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27 Gennaio 1945: le truppe sovietiche entrano nel campo di sterminio di Auschwitz

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Le truppe sovietiche entrano nel campo di sterminio di Auschwitz. Ciò che si sapeva, divenne alla vista concreto e inimmaginabile

ITALIA. L’ossessione hitleriana contro gli ebrei, considerati razza inferiore e colpevoli di essere responsabili della sconfitta e della umiliazione tedesca nel 1918, si era materializzata nel gennaio del 1933, quando Hitler prese il potere in Germania.

Prima esclusi, perseguitati e internati, quindi, in un crescendo di violenza fino allo sterminio definitivo, cittadini di nazioni diverse, di diversa estrazione sociale, di diversa ideologia politica, donne e uomini, bambini e vecchi subirono da innocenti il martirio, senza un perché. In poco meno di cinque anni, tra il 1941 e il 1945, furono uccisi circa 6 milioni di ebrei. Dico circa perché non si contano quanti scomparvero in fosse comuni, senza un segno di riconoscimento, oppure dispersi.

L’approssimazione del numero testimonia di per sè come anche la loro memoria era destinata a restare per sempre oltraggiata. Oggi, 27 gennaio 2026, si deve ricordare. Ciò che si deve ricordare non sono le brutalità del nazifascismo nei confronti di civili indifesi, ma qualcosa di più, molto di più. L’indifferenza, che allora come oggi permea la vita di ognuno, rispetto alle ingiustizie che avvengono nel mondo. Primo Levi (1919-1987) scrive negli anni ’80 alcuni racconti, ora raccolti nell’antologia pubblicata da Einaudi nel 2021 “Auschwitz una città tranquilla”.

Auschwitz era il nome dato dai tedeschi alla cittadina della Polonia che anche oggi si chiama Oswiecim. Era effettivamente una città tranquilla prima che i tedeschi nel 1939 invadessero la Polonia. Era una città con una numerosa e influente popolazione di religione ebraica.

All’essere ebrei, si aggiungeva un’altra onta, quella di essere slavi. Ebrei e slavi costituivano per l’ideologia nazista razze inferiori, rispetto alla razza ariana, quella che dall’800 in poi fino alla caduta del nazismo, doveva essere considerata la razza incontaminata e pura dei popoli nord europei, esaltata nelle saghe popolari e artistiche (Wagner).   Ma ciò che avvenne non era disprezzo e immeritata superbia.

Ogni popolo ha diritto di ritenersi come vuole, e si può anche soprassedere al principio che siamo tutti uguali. Ma quando questa bizzarra e infondata ideologia diventa il presupposto e la giustificazione di soprusi e violenza fino al radicale sterminio, questo non può trovare alcuna ragione. Se non il male, come entità assoluta e inequivocabile. Levi descrive la vita nel lager come una metafora della vita stessa.

Un male connaturato, sul quale non si può far meglio che restare indifferenti, pur di sopravvivere. E’ una “zona grigia” quella che interessa allo scrittore Levi, descrivere questa area indefinibile, priva di identità, confusa come il vetro di un dagherrotipo che ridà in trasparenza il bianco e il nero di forme che solo la luce restituisce all’umanità. Luce che non c’era ad Auschwitz, dove tutto era fumo e grigio, dove le bande scandivano i tempi del giorno e della notte, per allietare donne e uomini, schiavi ed aguzzini, e resistere al lugubre suono delle armi e delle grida.

Levi sentiva di essere parte di questa “zona grigia” di una umanità senza futuro e senza speranza. “Sono costretto a scrivere ma non voglio più scrivere”, questo è l’urlo spezzato della poesia con cui introduce i suoi racconti. La “schiena bruna” delle formiche che camminano in folla, chi verso la morte chi verso la salvezza, ma per entrambe non c’è speranza, perché non sanno dove è la salvezza né dove è la morte. Sono solo inconsapevoli formiche. Uscire dalla “zona grigia” della non coscienza che porta all’indifferenza è il compito di chi vuole e deve ricordare. Oggi e sempre.

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