Buongiorno, è martedì 15 aprile 2025, e ci svegliamo con una domanda che echeggia nei corridoi delle cancellerie europee e nelle stanze ovali degli strateghi transatlantici: che cosa vuole davvero Vladimir Putin?
MOSCA. Dopo mesi – anzi, anni – di guerra, distruzione, diplomazie claudicanti e dichiarazioni incendiarie, l’enigma del Cremlino sembra ancora avvolto nella nebbia. Eppure, qualcosa si muove.
Lunedì, diversi leader europei hanno criticato apertamente Mosca, condannando gli attacchi continui all’Ucraina e accusando Putin di sabotare gli sforzi di pace – questa volta, sorprendentemente, quelli targati Trump. Il problema è che da Washington non arriva un’eco, ma un controcanto.
Il Presidente, parlando al fianco del leader salvadoregno Bukele, ha offerto una visione alternativa, come ormai consuetudine. Ha criticato Zelenskyy, Biden e – con una cautela quasi affettuosa – ha accennato a Putin, lasciando intendere che l’unico vero errore è stato non impedirgli di agire. Non tanto perché fosse nel torto, ma perché “gli avevo detto di non farlo”.
Non è chiaro se si tratti di nostalgia, pragmatismo, o semplice narcisismo diplomatico. Ma quel che è chiaro è che nella sua narrativa, Putin non è il mostro, bensì uno dei tre giocatori in un triangolo imperfetto di colpe condivise.
Più significative, forse, le parole di Steve Witkoff, inviato ufficioso e imprenditore con aspirazioni da mediatore globale. Tornato da un lungo tête-à-tête moscovita, ha lasciato intendere che un accordo è sul tavolo. La pace, secondo lui, si fa su cinque territori, ma anche su molto altro: sicurezza, NATO, protocolli, e – ça va sans dire – affari.
Non sorprende che a Bruxelles qualcuno stia già sudando freddo. “Commercial opportunities” e “stabilità regionale” sono codici familiari per chi ricorda i tempi in cui Mosca era partner energetico prima che nemico esistenziale.
E allora sì, forse è proprio così: Putin vuole esattamente questo. Un ritorno alla normalità. Ma non quella pre-2022. Quella in cui l’Occidente lo tollerava, lo temeva quanto bastava, e faceva affari con lui a prescindere.
Nel mezzo, l’Europa osserva, commenta, ammonisce. Ma incide poco. Perché se da un lato Putin vuole una “pace” che gli garantisca ciò che ha preso e ciò che ancora ambisce, dall’altro sembra che Washington – almeno una sua parte – sia disposta ad ascoltarlo. Non perché approvi, ma perché è stanca. O distratta. O perché non importa più chi vinca, purché il problema scompaia.
Noi ci chiediamo ancora cosa voglia Putin. Ma forse la domanda più scomoda, e più urgente, è: che cosa vogliamo noi?
Pace, certo. Ma a quale prezzo? E con quale memoria?
Buona giornata.
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