Roma, maggio 1946 e uno schiaffo, è l’albore del sorprendente film di Paola Cortellesi che segna il suo personale esordio alla regia tratteggiando una storia che dipinge epoche, maschilismo, violenza e povertà.
Un’opera prima presentata alla Festa del Cinema di Roma che contiene atmosfere mai banali e sa essere piacevolmente cruda senza disturbare, interrogando il pubblico su come eravamo.
Delia (Paola Cortellesi) è la moglie di Ivano (Valerio Mastandrea), con tre figli, il suocero in casa, Ottorino (Giorgio Colangeli) un’amica del cuore, Marisa (Emanuela Fanelli) e un innamorato un poco incerto, Nino (Vinicio Marchioni).
“C’è ancora domani”, rivela un passato per certi versi contemporaneo, che snoda la sua piena narrativa nel rapporto violento e malato tra Delia eternamente maltrattata e Ivano, con canottiera bianca, manesco e baffi d’ordinanza, una donna incapace di ribellarsi anche quando la figlia che vorrebbe insorgere reclama dignità, che forse è quella di restare in nome dei figli e di un ménage orribile, ma unica ragione di vita.
Anche se la vera scintilla di repulsione emerge quando si specchia nella giovanissima figlia, fidanzata con un ragazzo borghese e già in “incipiente dirittura d’arrivo“ con tutto quello che ha da sempre patito lei, vessata e maltrattata da sempre.
La storia, calata nel quartiere del Testaccio e girata perfettamente in un “moderno bianco e nero“, apre immediatamente il cuore verso Anna Magnani e il cinema d’antan, ma segue nella sinossi un suo percorso personalissimo che dipana subito una sua piena identità.
Come la scena culto della cioccolata che Delia mangia con il suo innamorato Nino fino sporcarsi i denti con lui, autentico pezzo di bravura e recitazione.
“C’è ancora domani“ è un film da vedere con gli occhi di chi riesce ancora a stupirsi di tutto quello che sembra essere lontano ed è un occasione per ringraziare la storia.
Credits photo – Locandina ufficiale
Prima Fila di Mauro Lama
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