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Beata Maria Vergine di Loreto

3 minuti di lettura

La Santa Casa di Loreto, cuore dell’Incarnazione, tra storia, fede e mistero

ITALIA – Sotto il prezioso scrigno di marmi rinascimentali, là dove la pietra si fa preghiera e il silenzio si fa annuncio, si custodisce il mistero che inchioda l’anima al suo destino eterno: la Santa Casa di Nazareth, la dimora terrena della Vergine Maria, la stanza dove il Verbo eterno prese carne, dove l’eternità si chinò sul tempo come un innamorato che sfiora il volto dell’amata.

Tre pareti soltanto, come tre ali: aperta, offerta, consegnata al mondo. Non una casa chiusa, non un santuario difeso da bastioni, ma un cuore spalancato all’umanità intera. Quelle pietre, sopravvissute ai secoli e agli incendi, sono la geografia dell’Incarnazione: lì il Cielo ha posato i piedi.

La Chiesa, con voce antica e autorevole, ha riconosciuto la santità di quelle mura già nel 1310, con Clemente V. E la ricerca moderna, come un pellegrino che indaga con l’umiltà degli scienziati, ha scoperto ciò che la tradizione custodiva da secoli: pietre lavorate secondo la tecnica dei Natabei della Galilea, malte sconosciute nelle Marche, graffiti dai tratti giudeo-cristiani, cinque croci dei Crociati, perfino un uovo di struzzo nascosto tra i mattoni, simbolo cosmico del mistero della vita che nasce da un guscio chiuso come il grembo che si apre all’Altissimo.

Tutto parla la lingua di Nazareth. E la struttura stessa della Casa ne conferma l’origine: tre pareti che erano anticamera di una grotta scavata nella roccia, quella che ancora oggi si venera nella Basilica dell’Annunciazione. La parte muraria, dunque, era la porzione esterna della casa della Vergine, la soglia, il vestibolo dove l’angelo Gabriele, con lo splendore dell’alba divina, pronunciò la parola che cambiò il corso della storia: Ave, Maria.

Il grande enigma resta il trasporto. Come quelle pietre, così antiche e così perfettamente conservate, siano giunte nel cuore d’Italia, rimane un mistero che profuma di Dio. La tradizione parla di un “ministero angelico”. E la Chiesa, madre prudente e sapiente, non ha mai soffocato questa possibilità che unisce fede e stupore.

Secondo le antiche cronache, nel 1291 anno in cui i Crociati furono espulsi dalla Palestina la Santa Casa venne sollevata e trasportata prima in Illiria, poi oltre l’Adriatico fino a Loreto. A metà Quattrocento un autore teramano riferiva che, dopo l’abbandono della fede cristiana in quelle terre, gli angeli avrebbero traslato la Casa “attraverso il mare, nel territorio di Recanati”.

Immagini possenti, quasi apocalittiche: il sacello della Madre portato sulle ali dell’invisibile, come l’Arca dell’Alleanza che nessuna mano doveva profanare. È vero che alcuni studiosi intravedono negli “angeli” la nobile famiglia bizantina degli Angeli di Epiro, che potrebbe aver salvato le sacre pietre dalla furia saracena e portate via mare.

Ma il mistero non si dissolve: quelle pietre, montate con una precisione impossibile da ottenere dopo un trasporto umano, sembrano depositate integre, intatte, posate più che costruite. Così la gente di secoli fa – e non solo loro – continuò a vedere in quella traslazione un’orma del soprannaturale, una carezza del Cielo sulla terra.

La collocazione della Casa, poi, parla da sola: non nascosta, non dominatrice, ma posta in mezzo a una pubblica via, come una tenda del Cammino, un tabernacolo in cammino con il popolo. È la casa di Maria, di Giuseppe, di Gesù… e nostra.

Papa Benedetto XVI, contemplandola nel 2012, disse parole che sono un colpo d’ala teologica: «È una casa sulla strada di tutti. Non è proprietà di pochi: ci ricorda che siamo viandanti, in cammino verso la Città Eterna».

Come dire: quella Casa non è un museo; è un invito. Non è un ricordo; è un destino. La Santa Casa è il primo altare della cristianità: lì il Verbo si fece carne, lì la libertà di una ragazza di Nazareth aprì la porta della salvezza, lì il mondo si riconciliò col suo Creatore.

Non c’è pietra che non sia intrisa del tremore dell’annunciazione, non c’è parete che non custodisca la luce dell’ombra dell’Altissimo. A Loreto, dunque, non si venera solo un luogo, ma un evento: il più tremendo e il più tenero, il più grande e il più minuto.

Un Dio che, per amore, accetta di abitare in tre pareti imperfette, come accetta di abitare nel cuore fragile di ogni uomo. E allora chi entra nella Santa Casa non compie un pellegrinaggio nel passato, ma nel proprio futuro.

Perché quel piccolo spazio di pietra è l’alfabeto con cui Dio ha scritto la sua Parola eterna. E quelle tre pareti, spalancate verso il mondo, sono come le braccia della Madre: aperte, accoglienti, vigilanti.

Da quel luogo, come da una sorgente, continua a sgorgare per l’umanità un annuncio semplice e vertiginoso: Dio ha desiderato una casa. E quella casa sei tu.

Mons. Luigi Mistò, presidente della Fondazione Spe Salvi facti sumus. La Fondazione è iscritta al Registro del 5 per mille: puoi sostenerne le attività indicando il C.F. 96612120582.

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