Alla vigilia delle elezioni, Kamala Harris e Donald Trump lanciano un’offensiva finale nei battleground states, tentando di strappare voti decisivi. Gli americani sono pronti a scegliere tra due visioni opposte per il futuro del Paese
STATI UNITI D’AMERICA. Mentre gli americani attendono con il fiato sospeso l’esito di una delle elezioni più tese e divisive della storia recente, Kamala Harris e Donald Trump mettono in scena l’ultimo atto di un’epica maratona politica. Con una raffica di comizi e apparizioni nei cosiddetti “swing states” – quei cruciali stati in bilico come Pennsylvania, Michigan e North Carolina – i due contendenti stanno tirando fuori le ultime carte, sperando di spostare anche una minima percentuale di elettori in loro favore.
Il quadro è quello di una sfida serrata, con i sondaggi che delineano un margine minimo tra i due candidati. A confermare la posta in gioco sono i 78 milioni di americani che hanno già votato in anticipo, quasi la metà dell’elettorato, a dimostrazione di un interesse senza precedenti. Questo alto livello di partecipazione, in linea con il picco record del 2020, lascia presagire un voto che potrebbe riservare sorprese.
Kamala Harris sta giocando una partita rischiosa in Michigan, cercando di conquistare il voto degli arabi e musulmani americani, in uno stato che conta una considerevole popolazione di circa 240.000 elettori registrati di queste comunità. La promessa di Harris di “fare tutto il possibile per porre fine alla guerra a Gaza” potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: un impegno sentito che potrebbe riconquistare parte del sostegno perso tra questi elettori, ma anche una dichiarazione che potrebbe risultare troppo vaga per alcuni di loro, frustrati dalla posizione ambigua dell’amministrazione Biden sulla crisi mediorientale.
Dall’altra parte, Donald Trump, con la sua consueta verve aggressiva, punta a rafforzare il mito del “grande ritorno”. Le sue parole – tra il nostalgico e il provocatorio – fanno leva su un’immagine di America “più sicura e prospera” ai tempi della sua presidenza. E, come ormai sua consuetudine, non mancano i colpi di scena: tra battute sui giornalisti “da prendere a colpi di pistola” e promesse di affidare a Robert F. Kennedy Jr., noto per le sue posizioni anti-vaccino, il ruolo di consigliere sulla salute pubblica. Un cocktail incendiario, pensato per galvanizzare il suo zoccolo duro, ma che potrebbe alienare ulteriormente i moderati.
Non sorprende che la strategia della paura faccia capolino anche sui sondaggi, con lo staff di Trump che accusa apertamente la stampa di voler scoraggiare i suoi elettori. Un tema che si ripete, come la litania contro il “voto truccato” e i “sondaggi di parte” – non ultimo quello dell’Iowa, che vede Harris sorprendentemente in vantaggio.
È evidente che, alla vigilia del voto, entrambe le campagne stiano giocando la loro mano finale con forza e astuzia. Harris si appella ai valori progressisti, cercando di compattare i diversi gruppi etnici e le comunità del Midwest. Trump, invece, insiste nel presentarsi come l’outsider scomodo, l’uomo “contro tutti”, intenzionato a riprendersi “ciò che gli spetta”.
La sfida si chiude così, in un crescendo di tensione e colpi di scena, dove gli elettori americani – che stanno vivendo un déjà vu della polarizzazione del 2020 – si trovano ancora una volta al centro di una narrativa di divisione e ansie sociali, mentre il mondo osserva, curioso e preoccupato.
Nei prossimi giorni sapremo se gli Stati Uniti opteranno per la continuità o sceglieranno un nuovo percorso, in un contesto di divisioni profonde e grandi aspettative sul futuro del Paese.
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