Il cardinale segretario di Stato vaticano ha aperto le celebrazioni per i 150 anni della Facoltà di Diritto Canonico alla Gregoriana. Al centro dell’intervento il rapporto tra rivoluzione digitale, etica e tutela dei più deboli.
ROMA – Il cardinale segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha aperto martedì 20 Ottobre le cinque giornate di incontri e approfondimenti per i 150 anni della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Gregoriana, a Roma. Il porporato ha aperto il suo intervento con un’ampia riflessione sul capitolo quinto della prima enciclica di Papa Leone XIV, la Magnifica humanitas, quello sulla “cultura della potenza e la civiltà dell’amore”.
Il cardinale Parolin ha evidenziato che diritto, legalità e giustizia riguardano la “quotidiana esistenza” e “sono fattori determinanti nella relazione tra persone, comunità e popoli”. Per tale motivo, in ogni epoca, “sul loro significato si articolano riflessioni, si aprono dibattiti e si stabiliscono i necessari parametri delle relazioni all’interno degli Stati e tra gli Stati”. Queste riflessioni oggi si concentrano in particolare sulle “promesse” delle “nuove tecnologie”.
Infatti, ha sottolineato Parolin, se la Rerum Novarum di Leone XIII “indicava le modalità per preservare la dignità umana di fronte alle strutture della rivoluzione industriale e alla questione operaia”, oggi “la Magnifica Humanitas proietta la sua analisi nel contesto della rivoluzione digitale” e invita a riflettere sulla custodia della persona umana nell’ambito degli “sviluppi dell’intelligenza artificiale”. Il rischio concreto è che la tecnologia venga separata da ogni fondamento etico, riducendo le persone a ingranaggi di un sistema orientato unicamente alla performance.
Nel suo discorso, il segretario di Stato ha rimarcato come le innovazioni tecnologiche, compresa l’intelligenza artificiale, non siano affatto neutrali: “possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione”. E allora il capitolo quinto della Magnifica humanitas per i giuristi “rappresenta una provocazione che tocca l’essenza stessa del diritto e ancora di più la sua funzione razionale e il suo impatto sociale”. La domanda principale che emerge è: “di fronte all’automazione della forza e dei suoi metodi si può fermare la ‘cultura della potenza’ sempre più imperante nelle relazioni tra persone, comunità e popoli?”
La civiltà dell’amore
Il porporato ha così evidenziato la necessità di capire come “gettare le basi di una nuova ‘civiltà dell’amore’, mediata da un diritto autenticamente orientato ad edificare strutture di giustizia, come premessa al bene comune”. Il potere tecnologico, che oggi ha un volto prevalentemente privato, dovrebbe invece servire a edificare “una società globale fondata sulla giustizia, sulla pace e sulla fraternità, in contrapposizione a logiche di violenza e divisione”.
In questa direzione il cardinale ha indicato ai giuristi e ai diplomatici tre coordinate fondamentali tratte dalla Magnifica humanitas: disarmare le parole, cioè adottare un linguaggio capace di mediare, favorendo il mutuo rispetto e la cooperazione tra gli Stati; assumere lo sguardo delle vittime, ossia centrare l’attenzione sulle reali sofferenze della popolazione civile, dei profughi e di quanti sono travolti dai conflitti; e coltivare un sano realismo: cercare “vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti”.
In sintesi, ha rimarcato Parolin, “la civiltà dell’amore si contrappone alla cultura della potenza ricercando la giustizia e costruendo istituzioni efficienti”, attraverso gli “strumenti propri del diritto, costruendoli pazientemente e verificandone gli effetti”.
Ha concluso così concluso il cardinale: “Se la decisione del legislatore o del giudice è demandata a un sistema predittivo fatto di algoritmi” viene meno il principio cardine della motivazione dell’atto giuridico, e così “ad imporsi sarà quella che Papa Leone XIV chiama “cultura della potenza”, riducendo il diritto a una tecnica di regolazione, svuotata però da ogni componente di giustizia sostanziale”. Serve allora “elaborare regole che consentano di governare il fenomeno dell’intelligenza artificiale”, eliminando le “disuguaglianze” e dando spazio ad “una maggiore giustizia”.
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