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Giovedì 14 marzo a Treviso l'autore Francesco Occhetta presenta il suo libro "Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi"

3 minuti di lettura

Giovedì 14 marzo a Treviso Francesco Occhetta, gesuita e redattore della Civiltà Cattolica presenterà il saggio “Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi”
 
Il volume viene diviso in varie parti che approfondiscono diversi temi come l’analisi di 10 caratteristiche che fondano i populismi europei,  l’umiliazione delle minoranze e le forme di democrazia diretta, il modo di comunicare in cui c’è pathos senza logos, l’appello alle emozioni e alle paure, la crisi della destra e della sinistra, la disintermediazione che compromette anche la presenza viva della Chiesa nella società italiana.
 
Per ogni parte padre Occhetta opera una puntale riflessione valutandone gli aspetti positivi e negativi ponendo l’analisi sulla ricostruzione del centrismo, come meta-categoria politica, basata sullo spirito riformista, l’interclassismo, la coesione sociale, la centralità della persona e la cultura della mediazione, che non vuol dire accontentare tutti, ma rappresentare tutti, in particolare le minoranze che oggi non hanno diritto di parola.
 
Se le scelte politiche non intersecano questa area, si è fuori dal quadro democratico.
 
In occasione della Conferenza di giovedì l’abbiamo intervistato ponendogli le seguenti domande.
 
D- Oggi è la giornata mondiale contro la cyber censura, sulla base di questo spunto come possiamo conciliare la libertà di stampa con la strumentalizzazione dei media volti al populismo?
 
R: Attraverso tanta educazione: saper riconosce le notizie vere da quelle false, non insultare, non istigare, aver la capacità di dialogare e di confrontarsi civilmente.
Verità. Per alimentare la coscienza sociale è indispensabile riferirsi ai fatti, non alle idee né ai desideri o alle opinioni.
Non si tratta, come pensano molti, di imporre la verità insegnandola – l’etimo ricorderebbe un «mettere dentro» –, bensì di educare a disvelare la verità consultando la realtà. E ciò nel senso più alto del termine, cioè del «tirare fuori» risorse, innovazioni e valori dai cittadini e dalla società. Quale alternativa sarebbe possibile? Per alcuni, si tratta di prevedere una sorta di sceriffo del web che censuri il falso.
In questo modo si comprimerebbe il principio inviolabile del diritto di espressione e si aprirebbe una grossa faglia per le democrazie. Le istituzioni devono invece investire sulla formazione, per far sì che il cittadino abbia seri criteri di valutazione per distinguere le notizie.
Un primo rimedio può essere quello di istituire un registro vincolato alle regole della privacy dove ciascuno (soprattutto per indirizzi con pseudonimo) deve dare le proprie generalità rispondendo così di fronte alla legge delle proprie azioni. Per contrastare gli effetti della cultura della post-verità e della strumentalizzazione delle notizie servono la testimonianza e la capacità di dare buone notizie che difendano la vita, rispettino il dolore, costruiscano il bene comune.
 
D:  Da cosa le è nasce l’idea di questo libro?
R: Per dire che credere insieme in una politica migliore è ancora possibile. A condizione che ciascuno faccia la propria parte con responsabilità e competenza.
Siamo eredi di una grande tradizione culturale e morale che ha scelto di vivere la democrazia non solo come procedura ma anche come sostanza. Dalla dottrina sociale della Chiesa rimane anzitutto un metodo: l’interclassismo, la coesione sociale, dare voce ai più poveri, la centralità della persona e la cultura della mediazione che non vuol dire accontentare tutti, ma rappresentare tutti, e ancora la dimensione sussidiaria del governo.
Soprattutto nell’ultima parte del libro ho voluto dire che i tre problemi urgenti sono: ritrovare un patto generazionale per pagare il lavoro dei giovani; fondare la giustizia sulla riparazione e non sulla vendetta; ripensare un Paese che insieme al Giappone è il più vecchio al mondo.
 
D: Umberto Eco una volta disse “Appellarsi invece al popolo significa costruire un figmento: siccome il popolo in quanto tale non esiste, il populista è colui che si crea una immagine virtuale della volontà popolare.“ , cosa ne pensa di questa affermazione?
R: Già. Il figmento è far apparire come reale una cosa irreale. In realtà questa tecnica era utilizzata anche dall’antica Roma. Il rischio oggi è una coscienza sociale che smette di cercare il vero e il bene e si accontenta di credere più nell’idea (falsa) che nei fatti oggettivi che costruiscono la nostra storia.
Una “politica del popolo” si distingue da una “politica populista” perché, quando il popolo vuole cambiare,ha sempre una vocazione internazionale, mentre nella politica populista il “popolo” è sinonimo di chiusura e di identità. I politologi definiscono con il termine “olismo-particolarista” ciò che assolutizza le differenze da tutte le altre culture.
 
 
Il volume presentato questo giovedì 14 marzo alle ore 18.00 nella sede di Confartigianato Imprese Marca Trevigiana (Piazza delle Istituzioni 34/A) detiene anche un’importante prefazione di Marta Cartabia, vice presidente della Corte Costituzionale che nelle sue righe ricolloca al centro la forza della formazione e del logos, la testimonianza del laico in politico, l’insegnamento magisteriale degli ultimi Pontefici sul rapporto politica e fede.
Discuteranno con l’autore i seguenti relatori: Vendemiano Sartor ( Presidente di Confartigianato Imprese Marca Trevigiana), Marzio Favero (Sindaco di Montebelluna), Alberto Franceschini (Presidente di Volontarinsieme CSV Treviso). Introduce e modera Luca Bertuola (Coordinatore di Partecipare il Presente).
 

 

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