In ginocchio sull’asfalto gelato, avvolti in cappotti pesanti e sciarpe, hanno pregato mentre la temperatura scendeva sotto lo zero. Poi sono arrivati gli agenti, le manette, i furgoni della polizia
MINNEAPOLIS . All’aeroporto internazionale di Minneapolis–St. Paul si è consumato uno degli episodi più simbolici della nuova ondata di proteste contro la politica migratoria dell’amministrazione Trump: circa cento religiosi sono stati arrestati durante una manifestazione contro le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice).
Secondo gli organizzatori, il presidio voleva denunciare l’uso dello scalo come snodo per il trasferimento e la deportazione di migranti detenuti. Pastori, ministri e leader religiosi – in gran parte cristiani – si sono radunati all’esterno del terminal principale, inginocchiandosi in preghiera, cantando inni e recitando il Padre Nostro. Le immagini diffuse sui social mostrano i manifestanti portati via uno a uno, in silenzio, mentre la neve cadeva fitta.
Le autorità aeroportuali hanno giustificato gli arresti sostenendo che il gruppo avesse superato i limiti del permesso concesso e ostacolato le normali attività dello scalo. Ma per i partecipanti si è trattato di un atto di disobbedienza civile deliberato. «Quello che sta accadendo è una questione morale, prima ancora che politica», ha dichiarato una ministra unitariana arrivata appositamente dal Wyoming per unirsi alla protesta.
L’azione all’aeroporto è stata solo uno dei momenti più visibili di una giornata di mobilitazione più ampia, ribattezzata dagli attivisti “Giornata della Verità e della Libertà”. Nelle Twin Cities migliaia di persone hanno aderito a cortei, sit-in e iniziative di boicottaggio, sospendendo lavoro, scuola e consumi per protestare contro l’intensificazione dei raid dell’Ice nelle ultime settimane. Un clima di tensione che ha assunto i contorni di uno sciopero generale, nonostante il freddo estremo.
Al centro della rabbia popolare ci sono soprattutto gli arresti di minori e famiglie. Il caso di un bambino di cinque anni fermato a Minneapolis ha suscitato indignazione anche a livello internazionale, spingendo il governo dell’Ecuador a chiedere chiarimenti ufficiali a Washington per verificare le condizioni e la tutela del piccolo. Le autorità statunitensi continuano a negare irregolarità, ma le rassicurazioni non placano le proteste.
A infiammare ulteriormente il dibattito è stata anche la diffusione, da parte della Casa Bianca, di un’immagine alterata dell’arresto di un’attivista per i diritti civili durante un’irruzione in una chiesa a St. Paul. La foto ritoccata, che ritraeva la donna in lacrime, è stata liquidata da un portavoce come un semplice “meme”, una definizione che ha provocato nuove polemiche sull’uso politico della comunicazione istituzionale.
Intanto, secondo esperti di diritto costituzionale, una circolare interna attribuirebbe ora agli agenti dell’Ice poteri ancora più estesi, fino a consentire l’ingresso nelle abitazioni senza mandato. Una misura che, avvertono i giuristi, rischia di violare apertamente il Quarto Emendamento e di scardinare principi giuridici fondanti dell’ordinamento americano.
Sul fronte politico, la Camera dei Rappresentanti ha approvato il finanziamento del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, con un budget complessivo di oltre 64 miliardi di dollari, inclusi fondi aggiuntivi per l’Ice. Un voto che certifica una spaccatura profonda nel Paese.
In Minnesota, però, il messaggio che sale dalle strade è chiaro: per molti cittadini, la linea dura sull’immigrazione non è solo una questione di sicurezza, ma una ferita aperta ai valori democratici e umanitari degli Stati Uniti. E anche il gelo artico, in questi giorni, sembra incapace di spegnerla.
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