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L’Umano tutto intero: speranza e sfida di un’epoca che cambia

4 minuti di lettura

A Roma il Festival dell’“Umano tutto intero” rilancia la sfida decisiva di questo tempo: rimettere al centro la persona, con le sue relazioni, fragilità e speranze, contro ogni riduzione tecnocratica o ideologica.

ROMA. C’è qualcosa di prezioso, e raro, nell’aria di questo tempo confuso e stanco: la parola “Speranza” che torna a risuonare fuori dagli slogan. Torna grazie all’iniziativa del Secondo Festival dell’“Umano tutto intero”, che si è tenuto a Roma il 17 e 18 giugno scorsi. Un titolo impegnativo, quasi temerario, in un’epoca che sembra smontare e ridurre l’uomo in funzioni, bisogni, preferenze: un “umano” fatto a pezzi, svuotato di ogni dimensione verticale.

Il festival, promosso dal network “Ditelo sui tetti” – rete viva di oltre cento associazioni impegnate nel sociale, nella scuola, nella famiglia, nella cura – ha avuto al centro un tema semplice e radicale: “I luoghi e le strade della Speranza”. Quella vera, però. Non la speranza effimera dei trend, del like o del consumo, ma quella che ancora tiene in piedi le persone e le comunità nelle pieghe spesso invisibili della vita quotidiana.

Significativo il saluto di Papa Leone XIV, trasmesso dalla Segreteria di Stato: un invito a difendere la “dignità della persona in ogni condizione sociale, intellettuale, lavorativa”, per costruire una “cultura dell’accoglienza e dell’inclusione”. Parole misurate e forti, che indicano una direzione chiara: quella di un umanesimo integrale, di una visione della persona non ridotta a funzioni economiche o diritti individuali sganciati dal bene comune.

Il messaggio di Giorgia Meloni ha saputo raccogliere questa sfida con accenti sorprendenti: “Possiamo riscoprire la forza di immaginare una società migliore solo se l’uomo ritrova la propria identità e il proprio posto nel mondo”, ha scritto la premier, evocando l’Icaro di Matisse – simbolo scelto dal festival – come immagine dell’uomo che, volendo farsi Dio, ignora i propri limiti e precipita. Un monito contro le derive di onnipotenza tecnologica e antropologica che segnano l’epoca presente: dalla manipolazione della vita nascente fino alla cancellazione dei dati costitutivi della natura umana.

Altrettanto netto l’intervento di Lorenzo Fontana, presidente della Camera, che ha ribadito come “investire sulla natalità significhi investire sulla famiglia”, luogo primario di crescita e di costruzione della persona. Non parole generiche: il richiamo è stato preciso alla necessità di politiche concrete che mettano la famiglia, e non l’individuo isolato, al centro dell’agenda pubblica.

Al Festival hanno preso parola autorevoli figure istituzionali e religiose: i cardinali Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano e Matteo Zuppi, presidente della CEI, che hanno portato la prospettiva ecclesiale sulla fragilità e la dignità dell’uomo . Dal mondo politico, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, la Ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, il Ministro per lo Sport Andrea Abodi, e il Vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, il sottosegretario Andrea Ostellari, protagonisti dei panel su famiglia, educazione e lavoro. Largo poi agli intellettuali e agli “esempi di vita”: il filosofo Stefano Zecchi, il politologo Giovanni Orsina, il giornalista Antonio Polito; spazio persino a chi fa parte di mondi apparentemente distanti, come lo sport: Roberto Mancini e Giovanni Galli, portavoce della “bellezza della vita e della relazione” e moltissime figure di rilievo.

Non sono stati solo i vertici istituzionali a dare tono al Festival. Piuttosto, esso ha avuto il merito raro – e oggi urgente – di far parlare le esperienze vive: educatori, medici, imprenditori, cappellani di carcere, insegnanti, sportivi, volontari. Nelle cinque sessioni della prima giornata si è parlato di nascita, lavoro, cura, gioco, pena.

Così si è discusso di maternità e sostegno alla vita nascente, di educazione come alleanza tra scuola e famiglia, di lavoro come partecipazione e non solo salario, di sport come via di relazione e non solo di performance, di cura dei fragili come misura di una civiltà che non lascia indietro i deboli.

Si è parlato anche di carcere: perché una società che rimuove la questione della colpa e della pena, rimuove anche la possibilità di ricominciare, di riparare, di risorgere. Il crinale fra disperazione e rinascita, come è stato definito, è uno snodo che dice molto della civiltà di un popolo.

La seconda giornata ha invece indagato le “strade” – vere o illusorie – della speranza. Qui il festival ha osato toccare i nervi scoperti del tempo presente: l’individualismo che isola, lo statalismo che infantilizza, l’ideologia ecologista che talora disumanizza, il tecnicismo che svuota le relazioni, la guerra che dilania le coscienze.

Non è mancata nemmeno la riflessione sul senso religioso che sopravvive – magari trasformato in nuove idolatrie di sé o della tecnica – nel nostro tempo apparentemente post-cristiano. Domanda decisiva, in vista di quel Giubileo 2025 che tutti, laici o credenti, dovranno prima o poi interrogare.

In controluce, da ogni tavola rotonda, da ogni intervento, è emersa una questione di fondo: quale bene vogliamo proporre alla società italiana? Qual è l’orizzonte umano che ci fa ancora popolo, e non solo somma di individui?

La proposta del Festival, alla fine, è chiara e spiazzante nella sua semplicità: ripartire dall’umano tutto intero. Dalla famiglia, dal lavoro, dalla scuola, dalla cura, dalla comunità. Con politiche sussidiarie che non annullino l’iniziativa dei corpi intermedi, ma la valorizzino. Con uno Stato che accompagni, e non sostituisca, le libertà responsabili. Con una cultura che torni a chiamare per nome la verità delle cose, senza cedere al narcisismo delle opinioni.

Molte le proposte concrete uscite dal Festival: quoziente familiare, revisione dell’ISEE, welfare amico della maternità, alleanza scuola-famiglia, estensione capillare delle cure palliative, sostegno reale alla disabilità e alla fragilità, promozione della natalità. Temi che, come ha detto qualcuno dei relatori, possono sembrare “controvento” rispetto alla cultura dominante. Ma forse proprio per questo più necessari che mai.

Il network “Ditelo sui tetti” ha promesso di trasformare queste idee in un’agenda politica seria, condivisa, pronta per il confronto con le istituzioni. La sfida è ardua: resistere all’oblio dell’umano in un tempo che vorrebbe dissolverlo. Ma anche appassionante: perché riguarda il futuro, non solo di una parte, ma dell’Italia intera.

Per una volta, dunque, non solo parole o denunce. Ma una proposta concreta di ricostruzione culturale, sociale e politica. A misura d’uomo. Anzi: dell’uomo tutto intero.

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