La Solennità dell’Annunciazione che la Chiesa celebra il 25 marzo non si lascia ridurre a devozione, né a semplice memoria liturgica: essa si impone come criterio ultimo di comprensione dell’uomo, di Dio e della storia. Con l’Annunciazione l’Infinito non solo si rende finito, ma si consegna alla libertà del finito. Dio non si manifesta come colui che può tutto, ma come colui che ama fino a non volere tutto senza l’uomo. E, perciò, attende.
Attende una giovane donna, Maria. Attende il suo intelletto, la sua libertà, la sua integrità. Attende, in una parola, la sua risposta. Questo è il punto determinante: Dio non salva senza consenso. E non per impotenza, ma per sovrana fedeltà alla dignità che Egli stesso ha impresso nella creatura.
L’affermazione di sant’Agostino risuona qui con una potenza che sfiora il tremendo: “Colui che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te”. Dio ha voluto legare il compimento della redenzione a un atto libero della creatura. Ha voluto, per così dire, esporsi al rischio del rifiuto. E questo rischio è invece la forma suprema dell’amore.
Maria, allora, si erge come vertice della libertà creata. In lei la libertà non si oppone a Dio, ma si realizza pienamente nel suo consenso a Dio. In lei si svela che la vera autonomia non è sottrarsi al divino, ma accoglierlo senza perdere se stessi.
Il suo interrogare — “come avverrà questo?” — non è segno di incredulità, ma di intelligenza integra. È la ragione che non abdica, che non si umilia davanti al mistero in modo servile, ma lo accoglie in modo consapevole. È la ragione che comprende che il mistero non è l’oscurità dell’irrazionale, ma la sovrabbondanza del reale. È la ragione che rende ragionevole la fede.
E poi, quel momento. Quel momento che nessuna cronaca registra, che nessuna storia può descrivere, che nessuna arte può esaurire: il Verbo si fa carne. E non come simbolo, non come apparenza, non come linguaggio mitico. Realmente.
In quel preciso istante, nel grembo di Maria, la natura divina e la natura umana si uniscono in modo indissolubile. Non vi è più distanza incolmabile tra Dio e l’uomo: essa è stata attraversata dall’interno. E ciò avviene nel nascondimento più assoluto. Non nei palazzi del potere, non nei tribunali del mondo, non nei luoghi in cui si decide il destino apparente delle nazioni, ma in una povera casa, nel silenzio, nella carne.
È qui che la storia cambia asse. Non più determinata primariamente dalla forza, dalla politica, dalla tecnica o dal progresso, ma da un evento che sfugge a ogni logica di dominio: l’irruzione di Dio nella libertà dell’uomo.
E tuttavia, proprio qui emerge una delle verità più esigenti e meno tollerate dall’uomo contemporaneo. Dio non redime l’umanità dall’esterno: la redime dall’interno, assumendone la carne. E, così facendo, pronuncia un giudizio irrevocabile su ogni vita umana.
Ogni carne è ormai segnata da una possibilità divina. Ogni concepimento porta, misteriosamente, un’eco di quell’Incarnazione. Ogni esistenza, anche la più fragile, la più nascosta, la più disprezzata, è divenuta luogo possibile della presenza di Dio.
L’Annunciazione, dunque, non consola soltanto: interroga e inquieta. Non accarezza soltanto, esige. Non illumina soltanto, smaschera. Smaschera una ragione che si crede autosufficiente e invece si chiude alla verità. Smaschera una libertà che si proclama assoluta e invece si consuma nel vuoto. Smaschera una cultura che esalta la vita e insieme la scarta.
E, nello stesso tempo, apre. Apre alla possibilità che l’uomo non sia condannato alla propria finitudine. Apre alla possibilità che la storia non sia un ciclo cieco, ma una vicenda abitata da Dio. Apre alla possibilità che il senso non sia costruito, ma ricevuto.
Per questo, il 25 marzo non è soltanto l’inizio dell’Incarnazione: è l’inizio di un mondo nuovo. Da quel momento, il mondo non è più semplicemente mondo: è un mondo visitato, è un mondo abitato, è un mondo redento in germe. E ogni uomo, consapevolmente o no, vive sotto questo evento.
E qui si gioca tutto. Perché la vera tragedia non è il limite umano, non è il peccato, non è nemmeno la morte. La vera tragedia è una libertà che rifiuta il proprio compimento.
E la vera grandezza, che Maria manifesta in modo insuperabile — “umile e alta, più che creatura” — è una libertà che si apre senza dissolversi, che si dona senza perdersi, che accoglie senza essere annullata.
Il suo “fiat” resta, attraverso i secoli, la parola più rivoluzionaria mai pronunciata. Non perché cambi le strutture esterne del mondo, ma perché ne trasforma il fondamento. Non perché imponga, ma perché consente. Non perché domini, ma perché apre.
In definitiva, l’Annunciazione non è conclusa: essa continua nel segreto delle coscienze, nella trama delle decisioni quotidiane, nella profondità di ogni esistenza. E Dio, ancora oggi, si presenta non come evidenza che costringe, ma come mistero che chiama e che ama.
Con la stessa discrezione, con la stessa audacia, con la stessa attesa. E, ancora una volta, tutto resta sospeso su una parola piccola, fragile, ma decisiva: “Fiat”, “Sia fatto!”.
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