Nel gioco della briscola, anche un giocatore con carte scadenti può ribaltare la partita se ha un asso in mano. Nel nostro caso, quell’asso si chiama Bastoni. È stato lui a tentare un fortunoso attacco a sorpresa: un tiro che ha incrociato il corpo di un avversario ed è finito in rete.
L’Italia si era presentata a Parigi per affrontare la Francia con tanta paura. I francesi, d’altro canto, erano baldanzosi e sicuri di travolgere una Nazionale che ormai gode di scarsa quotazione nel calcio mondiale. Una baldanza ben visibile nell’atteggiamento quasi irrisorio del loro allenatore.
Sulla carta, la Francia schierava la squadra più forte per qualità dei singoli e prestigio internazionale. E infatti, dopo 50 minuti di strenua resistenza azzurra, è arrivato il loro gol. In quel momento, la sensazione comune era che l’Italia avesse perso irrimediabilmente e che l’unico obiettivo rimasto fosse evitare una goleada umiliante.
I francesi dominavano il campo come giocolieri divertiti, facendosi passaggi tra i giocatori italiani ormai “bombati”, quasi immobili e rassegnati.
Ma poi è arrivato Bastoni, e tutto è cambiato. Se ci fosse stato qualche minuto in più, probabilmente la partita l’avremmo anche vinta, così è sembrato negli ultimi minuti: il fischio dell’arbitro è arrivato quando tenevamo noi il pallone, pronto al tiro.
Da tutti — giocatori, allenatori, giornalisti — e persino da noi stessi, stretti davanti alla luce verde e azzurra dello schermo tra un’imprecazione e un urlo di gioia, si è levata la stessa sensazione: è stata una vittoria. Anche se i numeri parlano di pareggio.
Nel girone di qualificazione siamo al terzo posto, dopo Francia e Belgio, ma con la fiducia di poter ancora risalire.
Al fischio finale, l’immagine era emblematica: i giocatori e l’allenatore della Francia si allontanavano a testa bassa, mentre gli italiani festeggiavano come se avessero vinto un Mondiale.
Bastoni ha calato l’asso sul tavolo e una partita che non è stata né vinta né persa ha ridato fiducia e punti all’Italia.
Il calcio, si sa, è solo un gioco per modo di dire. Non è certo una semplice partita di briscola, ma il perno attorno a cui ruotano enormi interessi economici e di prestigio. Eppure noi, davanti al rettangolo luminoso dei sogni, continuiamo a cercarci una soddisfazione fatta di riscatto e orgoglio.
Nel calcio, come in molti altri settori, il grande difetto di noi italiani sta in un senso di inferiorità che appare quasi innato e incontrastabile. Partiamo da perdenti e, anche quando vinciamo, non siamo mai davvero contenti.
È vero: gli avversari erano più bravi e abbiamo evitato almeno cinque reti solo grazie alle parate del nostro gigante in porta. E non si può sempre andare in campo sperando nei miracoli del portiere, proprio come non si può affidare la vita al mazzo di carte.
Però è andata bene lo stesso. È andata bene perché l’Italia porta nella sua bandiera i colori delle virtù teologali; perché conserva un patrimonio inestimabile di cultura, tradizioni e storia.
In Italia è nata la civiltà di cui l’Occidente va fiero e che ha esportato i suoi valori nel mondo. L’Italia possiede le più belle città, le più belle spiagge, le più maestose montagne.
Dunque, “l’Italia s’è desta”? Sì. Perché, alla fine, noi siamo migliori.
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