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A proposito di San Valentino

3 minuti di lettura

Quella festa degli innamorati a cui molti devono rinunciare. Pare che Valentino sia un personaggio leggendario, anche se almeno due santi martiri cristiani del secondo e terzo secolo abbiano avuto questo nome. Sta di fatto che la festa di San Valentino fu istituita nel 496 d.C. da Papa Gervasio I, con la data del 14 febbraio.

Era intenzione del Papa distogliere l’attenzione sui Lupercalia, antica festa romana che si svolgeva intorno alla metà del mese di febbraio, in onore di Fauno Luperco, divinità latina della fertilità. In quei giorni si svolgevano feste orgiastiche, anche per la strada, come auspicio di fecondità per le donne, che si offrivano liberamente e casualmente per le strade di Roma.

L’amore cristiano doveva distinguersi dall’amore pagano. Ecco perché Papa Gervasio volle istituire la festa di San Valentino come celebrazione dell’amore coniugale. Infatti, per il cristianesimo la coppia si unisce per amore nel vincolo del matrimonio. Al desiderio erotico si deve sostituire quello per la formazione di una famiglia.

Cosa resta oggi della famiglia nel secondo millennio avanzato? Ogni cinque minuti in Italia una coppia si separa. Le separazioni e i divorzi tendono a calare, non perché le coppie siano più unite, ma perché si riducono i matrimoni, sia civili che religiosi. Oltre l’80% delle coppie convivono per almeno un anno prima di sposarsi.

Le nozze rappresentano un costo rilevante e quindi un ostacolo economico non da poco al matrimonio. Il matrimonio non è più un giuramento d’amore per sempre davanti al popolo e a Dio, ma essenzialmente una festa, una delle tante, non come una volta, quando per molti era l’unica festa di tutta la vita. Molti gli invitati e onerosi i costi per i festeggiamenti.

Si festeggia il celibato e il nubilato, così come si festeggia la separazione. Tutte queste occasioni assumono spesso le caratteristiche di un rituale quasi pagano, in cui si ostentano corpi, vestiti e canti più o meno licenziosi. Il “per sempre” diventa un’espressione convenzionale, talvolta tra persone che si sono già tradite o che restano aperte all’infedeltà.

“Mettere su famiglia” è ormai un modo di dire, niente di più. La famiglia pesa, molto più dell’essere coppia, e quest’ultima più dell’essere single.

Parlando con una signora che raccontava della sua travagliata vita coniugale, le feci notare che il suo desiderio, sin da ragazza, di fare una famiglia non passava necessariamente attraverso l’avere un marito. Infatti il marito l’aveva abbandonata anni prima per una donna più giovane, lasciandola con tre figli piccoli. Era rimasta sola con la famiglia che desiderava, anche senza un marito.

Quando aiuto persone in crisi affettiva, cerco di far capire che individuo e coppia sono realtà diverse sul piano sociale e psicologico. La nascita dei figli trasforma poi individuo e coppia in una nuova entità: la famiglia, fatta di relazioni incrociate e vissuti soggettivi.

“Siamo due genitori che convivono sotto lo stesso tetto, ma non siamo più una coppia: però siamo una famiglia.” È una famiglia senza coppia. Può accadere anche il contrario: una coppia che esclude i figli. Ricordo una giovane paziente che viveva il rapporto tra i genitori come chiuso ed esclusivo, sentendosi esclusa da entrambi.

Gli anni trasformano relazioni e individui. I cambiamenti possono acuire i contrasti, stabilizzarli o persino migliorarli. Molte persone che si separano per rifarsi una famiglia finiscono per rivivere gli stessi conflitti. Altre, invece, diventate più mature, cercano con maggiore impegno di non fallire di nuovo.

Qual è il segreto perché una coppia, diventata famiglia, possa durare nel tempo e possibilmente essere felice?

Un tempo esisteva il matrimonio per procura. I nostri nonni, agli inizi del ’900, emigravano per lavoro. Una volta stabilizzati, chiedevano a parenti o al parroco di trovare una ragazza “adatta” da sposare. La giovane si sposava senza aver mai visto lo sposo, se non in fotografia, e partiva per raggiungerlo. Solo allora iniziava davvero la vita coniugale. Nascevano figli, cresciuti con pochi mezzi ma con dignità.

Anche in tempi più recenti, quante volte amici o conoscenti hanno fatto incontrare due persone. Ricordo un amico di mio padre che, intorno ai quarant’anni, cercava una compagna. Fu organizzato un incontro in presenza della famiglia. Dopo pochi mesi si sposarono, ebbero tre figli e furono felici.

I matrimoni combinati per necessità o convenienza sembrano talvolta funzionare meglio di quelli “d’amore”. Forse perché, per durare, l’amore non deve essere eccessivo, ma “quanto basta”, come il sale in cucina.

Dante vide Beatrice quando erano bambini e non poterono mai sposarsi. Dante sposò Gemma Donati, ma nelle sue opere celebrò solo Beatrice. Quando Beatrice morì, fu come uno sconvolgimento cosmico. Eppure tra loro ci fu forse solo uno sguardo.

Diversamente, Werther e Lotte si amarono, ma non poterono stare insieme. Eppure il loro amore fu vissuto intensamente. Ci sono molti modi di amare, tanti quanti sono i simboli e le reliquie di San Valentino sparse in Europa.

Solo i giovani sembrano capaci di amare “per sempre”. Forse per questo San Valentino è immaginato giovane, come in una favola romantica. Forse proprio perché vuole amare troppo, rischia di non saper amare davvero.

Simone Weil, giovane donna libera e colta del Novecento, recitava una poesia di George Herbert intitolata Amore come una preghiera: “Amore mi ha teso la mano e mi ha detto sorridendo: chi ha fatto i tuoi occhi se non io?”.

I giovani sanno amare perché non hanno paura di guardarsi negli occhi. E in quel silenzio, fatto di parole e gesti, l’intensità conta più del tempo.

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