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Al referendum vince il No, ma il Governo è già all’opera

3 minuti di lettura

Il verdetto delle urne è netto, ma non definitivo sul piano politico. Il 53,23% degli italiani ha bocciato la riforma della Giustizia, fermando il Sì al 46,77. Un risultato che pesa, perché arriva su uno dei dossier più identitari dell’attuale maggioranza, ma che non sembra destinato a rallentare davvero l’azione dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni

ITALIA. La linea è già tracciata: rispetto per il voto popolare, nessuna marcia indietro sull’impianto complessivo delle riforme. «Andiamo avanti», è la sintesi politica della premier. Una formula che tiene insieme realismo e determinazione, nella consapevolezza che il referendum ha restituito un Paese diviso più che un orientamento univoco.

Dietro quel 53% non c’è un blocco monolitico, ma una geografia complessa. Il Nord produttivo — dalla Lombardia al Veneto, fino al Friuli-Venezia Giulia — ha espresso con maggiore forza una domanda di cambiamento, mentre altre aree del Paese hanno mostrato una più marcata resistenza.

Non è una frattura nuova, ma torna a manifestarsi proprio quando si parla di riforme strutturali. Da un lato un’Italia che spinge per innovare, dall’altro una che teme gli effetti di interventi percepiti come radicali. In mezzo, una larga fascia di elettorato che probabilmente non ha trovato risposte sufficientemente chiare su un tema tecnico e divisivo.

È qui che si annida uno dei nodi centrali: la difficoltà di tradurre una riforma complessa in un messaggio politico comprensibile e condiviso.

Nordio non arretra

Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio non si sottrae all’analisi, ma respinge l’idea di una resa personale. «Non la considero una sconfitta mia», chiarisce, riconoscendo però un limite nella comunicazione: la riforma non è riuscita a dissipare il timore di un intervento sulla Costituzione percepito come destabilizzante.

E alla domanda sulle dimissioni, la risposta è netta: non è tempo di lasciare. «Ho ancora molto da fare». Parole che suonano come una dichiarazione d’intenti più che una difesa d’ufficio.

Il punto politico, tuttavia, resta. Il referendum segna uno stop su alcune direttrici di riforma e, come ammette lo stesso ministro, «alcune riforme si fermeranno». Non tutte, però. L’azione di governo si sposterà su terreni meno esposti al giudizio diretto degli elettori: efficienza della macchina giudiziaria, concorsi, personale, attuazione del Pnrr.

Il rischio di una giustizia più “invasiva”

Nell’analisi di Nordio emerge anche un altro elemento, destinato a far discutere: il possibile rafforzamento del ruolo della magistratura. Il rischio evocato è quello di una maggiore incidenza delle toghe sull’iniziativa politica, in particolare su temi sensibili come l’immigrazione.

È una lettura che riapre un confronto antico nella storia repubblicana: quello sull’equilibrio tra poteri dello Stato. E che potrebbe diventare il terreno di nuove tensioni tra politica e magistratura nei prossimi mesi.

La vera partita: legge elettorale e premierato

Se la riforma della giustizia subisce una battuta d’arresto, il cantiere delle riforme resta aperto. La maggioranza guarda già oltre, puntando sulla legge elettorale e sul progetto di premierato.

L’obiettivo dichiarato è la stabilità. Nelle parole degli esponenti del centrodestra, il voto referendario rafforzerebbe paradossalmente la necessità di cambiare le regole del gioco: garantire a chi vince di governare con chiarezza e per l’intera legislatura.

In questo quadro, il referendum non è la fine di un percorso, ma una deviazione. Il tentativo sarà quello di spostare il baricentro su riforme meno “identitarie” e più sistemiche, capaci di raccogliere un consenso più ampio.

Una lezione politica

Il risultato del 22 e 23 marzo consegna una lezione che va oltre il merito del quesito. L’Italia resta un Paese difficile da riformare, dove ogni cambiamento strutturale incontra resistenze profonde. Ma allo stesso tempo emerge una domanda di innovazione che non può essere ignorata.

Il rischio, altrimenti, è duplice: da un lato la paralisi, dall’altro la radicalizzazione del confronto tra chi vuole cambiare tutto e chi non vuole cambiare nulla.

Il Governo rivendica il merito di averci provato. Gli elettori hanno posto un limite. Tra queste due spinte si giocherà la prossima fase politica.

Come spesso accade nella storia italiana, non sarà il risultato di un voto a chiudere la partita, ma la capacità — o meno — della politica di trasformare una sconfitta in un nuovo punto di partenza.

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