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Del pedale e del “Raviolo”, storia di una Cina che cambia

4 minuti di lettura

100.000 studenti in sella alle proprie bici a caccia di libertà e tradizioni gastronomiche.

CINA. Una pedalata notturna di 50 chilometri, “piccola” sfida fra quattro studentesse universitarie cinesi, desiderose di mangiare dei ravioli, o meglio, dei gustosi baozi (panini cinesi riceni e cotti al vapore), si è presto trasformata in un’invasione che ha paralizzato le strade e messo in difficoltà le autorità.

Accade nel cuore della Cina, nella provincia dell’Henan, dove la città di Zhengzhou si prepara, ogni notte a partire da venerdì scorso, ad accogliere decine di migliaia di giovani su due ruote a pedali diretti verso Kaifeng, famosa per i suoi ravioli guan tang bao. Un viaggio che sarebbe dovuto rimanere un’avventura tra pochi amici, ma che, complice la velocità con cui i social network amplificano ogni cosa, ha assunto dimensioni insostenibili da gestire per le forze dell’ordine.

La sfida è semplice: 50 chilometri in bici, un po’ di spirito di gruppo, e il desiderio di gustare una tradizione culinaria che sembra appartenere a un’altra epoca. Ma quello che è iniziato come un’idea goliardica tra studenti universitari si è presto trasformato in un evento che ha coinvolto più di 100.000 persone, invadendo le strade, intasando le autostrade, e costringendo le autorità locali ad alzare la voce, dopo aver inizialmente salutato con entusiasmo l’iniziativa.

L’ondata dei giovani viaggiatori

Il governo ha celebrato quella che è stata in principio definita «l’ondata di giovani viaggiatori» diretti verso Kaifeng, un segno di «curiosità» e «determinazione», qualità che da sempre il PCC (Partito Comunista Cinese) ama celebrare.

Ma quando gli studenti hanno cominciato a riempire letteralmente le strade, i mezzi di trasporto, le piazze e i ristoranti, la situazione è andata fuori controllo. Le immagini che circolano sui social mostrano centinaia di ciclisti che attraversano l’autostrada Zhengkai Avenue a sei corsie, in un flusso di biciclette che sembra non finire mai.

Il governo ha cominciato a frenare: le autorità, dopo aver apprezzato l’entusiasmo giovanile, hanno imposto restrizioni alle biciclette, vietando il loro transito sulle strade principali tra Zhengzhou e Kaifeng e limitando l’accesso alle aree di bike-sharing.

Un’invasione che nasce dal passaparola

Come in molti fenomeni sociali in Cina, il tutto è cominciato con una piccola scintilla digitale. Nel giugno scorso, le quattro suddette studentesse avevano filmato il loro viaggio in bicicletta per andare a mangiare i ravioli a Kaifeng.

La sfida è diventata virale, alimentata dai social, e da lì sono arrivate le imitazioni: migliaia di giovani hanno preso le biciclette e hanno percorso la stessa distanza, spinti non solo dal desiderio di assaporare una prelibatezza locale, ma anche dalla voglia di un’avventura semplice, di un piccolo atto di libertà in un paese come la Cina, che sa essere implacabile nella sua regolazione della vita pubblica.

Una gita gastronomia

Se il messaggio di fondo era quello di una “gita gastronomica”, il fenomeno ha rapidamente assunto una portata che nessuno si aspettava. Le immagini di decine di migliaia di studenti che pedalano attraverso le campagne e le città dell’Henan hanno avuto un impatto che va ben oltre il semplice evento locale. Non c’è stato nessun intento politico dietro queste pedalate, nessuna bandiera di dissenso contro il governo, eppure la forma stessa di questa mobilitazione collettiva ha sollevato qualche sospetto. Come si fa a ignorare una simile potenza di aggregazione, anche quando l’unico scopo sembra essere quello di mangiare ravioli e divertirsi insieme?

Movimento innocuo, ma che spaventa

La reazione delle autorità non si è fatta attendere. L’idea che un gruppo di giovani possa muoversi in massa senza un controllo diretto ha scatenato diffusa preoccupazione, anche se in modo non dichiarato. La Cina è un paese in cui ogni forma di aggregazione vuole essere monitorata, e un atto spontaneamente collettivo come questo è stato infine visto come qualcosa da contenere.

Ma ciò che per molti era una gita spensierata è diventato una temibile anticamera a manifestazioni di disordine pubblico. A Kaifeng, che ha offerto incentivi turistici per accogliere il flusso di ciclisti, le strutture ricettive non sono riuscite a sostenere l’improvviso aumento dei visitatori.

Le strade si sono intasate, i mezzi di trasporto sono stati sopraffatti, e il governo ha deciso di intervenire drasticamente: nessuna bicicletta, né auto non a motore, avrebbe più potuto circolare sulle strade principali. Le autorità hanno schierato cordoni di polizia per fermare i giovani all’inizio del loro viaggio, e alcune aziende di bike-sharing hanno bloccato le biciclette fuori dalle zone designate. Gli studenti più testardi hanno deciso di proseguire a piedi e il fenomeno non si è fermato.

L’anima di un paese che cambia

Quello che ha reso questa pedalata un caso simbolico è il fatto che si trattava di una manifestazione senza intenzioni di protesta, ma capace comunque di sollevare interrogativi sul senso di libertà all’interno di una società strettamente regolata. La spontaneità di un’idea nata sul web, l’energia collettiva di migliaia di giovani che, con il sorriso, si allontanano dalle loro università per respirare un po’ di libertà, si è scontrata con l’implacabile macchina burocratica cinese. Se il movimento non ha mai avuto finalità sovversive, non è comunque passato inosservato.

Le autorità hanno preferito ridurre tutto a una questione logistica, ma c’è da notare qualcosa di più profondo in questo episodio, che va oltre la semplice gestione di un evento di grande popolarità. Una ricerca di spazi di evasione, di autenticità, anche nei piccoli gesti quotidiani?

Capire un paese come la Cina risulta complesso all’occhio occidentale ma è sicura che questa non è stata solo una pedalata: è un segnale che forse qualcosa sta cambiando, anche in un paese che si definisce sempre più forte e immutabile.

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