La commissione Affari giuridici del Parlamento Europeo ha respinto – con 13 voti contrari e 12 favorevoli – la richiesta avanzata dal governo ungherese di revocare l’immunità parlamentare di Ilaria Salis
BRUXELLES. La commissione Affari giuridici del Parlamento europeo ha respinto, con 13 voti contrari e 12 favorevoli, la richiesta del governo ungherese di revocare l’immunità parlamentare a Ilaria Salis. Il voto, avvenuto a scrutinio segreto, non è definitivo: sarà l’aula plenaria, a partire dal 6 ottobre, a decidere se confermare o ribaltare la linea emersa in commissione.
Salis, eletta nel 2024 con Alleanza Verdi e Sinistra, è accusata in Ungheria di aver aggredito militanti di estrema destra durante una manifestazione a Budapest nel 2023. Rimasta in carcere preventivo per 15 mesi, è stata poi posta ai domiciliari fino alla sua scarcerazione dopo l’elezione a Strasburgo. La deputata ha sempre negato le accuse, sostenendo di voler affrontare un processo, ma solo in Italia, convinta che in Ungheria il verdetto sia già deciso.
Secondo fonti interne, i gruppi progressisti hanno votato compatti contro la revoca, mentre la destra ha sostenuto la richiesta ungherese. A risultare decisivi sarebbero stati due eurodeputati del Partito Popolare Europeo, che non avrebbero seguito le indicazioni del loro gruppo, spostando l’ago della bilancia.
La vicenda ha anche un risvolto politico significativo. Storicamente, le forze che oggi compongono Alleanza Verdi e Sinistra hanno sempre contestato l’istituto delle immunità parlamentari, considerate un privilegio di casta che sottrae i politici al giudizio dei tribunali.
Negli anni Novanta e Duemila la sinistra radicale si oppose con forza a quelle che definiva “rendite di posizione”, chiedendo più volte la soppressione delle prerogative che proteggevano parlamentari coinvolti in indagini, come nei casi celebri di Silvio Berlusconi e di altri leader politici. Oggi, però, la difesa dell’immunità di Salis viene rivendicata come strumento necessario, mostrando una contraddizione evidente con le posizioni del passato.
Nell’attesa del voto in plenaria, resta aperto un interrogativo sulla coerenza politica e sulla credibilità delle istituzioni. L’immunità è nata per tutelare la libertà di mandato, non per proteggere i rappresentanti da accuse relative a fatti precedenti ed estranei alla loro attività politica. La revoca non equivarrebbe a una condanna, ma permetterebbe semplicemente alla giustizia di seguire il suo corso, con tutte le garanzie che l’Unione dovrebbe pretendere e vigilare.
Confermare l’immunità rischierebbe al contrario di rafforzare l’idea di un privilegio di casta e di contraddire principi che proprio i partiti della sinistra, per anni, avevano posto al centro della loro battaglia politica.
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