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San Turibio de Mogrovejo, vescovo di Lima

3 minuti di lettura

Rampollo di antica nobiltà castigliana, figlio di una terra temprata dal vento e dalla fede, Turibio Alfonso de Mogrovejo venne alla luce a Mayorga de Campos nell’anno del Signore 1538. In lui si congiungevano, come in un sigillo provvidenziale, l’eleganza della stirpe e la severità della legge: giurista insigne, maestro nell’arte sottile del diritto, seppe ascendere alle cattedre dell’illustre Università di Salamanca, dove il suo nome era pronunciato con rispetto quasi riverenziale.

Ma Dio, che ama sorprendere i sapienti e rovesciare i disegni degli uomini, lo scelse per un cammino che nessuna ragione umana avrebbe potuto prevedere. Fu il re Filippo II, strumento inconsapevole di un disegno più alto, a chiamarlo a una missione che sapeva di croce e di abisso: lasciare la sicurezza delle aule e delle leggi per varcare l’oceano e governare, come pastore, una Chiesa ferita agli estremi confini del mondo.

Così, nel 1580, il laico Turibio fu rivestito in rapida successione dei sacri ordini, fino a essere consacrato vescovo della lontana Ciudad de los Reyes, l’odierna Lima. Non partì con entusiasmo, né con leggerezza: nel suo cuore già si agitava la consapevolezza di ciò che avrebbe trovato. Il Nuovo Mondo, da meno di mezzo secolo sotto la corona di Spagna, era divenuto teatro di un dramma silenzioso: dietro il nome di evangelizzazione si celava spesso l’ombra della sopraffazione.

I conquistadores, eredi della spada e non della croce, avevano eretto un dominio che schiacciava gli indigeni non solo nei corpi, ma nelle anime. E anche tra i ministri dell’altare non mancavano coloro che, per debolezza o convenienza, si piegavano al potere terreno. In questo scenario, che avrebbe potuto spezzare anche un animo forte, Turibio entrò come fuoco purificatore e come voce profetica.

Non brandì armi, non cercò alleanze mondane: si armò di verità. E la sua parola, limpida come una sentenza e ardente come un oracolo, risuonò con forza inaudita: “Cristo è Verità, non costume!” Non era un motto, ma una linea di vita. Egli comprese con lucidità giuridica e sapienza spirituale che la riforma della Chiesa non può nascere dall’esteriorità delle strutture, ma dalla santità dei suoi ministri.

Cominciò dunque dai sacerdoti, chiamandoli non con durezza sterile, ma con l’autorità luminosa dell’esempio. Vegliava lungamente nella preghiera, si nutriva di silenzio e di contemplazione, perché sapeva che nessuna legge riforma ciò che non è prima convertito nell’intimo.

E poi, come un padre che scopre i suoi figli perduti, si innamorò degli Indios. Non li considerò mai oggetto di conquista, ma soggetti di dignità, immagini vive del Cristo sofferente. Discese fino a loro non solo geograficamente, ma linguisticamente: studiò il quechua e l’aymara, si fece prossimo nella parola per poter essere credibile nella fede. Impose ai sacerdoti lo stesso impegno, quasi a dire che chi non parla la lingua del popolo non può pretendere di parlare in nome di Dio.

Fu allora che la sua opera assunse i tratti di una vera rifondazione ecclesiale: pubblicò il catechismo nelle lingue indigene, restituì alla predicazione la purezza evangelica, percorse instancabilmente territori immensi, attraversando montagne e deserti, affrontando fatiche che avrebbero spezzato un uomo comune. Per quasi dieci anni visse più in cammino che in sede, come un apostolo dei primi tempi, visitando ogni angolo della sua diocesi sterminata.

E Dio, che non lascia senza frutto il sudore dei giusti, benedisse il suo ministero con grazie singolari: tra coloro che egli confermò nella fede vi furono tre anime destinate alla gloria degli altari, Martino de Porres, Francesco Solano e Rosa da Lima, come gemme di santità fiorite nel terreno che egli aveva irrigato con lacrime e sacrifici.

Il suo episcopato fu un cantiere incessante: fondò innumerevoli parrocchie, convocò concili e sinodi, diede forma e ordine a una Chiesa che fino ad allora era rimasta fragile e dispersa. Ma ciò che più lo rese simile al Buon Pastore fu la carità concreta: quando la peste devastò il Perù, egli non si rifugiò nella sicurezza, ma si fece presenza viva tra i malati, donando tutto, fino a non trattenere nulla per sé.

Questo zelo gli attirò l’ostilità dei potenti. Il viceré lo guardava con sospetto, i conquistadores con irritazione: un vescovo che non cercava il favore della corte, che non partecipava ai fasti mondani, che osava difendere gli ultimi, era per loro una minaccia. Ma Turibio, saldo come roccia evangelica, non si lasciò piegare. Sapeva bene a chi apparteneva il suo cuore e a chi doveva rendere conto.

Amava ripetere, come sintesi del suo ministero: “Amare gli uomini che ci sono affidati come si ama Cristo.” E in questa frase si racchiude tutta la teologia del suo episcopato: non un governo, ma un’offerta; non un potere, ma una consegna.

Morì come aveva vissuto: in viaggio, consumato dal servizio, lontano da ogni comodità, a Saňa nel 1606, con il cuore ancora proteso verso le sue pecore. La Chiesa, riconoscendo la santità di quella vita interamente donata, lo elevò agli altari per volontà di Benedetto XIII nel 1726, e Giovanni Paolo II lo proclamò patrono dell’episcopato latinoamericano nel 1983, quasi a consegnarlo come modello perenne ai pastori del continente.

E così la sua figura rimane, nei secoli, come un giudice che non ha temuto la verità, come un pastore che non ha abbandonato il gregge, come un santo che ha trasformato il diritto in giustizia e la giustizia in carità. Perché là dove gli uomini edificano il potere, i santi edificano l’eternità: e Turibio non governò un territorio, ma redense un popolo alla luce incorruttibile di Dio.

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