Marco Marseglia , dipendente di Poste Italiane, insieme alla moglie Laura, ha trasformato la sua casa in un luogo d’accoglienza
Treviso – Nel giorno dedicato alla festa del papà, la storia di Marco Marseglia, dipendente trevigiano di Poste Italiane, dà senso a una ricorrenza che spesso rimane come una data sul calendario.
Marco lavora in Poste Italiane dagli anni ’90. Ha iniziato come portalettere a Treviso, per poi entrare nell’area commerciale, dove oggi gestisce i rapporti con grandi aziende del nord est. Un lavoro fatto di relazioni, ascolto, dialogo e mediazione.
«La bellezza è conciliare tutto questo con il lavoro. Ho la fortuna di fare un mestiere di relazione, che mi porta al contatto con le persone e questo mi ha favorito nella mia esperienza professionale. Un lavoro che mi ha insegnato a mettermi nei panni degli altri. E credo che questo abbia influito decisamente anche su come sono diventato padre».
Marco e sua moglie Laura si sono sposati nel 2005 e hanno avuto due figli naturali, oggi ventenni (con loro nella foto). Poi è accaduto qualcosa: «Ci siamo accorti che volevamo allargare la famiglia, ma non in senso “biologico”. Sentivamo che potevamo essere utili a chi viveva situazioni difficili».
Le storie
È così che in casa loro arriva la prima ragazza da accogliere: un’adolescente con un vissuto complicato, sostenuta negli studi fino al diploma e alla laurea. Poi una mamma con una bambina, ospitate per due mesi in un momento difficile.
Poi arriva un percorso più strutturato, quello dell’affido familiare. Prima un neonato di sei mesi, poi una mamma con due figli piccoli. La donna, con il tempo, riprende in mano la propria vita, mentre i due bambini restano nella famiglia di Marco: oggi hanno 14 e 11 anni.
L’esperienza più significativa arriva qualche anno dopo, quando la famiglia viene contattata per una pronta accoglienza urgente: un bambino con una disabilità genetica, cresciuto in condizioni di grave trascuratezza. «Non parlava, non camminava, ma non per
una patologia fisica: semplicemente non era stato seguito» – ricorda Marco. Quel bambino oggi è un ragazzo di tredici anni che parla, cammina, va a scuola, fa scout e va in bicicletta anche senza rotelle.
Una grande famiglia
«I nostri figli lo hanno accolto come un fratello. È questo che fa la differenza: non solo noi genitori, ma una famiglia intera che si apre». Non è un’adozione. È un affido vero e proprio, con incontri regolari con la famiglia d’origine. «Siamo convinti che, quando non è pericoloso, il legame con i genitori vada conservato. È faticoso ma è giusto. I bambini hanno diritto a riconoscere la loro storia».
Papà Marco lo dice con una serenità che sorprende: «I bambini in affido sono eroi. Devono tenere insieme due mondi, due affetti, due appartenenze. Si chiedono perché hanno due mamme o due papà. Ogni incontro con i genitori è una gioia, ma anche una ferita.
Eppure, se accompagnati bene, sviluppano una forza enorme. Hanno una marcia in più».
Conciliare tutto questo con il lavoro non è semplice. Marco lo ammette con sincerità: «Non c’è un confine netto. È un equilibrio dinamico. Ma il mio lavoro mi ha aiutato come padre e la mia famiglia mi ha aiutato nel lavoro. L’ascolto, la pazienza, la capacità di
mettersi nei panni degli altri: tutto si intreccia».
Il sostegno decisivo arriva dalla moglie Laura, musicista e insegnante, che ha scelto di dedicarsi alla gestione quotidiana dei figli, tra attività, terapie, incontri con psicologi e servizi sociali. «Senza di lei tutto questo non sarebbe possibile. È una scelta di vita fatta
insieme, ogni giorno».
Da tre anni Marco è presidente del Forum delle Famiglie del Veneto, un organismo che riunisce varie associazioni per portare ai tavoli istituzionali proposte a sostegno delle famiglie. «Le fragilità familiari si vedono ogni giorno. Se le famiglie sono sostenute, la
società funziona meglio. Altrimenti le conseguenze le paghiamo tutti».
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