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A scuola di assassini

2 minuti di lettura

C’è un’aula, in Italia, dove si studia la disumanità. Non è un istituto tecnico né un liceo delle scienze umane. È un’aula di giustizia, quella della Corte d’Assise di Venezia, dove si insegna, tra le righe di una sentenza, che si può colpire una persona 75 volte con un coltello senza essere crudeli. Basta essere inesperti

VENEZIA. La logica è questa: se sei un principiante dell’omicidio, puoi pure sbagliare mira, infierire, esagerare, insistere. Non è crudeltà, è imperizia. È come dire che l’eccesso è scusabile se frutto di maldestra passione. Come se ci fosse un apprendistato dell’assassinio, un corso serale in “morte senza aggravanti”, un tutorial YouTube su come si uccide bene. Ecco il paradosso giudiziario: Turetta non era un killer provetto, e perciò le 75 coltellate a Giulia Cecchettin diventano il frutto di goffaggine, non di sadismo.

Quanti omicidi servono per diventare esperti?

È la domanda che questa sentenza, implicitamente, ci sbatte in faccia. Uno? Due? Serve un master in criminologia sul campo per poter parlare di crudeltà? O basta forse arrivare al colpo giusto al primo tentativo? Perché, secondo la Corte, se solo Turetta fosse stato più “preciso”, avremmo potuto parlare di scelta deliberata. Ma siccome si è “allenato” sulla pelle di Giulia, allora no: non voleva infliggere sofferenze gratuite. Voleva solo ucciderla. Tutto qua.

Come se l’intenzione finale attenuasse il mezzo. Come se la brutalità fosse un danno collaterale, un difetto di procedura. Come se 75 coltellate potessero essere classificate come tentativo impacciato, piuttosto che grido di possesso, di dominio, di disprezzo totale per la libertà e l’umanità dell’altra.

O con me o con nessuno

Filippo Turetta non ha agito in un raptus. Lo ha detto la Corte. Lo ha ribadito la sentenza. C’era un piano, c’era un elenco, c’erano coltelli plurali, c’era lo scotch, c’erano i vestiti di ricambio. C’era persino la mappa per la fuga. C’erano, insomma, tutti gli ingredienti di un’esecuzione. Mancava solo il coraggio di chiamarla con il suo vero nome.

La motivazione più assurda – quella dell’inesperienza – non è solo un’offesa alla memoria di Giulia. È un’offesa al pensiero critico. È l’idea che si possa scomporre la violenza come se fosse un algoritmo, come se si potesse misurare la crudeltà in base all’efficienza del gesto e non all’intensità dell’intenzione.

La paura non conta, se non fa rumore

L’altro passaggio inquietante è quello sull’assenza dell’aggravante dello stalking. La Corte lo ammette: Turetta era molesto, prepotente, oppressivo. Ma Giulia non aveva paura. E quindi, niente stalking. Come se la paura dovesse essere gridata per diventare credibile. Come se una donna potesse essere perseguitata solo se visibilmente terrorizzata. Come se la pressione costante, le richieste ossessive, le limitazioni quotidiane non fossero già, da sole, violenza.

Giulia voleva solo riprendersi la sua vita. Aveva deciso di andare avanti, di essere libera anche di non mandare un messaggio della buonanotte. Ed è per questa libertà minima, quotidiana, per questo atto di autonomia banale ma radicale, che è stata uccisa.

Una sentenza che parla chiaro. E che grida forte

La condanna all’ergastolo è giusta. Ma le motivazioni fanno rumore. Un rumore sordo, che lascia spazio al dubbio, al retropensiero, all’idea – pericolosissima – che si possa ancora negoziare il linguaggio della violenza di genere. Che si possano ancora trovare zone grigie in una mappa che dovrebbe essere solo bianca o nera: vita o morte. Libertà o possesso. Uomo o carnefice.

Questa sentenza, con le sue sfumature, rischia di diventare un precedente tossico. Perché il messaggio che passa è che uccidere una donna, oggi, può essere fatto con determinazione, con premeditazione, con violenza inaudita – ma senza essere definito crudele, purché si sia abbastanza goffi.

È questo il nuovo alfabeto della giustizia?

Se così fosse, stiamo davvero diventando una scuola di assassini. Dove la materia principale non è il diritto, ma la giustificazione.

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