattutto qualora insistano sul coinvolgimento diretto delle forze di sicurezza.
La diffidenza diffusa emerge chiaramente anche dalle prese di posizione di sindacati e attivisti. Il sindacato degli insegnanti di Teheran ha chiesto la liberazione di tutti i detenuti, parlando di “uno dei capitoli più sanguinosi della repressione nella storia contemporanea iraniana”, con “decine di migliaia di bambini, donne e uomini immersi nel sangue”.
Ahmad Zeidabadi, analista riformista, ha affermato che la frattura tra Stato e società è diventata “così profonda e ampia” che gran parte della popolazione non accetta più i dati ufficiali. A suo avviso, l’unica soluzione credibile sarebbe consentire alle Nazioni Unite di inviare in Iran una squadra di accertamento dei fatti indipendente e inattaccabile. “Perché non affidare questo compito a un organismo internazionale legittimo – ha scritto sul suo canale Telegram – così che opposizioni e governi stranieri non possano facilmente metterne in dubbio i risultati?”.
Anche il Reform Front, l’alleanza di gruppi riformisti che ha sostenuto l’elezione del presidente Masoud Pezeshkian, ha chiesto la creazione di un comitato indipendente “per indagare su questa tragedia senza precedenti e presentare un rapporto trasparente e sincero alla nazione iraniana”.
Sul fronte politico è intervenuto per la prima volta anche l’ex presidente Hassan Rouhani, secondo cui le proteste guidate da una generazione nata e cresciuta nella Repubblica islamica dimostrano la necessità di cambiamenti profondi. Rouhani ha invocato la formazione di veri partiti politici e la fine dei filtri sulle candidature elettorali.
Nel frattempo, un comitato non ufficiale sta cercando di identificare tutte le persone ancora detenute, mentre le forze di sicurezza proseguono i rastrellamenti in tutto il Paese alla ricerca di quelli che definiscono i “capi” delle proteste. Non esiste un dato ufficiale sul numero degli arrestati, ma si ritiene che siano decine di migliaia.
Le autorità non hanno diffuso neppure il numero dei minori di 18 anni detenuti. I siti dei sindacati degli insegnanti stanno invece pubblicando le fotografie di ogni bambino la cui morte è stata verificata. Avvocati citati dai media iraniani riferiscono che la maggior parte degli arrestati è nata tra il 1980 e il 1985, spesso principale fonte di reddito della famiglia. Le prime condanne, da due a cinque anni, sono già state emesse, colpendo in particolare famiglie della classe operaia, incapaci di pagare le alte cauzioni richieste.
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