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Negli ultimi sei anni, cioè dal 2012 al 2018, ci sono stati in Italia ben 937 suicidi per motivi economici e di mancanza di lavoro.

 

La categoria tra le più colpite da questo triste fenomeno è quella degli imprenditori, che ha registrato 381 casi, ovvero pari al 40,7% dei suicidi totali. La causa fondamentale di questi suicidi è il non poter far fronte agli impegni presi con fornitori, clienti e dipendenti.

 

Il fenomeno ha colpito principalmente il Veneto, che risulta la regione con più suicidi di imprenditori negli ultimi sei anni, con una percentuale del 30,8 %, ovvero pari a 118 casi.

 

I numeri sono impressionanti, specialmente per quanto riguarda la nostra regione, dove impera la piccola impresa che maggiormente ha sofferto della crisi economica.

 

Molti casi di suicidi di imprenditori veneti sono stati causati da problemi in piccole aziende trovatesi fuori mercato a causa della concorrenza spietata fatta da imprenditori esteri.

 

L’ultimo caso di imprenditore suicida in Veneto si è verificato il 5 marzo, quando un imprenditore di 57 anni si è suicidato impiccandosi nella sua azienda a Peraga di Vigonza (PD). La causa sembra attribuirsi alle difficoltà economiche della sua azienda.

Il 2018 ha rappresentato per il Veneto il quarto anno consecutivo di crescita occupazionale, con oltre 36 mila posti di lavoro dipendente in più, 22 mila dei quali a tempo indeterminato. A certificarlo sono i dati della Bussola trimestrale dell’Osservatorio di Veneto Lavoro sull’andamento del mercato del lavoro regionale.

 

In un contesto economico in lieve rallentamento, ma comunque positivo, il ritmo di crescita dell’occupazione veneta si assesta sugli stessi livelli del 2017. Ma risulta ora trainato principalmente dai contratti a tempo indeterminato, aumentati nell’arco di un anno di 22.200 unità. Tale incremento è in larga parte attribuibile alle trasformazioni da tempo determinato, raddoppiate rispetto all’anno precedente (59.800 contro 30.200).

 

Un risultato – spiegano i ricercatori di Veneto Lavoro – dovuto prevalentemente al boom di assunzioni a termine registrato nel 2017, che a un anno di distanza ha generato un fisiologico incremento delle trasformazioni. A incidere, però, sono stati anche gli incentivi strutturali all’assunzione di giovani under 35 introdotti a inizio 2018 e gli effetti del Decreto Dignità, entrato in vigore a novembre, che intervenendo in maniera restrittiva sui rapporti a tempo determinato ha in parte contribuito all’eccezionale incremento delle assunzioni e delle trasformazioni a tempo indeterminato osservato nel quarto trimestre dell’anno (rispettivamente +22% e +115% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e in particolare nel mese di dicembre.

 

Incide pochissimo il fenomeno dello staff leasing, ovvero la somministrazione a tempo indeterminato, che pur essendo triplicata rispetto all’anno precedente, con 1.500 assunzioni pesa appena per l’1% sul totale delle assunzioni stabili. Si riduce, di contro, tranne che nel lavoro stagionale, il ricorso ai contratti a tempo determinato, che nel quarto trimestre dell’anno registrano un saldo negativo per 47.700 posizioni di lavoro e su base annua mostrano una crescita modestissima (+1.700).  

 

“Fattore cruciale per il mantenimento e il miglioramento degli attuali livelli occupazionali  – dichiara l’assessore regionale al Lavoro Elena Donazzan – è e sarà sempre di più individuare politiche formative in grado di ridurre la distanza tra domanda e offerta di lavoro. Il disallineamento tra le richieste delle imprese e le competenze dei lavoratori è un problema che investe la sfera educativa: in questo senso i dati sugli ITS, dove il 90% degli studenti trova subito lavoro, così come quelli sulle iscrizioni a scuola che certificano una crescita degli Istituti tecnici, non possono che essere un segnale positivo. Ma il fenomeno del disallineamento interessa anche la sfera personale, perché la responsabilità della formazione non può essere in capo soltanto alle istituzioni e alle imprese. È una questione di consapevolezza individuale: ogni lavoratore deve sapere che per rimanere competitivi nel mondo del lavoro è necessario mantenere aggiornate le proprie competenze professionali sulla base di ciò che richiede il mercato”.

 

Sotto il profilo settoriale, la novità più significativa del 2018 è rappresentata dalla crescita dell’industria, che ha registrato un aumento di 17.800 posti di lavoro, pari a quasi la metà della crescita totale. Bene in particolare il metalmeccanico (+8.500 posti) e l’edilizia (+3.900). Continua inoltre il trend positivo dell’agricoltura, con un migliaio di posti di lavoro in più, mentre si ridimensiona il contributo alla crescita fornito dai servizi, che mantengono un saldo positivo per 17.400 posizioni di lavoro, ma che denotano un sensibile rallentamento nei settori del commercio e del turismo.

 

Le dinamiche settoriali si riflettono sui livelli occupazionali dei singoli territori: a registrare la crescita più consistente (+9%) sono infatti le province a maggiore presenza manifatturiera, ovvero Treviso, con un saldo di +8.100 posizioni di lavoro, e Vicenza (+8.000), mentre le economie incentrate sui servizi, quali Padova e Venezia, mostrano performance meno brillanti, rispettivamente +6.700 e +3.600, entrambe in calo rispetto all’anno precedente. Il saldo più elevato, sebbene inferiore a quello del 2017, si registra tuttavia a Verona (+8.800). Variazioni più modeste, ma comunque positive, a Belluno (+900) e Rovigo (+100).

 

La Bussola di febbraio 2019 con tutti i dati del mercato del lavoro veneto è disponibile sul sito di Veneto Lavoro, www.venetolavoro.it, e, in sintesi, nella Press Area di ClicLavoro Veneto, www.cliclavoroveneto.it.

È disponibile da ieri, nel portale della Regione del Veneto, uno studio ampio e approfondito sul turismo realizzato dall’ufficio di Statistica regionale intitolato “Analisi del Sistema turistico del Veneto: la domanda, l’offerta, l’impatto economico, sociale e ambientale”.

 

“Siamo la Regione leader in Italia nel turismo – spiega l’assessore veneto, Federico Caner – e la conoscenza di questo fenomeno, delle sue diverse e numerose implicazioni economiche, sociali e territoriali, è fondamentale per definire le strategie di gestione di quella che è anche la più importante industria regionale, i cui sviluppi e mutamenti condizionano le scelte di governo in molti altri ambiti, da quello della mobilità e infrastrutture a quello urbanistico, da quello dei servizi alla persona a quello del commercio, soltanto per citarne alcuni”.  

 

“Dopo la presentazione alla BIT di Milano del nuovo portale di settore e in attesa di disporre dei dati ufficiali dei flussi turistici del 2018 nel Veneto – prosegue Caner –, il pregevole lavoro del nostro Ufficio di Statistica consente di valutare, sulla base di dati reali e di stime attendibili, quale impatto abbia il turismo in un territorio totalmente vocato a questa economia, ma anche di capire le caratteristiche dei diversi comprensori che compongono The Land of Venice, indagando situazioni e fatti di stringente attualità come quelli del sovraffollamento di talune destinazioni, della stagionalità e della forza del turismo nel generare ricchezza e occupazione”.

 

Questi, in sintesi, i principali contenuti dell’indagine:

 

Ricchezza e occupazione creati dal sistema turistico

In Veneto dai circa 10 milioni di arrivi turistici totali nel 1997 si è giunti agli oltre 19 milioni nel 2017, registrando un aumento dell’85,2% in vent’anni, pari a una crescita media annua del 3,2%. Le presenze turistiche totali sono passate dai 51 milioni del 1997 agli oltre 69 milioni del 2017, +35,3% e crescita media annua dell’1,5%.

 

Se non vi sono dubbi, quindi, sul fatto che la domanda di turismo in Veneto ha registrato negli ultimi anni una continua crescita, più difficile è misurarne l’entità dell’impatto economico, in quanto il settore è ampio e articolato, con un insieme di prodotti e servizi che trovano origine anche in industrie diverse. In base alle stime del World Travel & Tourism Council, la ricchezza del comparto ‘viaggi e turismo’ generata nel 2017 nel mondo è di 8.272 miliardi di dollari e in Italia è di 223 miliardi di euro.

 

Anche l’Ufficio di statistica della Regione del Veneto ha voluto fare un esercizio dando un quadro sintetico di una filiera turistica “parziale” generata dalle imprese con attività finalizzate completamente o prevalentemente ad attrarre e soddisfare i bisogni espressi dai turisti. Il fatturato generato dalle attività produttive venete dell’aggregato turistico considerato è pari a 15 miliardi di euro nel 2015 e pesa per il 9,8% del fatturato totale italiano del settore. Le sole imprese ricettive venete nel 2015 hanno realizzato un fatturato che sfonda abbondantemente il tetto dei 3 miliardi di euro.

 

Nel 2017, in Veneto, gli occupati in aziende turistiche del ricettivo, ristoranti, agenzie di viaggio, tour operator, trasporto aereo e marittimo di passeggeri, erano 112.400, 32 mila unità in più rispetto al 2011 (+40%). Il lavoro turistico si contraddistingue per una presenza maggiore di appartenenti alle giovani classi (under 35), più frequentemente con un tipo di contratto a tempo determinato (37% contro il 15% del totale settori), con la più rilevante presenza di stranieri (24%). L’aspetto più caratterizzante è la tipologia dell’orario: se la percentuale di occupati veneti che lavorano di sera non va oltre il 22%, per gli occupati nel turismo supera il 71% e la percentuale di persone che lavorano di notte raggiunge il 40%.

Il profilo del turista in veneto

I turisti stranieri in Veneto viaggiano in compagnia (solo il 20% lo fa in solitudine) e nel 2017 hanno speso complessivamente 5,9 miliardi di euro (105 euro al giorno a testa). La spesa media giornaliera più bassa si riscontra per la vacanza al mare (circa 67 euro), a cui si accompagna però la più elevata spesa totale pro capite (circa 490 euro) per effetto della lunga permanenza nei luoghi di villeggiatura (più di 6 notti). Al lago il turista straniero spende al giorno un po’ di più (circa 76 euro), ma  il soggiorno è più breve (circa 5 notti). Le vacanze per cui giornalmente si spende di più sono quelle culturali (134 euro al giorno), enogastronomiche o ‘green’ (circa 132 euro).

 

I tedeschi contribuiscono più di tutti gli altri stranieri: spendono solo 78 euro al giorno ma soggiornano a lungo, soprattutto al mare e al lago, per un importo totale che supera il miliardo di euro all’anno. Americani, russi e cinesi spendono al giorno una cifra  attorno ai 200 euro e permangono 2-4 notti. I giapponesi concentrano tutta la spesa in uno o due notti, ma spendono le cifre più elevate, mediamente 255 euro al giorno.

 

Nel complesso dei viaggiatori stranieri si registra un maggior coinvolgimento della popolazione maschile (60%) e una prevalenza delle persone di mezza età: circa il 20% ha 25-34 anni, circa il 30% ha 35-44 anni, quasi il 40% è tra i 45 e i 64 anni.

 

Prevale il viaggio con un’unica tappa, segue il viaggio con più tappe in Italia, di cui una sola in Veneto, mentre il 7% dei viaggiatori stranieri pernottano in diverse località della nostra regione (quasi un milione all’anno). È questa la fetta che potrebbe essere ampliata, proponendo al turista non solo le località più rinomate, ma attirandolo verso le altre preziose e molteplici destinazioni del nostro territorio.

 

La stagionalità

Il flusso di turisti nel Veneto è caratterizzato da una forte stagionalità, soprattutto nelle località balneari, lacuali e montane. Dal 2001 a oggi, però, si assiste a un leggero miglioramento per i comprensori lacuale, montano e termale. In particolare al lago si riduce la concentrazione in estate a favore dell’autunno, in montagna aumenta la quota di chi predilige l’estate e l’autunno e per le terme, infine, è aumentata l’attrattività della stagione invernale. Sono gli italiani i clienti più propensi a distribuirsi maggiormente durante la stagione: viaggi a breve percorrenza, ripetibili, meno costosi, in momenti meno affollati sono fattori determinanti per una scelta del periodo di svago e relax anche in mesi di media-bassa stagione.

 

L’impatto del turismo sull’ambiente, il territorio e la popolazione

L’istituzione del ‘contributo di ingresso’ a Venezia ha riproposto decisamente il tema, che non riguarda solo la città lagunare, del delicato equilibrio tra turismo, popolazione residente e ambiente. Il cosiddetto overtourism provoca degrado sociale e ambientale, inquinamento, appiattimento culturale, deterioramento del patrimonio artistico, perdita delle tradizioni locali, soprattutto quando società e ambiente risultano essere più fragili e delicati. D’altro canto, la scarsità di turismo può portare all’impoverimento di un’area e alla riduzione delle risorse finanziarie e dell’interesse per migliorarla e conservarne il patrimonio ambientale e culturale.

 

Considerando i turisti giornalieri e quelli che pernottano in una delle strutture turistiche della regione, si contano mediamente 46 turisti per 1.000 abitanti al giorno, valore che sale a 103 ad agosto, il mese di maggiore affluenza turistica.

 

Sommando la presenza dei turisti a quella dei residenti, in certi periodi dell’anno si verifica che la pressione sul territorio raggiunge anche le 292 persone per kmq, quando per il solo effetto dei residenti è di  267 abitanti per kmq.

 

Venezia a parte, l’impatto del turismo sulla popolazione è più intenso nei comprensori “balneare” e “lago”, molto al di sopra della media regionale. In agosto, in molte di queste località, il numero dei turisti è superiore a quello della popolazione: 1.043 turisti al giorno ogni 1.000 abitanti al “lago”, 1.296 al “mare”. Nelle zone termali i flussi turistici sono maggiormente distribuiti durante l’anno e la pressione sulla popolazione varia da una media annua di 138 turisti per 1.000 abitanti al valore massimo di 183 nel mese di ottobre. In montagna l’impatto del turismo sulla popolazione si mantiene a livelli inferiori (mediamente 46 presenze ogni 1.000 residenti nell’anno), anche nei mesi di massima affluenza turistica (138).

«L’ampliamento dell’esistente o la costruzione di nuove superficie commerciali va autorizzata nel rispetto del consumo zero del territorio attraverso i crediti edilizi e attraverso il credito commerciale. Ovvero: uno amplia o costruisce rilevando superficie commerciali esistenti».

 

È la posizione della CNA territoriale di Treviso, espressa dal direttore Giuliano Rosolen, che considera allarmante la notizia di possibili ampliamenti di grandi strutture commerciali in quanto penalizzano ulteriormente il commercio al dettaglio (si vedano i dati sotto riportati).

 

«La provincia di Treviso è ai primi posti europei per superficie territoriale destinata alla vendita – spiega Rosolen -. È necessario definire, in base al numero di abitanti del territorio, la superficie massima complessiva destinabile a commerciale».

 

Per la CNA, la crescita economica e sociale deve passare attraverso una reciprocità tra imprese e territorio e per questo chi amplia o costruisce deve farlo a condizioni che aumenti il personale lavorativo.

 

«Va istituito e reso operativo un osservatorio partecipato da associazioni imprenditoriali, organizzazioni sindacali e istituzioni che tenga monitorata la situazione e verifichi se, qualora vengano autorizzati e posti in essere ampliamenti, si verifichi contestualmente un incremento del personale» propone Rosolen.

 

Dal 2008, il settore del commercio in provincia di Treviso ha subìto una forte contrazione, con saldi negativi tra nascite e cessazioni tutti gli anni. Il comparto più colpito è stato quello del commercio al dettaglio.

 

Attualmente (dato a sett. 2018) in provincia di Treviso, le imprese del commercio sono 17.339, di cui 7.561 di commercio al dettaglio. Il saldo negativo settembre 2017-settembre 2018 è di -274 unità, di cui -171 nel comparto del commercio al dettaglio.

 

La proliferazione dei grandi centri commerciali è stata una delle cause, assieme alla recessione economica, che ha determinato la crisi del commercio al dettaglio, che rappresenta un valore di coesione sociale fortissimo per le nostre comunità.

 

«Un ampliamento selvaggio dei centri di grandi dimensioni penalizza il commercio di vicinato che rappresenta un fattore essenziale di coesione sociale e vivibilità dei centri storici dei nostri paesi – conclude il direttore della CNA -. La vitalità delle nostre città, la vita stessa delle nostre comunità, che si basa sulle relazioni, sull’incontro, sul tempo libero da condividere, è strettamente legata al rilancio dei centri storici. E il rilancio dei centri si fonda, in buona parte, sul rilancio del commercio di vicinato».

Da fine di settembre 2018, il Comune di Mogliano Veneto è entrato a far parte dell’ANPR l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, primo comune di medie dimensioni nella provincia di Treviso. Questo è il risultato di un minuzioso lavoro di allineamento dei dati anagrafici contenuti nella banca dati comunale.

 

ANPR è un sistema integrato che consente ai Comuni di svolgere i servizi anagrafici e di consultare o estrarre dati, monitorare le attività, effettuare statistiche, in modo più veloce ed efficace, con ricadute molto positive sulla gestione dei servizi ai cittadini.

 

“Un ringraziamento alla dirigente e agli uffici per il proficuo lavoro che ha consentito ottenere il risultato di Comune tra i più efficienti della Marca Trevigiana”, ha commentato il sindaco Carola Arena.

 

Già a distanza di pochi mesi, con l’aumento progressivo del numero dei comuni che aderiscono ad ANPR, cominciano a vedersi i primi risultati del lavoro svolto fino ad ora, in termini di efficientamento dei servizi anagrafici che, al momento, per i cittadini si concretizzano nella possibilità di ottenere certificazioni anagrafiche anche da un comune diverso da quello di  residenza a patto che sia subentrato in ANPR.

 

Aver contribuito alla realizzazione di ANPR, è motivo di soddisfazione in quanto si tratta di un progetto strategico dell’Agenda Digitale che consentirà nel prossimo futuro, sia a livello nazionale che locale, l’ammodernamento della gestione dei processi della Pubblica Amministrazione, rendendo attuabili altre innovazioni collegate all’identità del cittadino.

In Italia ci sono sette milioni di famiglie che possiedono almeno un cane (compresi quelli da caccia), e circa 1000 canili pubblici e consortili e altrettanti rifugi privati o gestiti direttamente dalle associazioni locali e nazionali, che detengono complessivamente circa 150.000 cani.

 

Per ogni cane detenuto, il Comune di riferimento spende circa 1.000 (*) euro all’anno che, moltiplicato per i sette anni in cui in media un cane sta in canile, fa settemila euro a cane, il che equivale a un giro di affari di 150 milioni di euro ogni anno.

 

Inoltre, ogni anno entrano in canile per abbandono circa 23.000 cani e ne escono altrettanti, a fronte di una popolazione di circa 700.000 randagi sparsi sul territorio del centro e sud Italia.

 

Il problema però è che almeno 3.400 Comuni (specialmente nelle regioni del Sud Italia) non pagano da anni per le decine di cani ospiti nei canili. Questo ha creato un buco di oltre 300 milioni di euro e di fatto sta portando al collasso il sistema dei canili così come oggi viene inteso. Basta leggere le pagine dei giornali o gli appelli nei Social per scoprire che ogni settimana almeno un canile pubblico e un paio di rifugi privati sono a rischio chiusura.

 

“Siamo davvero di fronte a un’emergenza che è destinata a peggiorare a causa delle ristrettezze di bilancio dei singoli Comuni, anche a causa dei continui tagli” – ci dice Lorenzo Croce, presidente di AIDAA – “e Governo e Regioni non battono ciglio. Non mi meraviglio se tra un anno o due si tornerà a parlare di eutanasia per i randagi. Spero non succeda mai, ma sono davvero preoccupato”.

 

 


(*) dati fonte ministero salute e lav

Il gioco d’azzardo preleva dalle tasche dei giocatori ogni anno una montagne di soldi. Per la precisione nel 2017 in Veneto sono stati giocati 6.168.395.805 euro, con Rovigo che detiene la palma della provincia dove si gioca di più.

 

Nello specifico, nella provincia di Treviso le maggiori spese per gioco d’azzardo sono state registrate a Villorba con 3.237 euro pro capite e Conegliano con 2.537 euro pro capite, a seguire San Fior e Susegana. Il capoluogo Treviso è nella media, con 1.505 euro sempre pro capite. I comuni più virtuosi sono stati Resana, Pieve di Soligo e Caerano San Marco.

 

Nella provincia di Venezia i comuni con una spesa più alta a persona sono Musile di Piave con 3.452 euro, a seguire Jesolo con 2.452 euro e Chioggia con 2.185 euro pro capite. Venezia città si assesta a una spesa pro capite per gioco d’azzardo a 1.595 euro. I più virtuosi Quarto d’Altino e Cavarzere.

 

Fonte: La Nuova Venezia

Si dimezza nell’ultimo anno il numero delle nuove crisi aziendali in Veneto. Il dato, che può essere interpretato come un segnale di conferma della ripresa di un ciclo espansivo dell’economia veneta, è contenuto nell’ultimo report di Veneto Lavoro relativo al primo semestre 2018.

 

Da gennaio a marzo le comunicazioni di avvio di crisi aziendale sono state 47, a fronte delle 77 del primo trimestre 2017. I lavoratori coinvolti sono stati 1261, circa 300 in meno del 2017. Su base annua, i principali indicatori di crisi aziendali rivelano una contrazione del 51 per cento rispetto al 2017. Ma il trend appare decisamente più positivo se confrontato con gli anni ’bui’ della crisi: nel biennio 2013-2014 le aperture di crisi si aggiravano sulle 2000 l’anno, con circa 40 mila lavoratori coinvolti. Nel 2009, primo anno ‘nero’ della recessione in Veneto, a dichiarare lo stato di crisi erano state 1189 aziende con quasi 31 mila lavoratori coinvolti.
“La Regione Veneto – evidenzia l’assessore regionale al Lavoro Elena Donazzan – ha seguito fin dal primo giorno della crisi le aziende in difficoltà, strutturando una apposita unità regionale di supporto, consapevoli dello tsunami che si sarebbe abbattuto sul Veneto: con responsabilità abbiamo studiato strumenti e speso energie per accompagnare le diverse situazioni”.

 

“Oggi –prosegue l’assessore – la crisi si è trasformata, ma non ha cessato di colpire il nostro tessuto: se all’inizio ad essere maggiormente colpite erano le realtà più fragili o con problematiche evidenti, oggi la patologia ha cambiato pelle e noi dobbiamo continuamente adattarci ai diversi sintomi. Resta alta l’attenzione – avverte Donazzan – anche quando apparentemente i numeri ci dicono che la pressione si è allentata. Non dimentichiamo che le imprese in Veneto che risultano aver aperto procedura formale di dichiarazione di crisi sono allo stato attuale sono quasi 600, e 6 su 10 contano più di 15 dipendenti”.

 

Il report di Veneto Lavoro evidenzia numeri in calo anche per gli accordi tra le parti sociali per la gestione delle procedure di crisi e il ricorso alla cassa integrazione straordinaria (-6% rispetto al primo trimestre 2017 e -55% su base annua). Marcata la contrazione dei licenziamenti individuali: nel primo trimestre 2018 sono stati 5.800, a fronte dei 6.400 dello scorso anno. Ma il raffronto diventa molto più significativo se fatto con i primi anni della crisi: nel 2009 erano stati 35.100, per superare poi nel 2012 i 39.000. Variazioni più lievi, invece, per i licenziamenti disciplinari (da 1.600 a 1.500) e per quelli collettivi, scesi dai 900 dello scorso anno ai 700 del 2018. Dati comunque confortanti, se messi a confronto con i 14.400 del 2013 e i 18.200 licenziati del 2014.

Nel 2017 in Veneto, una donna ogni 530 ha telefonato, inviato una mail o richiesto un colloquio per segnalare una difficoltà o una richiesta di aiuto ad uno dei 41 punti di accesso dei Centri Antiviolenza. La rete regionale dei Centri ha registrato 4733 contatti e ha preso in carico 3107 donne, 396 in più rispetto al 2016. I nuovi casi di donne arrivate per la prima volta a bussare alla porta dei Centri Antiviolenza sono stati 2092 (circa cento in più rispetto al 2016): in media una richiesta di aiuto su due si è tradotta in un percorso di sostegno e protezione.

 

Agli operatori dei Centri Antiviolenza le donne riferiscono violenze di tipo psicologico (2232 casi) ed economico (985 casi), di violenza fisica (1705) e sessuale (309). Cresce il numero delle donne che contattano i Centri Antiviolenza, ma non aumenta la percentuale di quante denunciano: solo una donna su 4 ha denunciato alle forze dell’ordine la violenza o le molestie subite.

 

Sono i dati del report annuale sull’attività dei centri antiviolenza e delle strutture protette in Veneto, pubblicati nel sito istituzionale della Regione Veneto ( http://www.regione.veneto.it/web/relazioni-internazionali/rilevazione-delle-strutture-regionali ), che fotografano il fenomeno delle violenze contro le donne in Veneto e l’attività della rete dei servizi a protezione delle vittime, donne e minori.

 

“Il Veneto che, con 21 centri antiviolenza e 19 case rifugio risultava già avere un buon indice di copertura territoriale – sottolinea l‘assessore regionale alle politiche sociali Manuela Lanzarin – sta ulteriormente potenziando la propria rete: quest’anno diventano operative tre nuove strutture di accoglienza, un centro antiviolenza a Legnago, e due case rifugio nell’Est veronese e a Treviso. Cresce anche il numero degli sportelli periferici dei Centri Antiviolenza: nel 2018 se ne aggiungono altri 9, portando così a 50 i punti di accesso per le donne nel territorio regionale. In media nel 2017 il Veneto disponeva di un punto di accesso ogni 63 mila donne, con picchi ‘virtuosi’ come la Provincia di Rovigo, dove c’è uno sportello o un centro antiviolenza ogni 30mila donne residenti”.

 

A rivolgersi ai centri antiviolenza sono soprattutto donne italiane (69%), in prevalenza tra i 31 e i 50 anni, coniugate o conviventi e con un grado di istruzione medio-alta: 6 su 10 sono in possesso di un diploma o di una laurea e il 51 % ha un’occupazione. Due su tre hanno figli: 1110 bambini o ragazzi, pari al 64 per cento dei minori registrati, sono vittime di violenza assistita e accompagnano la madre nel percorso di protezione.

 

Nell’80 per cento dei casi la violenza avviene all’interno di relazioni affettive: il 98 per cento degli autori sono maschi (2980), anche se si segnalano 73 donne responsabili di violenza su altre donne.
Le donne si rivolgono ai Centri Antiviolenza per scelta personale (1042), su suggerimento di conoscenti amici e parenti (581) o, più frequentemente, inviate dalla rete dei servizi territoriali (786). “L’aumento degli invii dai servizi – commenta l’assessore – significa che la rete si sta strutturando e consolidando e che sta prendendo forma una presa in carico più completa della donna e dei suoi figli”.

 

Quanto alle strutture protette, nelle 10 case rifugio (dove la permanenza media è di tre mesi) e nelle 9 case di secondo livello, dove è possibile proseguire il percorso di autonomia economica ed abitativa e di uscita dalla violenza (permanenza media cinque mesi), nel 2017 si sono registrate oltre 24 mila presenze giornaliere, per il 75 per cento di donne straniere con figli minori.

 

Infine, le risorse: i centri antiviolenza (13 privati e 8 pubblici), aperti 5 giorni la settimana, con servizio di reperibilità telefonica h24 e in collegamento con il numero nazionale di pubblica utilità 1522, operano soprattutto grazie ai finanziamenti pubblici: i contributi regionali, statali e comunali assommano ad oltre 930 mila euro e coprono l’80 per cento della spesa. Il resto, pari a circa 226 mila euro nel 2017, è arrivato dal sostegno privato di associazioni, fondazioni, raccolta fondi e libere donazioni.

Gli sgravi contributivi trascinano la ripresa: boom di giovani assunti con contratti a tempo indeterminato

 

Occupazione a livelli pre-crisi e aumento del lavoro stabile per i giovani in provincia di Treviso. Lo certifica l’Ufficio Studi della Cisl Belluno Treviso, con il report sull’andamento del mercato del lavoro relativamente al primo trimestre dell’anno. I 30 mila posti di lavoro persi all’apice della recessione, nel dicembre 2014, sono stati pienamente recuperati all’inizio del 2018: il primo trimestre dell’anno, con un saldo totale di 9.245 posizioni, segna anzi un nuovo massimo occupazionale, superiore di 215 unità rispetto a quello registrato nel maggio del 2008. I dati sono stati recentemente presentati a Treviso, dal segretario generale Cinzia Bonan e dal segretario con delega al Mercato del lavoro Gianni Pasian.

 

In gennaio è stato boom di assunzioni: nel primo mese dell’anno il saldo fra assunzioni e cessazioni è stato di 8.590 (2.080 occupati in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente). Nel trimestre le assunzioni sono state ben 37.620, contro le 32.320 del primo trimestre 2017, con una netta prevalenza dei contratti a tempo indeterminato (1.830 contro i -735 del primo trimestre del 2017) dovuta anche alle trasformazioni dei contratti a tempo determinato e di quelli di apprendistato e riguardante soprattutto gli under 30. Osservando le forme contrattuali più utilizzate nel primo trimestre dell’anno, si nota infatti il calo del saldo dei contratti a tempo determinato (4.390 contro i 5.535 del 2017) e dei contratti in somministrazione, il cui saldo passa da 3.470 del 2017 a 2.425. L’apprendistato, invece, ha sostenuto il saldo del trimestre con 600 posizioni aggiuntive, valore più alto dei 390 registrati nel 2017. Con riguardo alle altre forme contrattuali, prosegue anche nel primo trimestre l’incremento delle assunzioni con contratto a chiamata (37,4%), con saldi inferiori alle 400 unità (erano 590 nel 2017).

 

“Sono dati – sottolinea il segretario Cisl Gianni Pasian – che documentano una crescita economica reale e accompagnata da una ripresa occupazionale sospinta anche dai Bonus assunzioni previsti dalla Legge di Bilancio 2018, che prevede uno sgravio contributivo del 50% per le imprese che assumono a tempo indeterminato giovani fino a 35 anni, requisito che a partire dal 1° gennaio 2019 scenderà a 30 anni. Inoltre va evidenziata la ripresa del comparto legno arredo e costruzioni, settori che erano stati maggiormente colpiti dalla crisi, e questo è senza dubbio un ottimo segnale per il futuro. Il comparto metalmeccanico, così come l’agricoltura, continuano la loro continua crescita occupazionale. Da registrare infine un aumento significativo del terziario avanzato che riguarda in particolare il mercato tecnologico, la cosiddetta new economy”.

 

Generi ed età. La variazione del primo trimestre ha interessato principalmente gli uomini i quali sono aumentati di 6.020 unità (erano 5.490 nello stesso periodo dello scorso anno), mentre la variazione delle donne è stata 3.225 (3.170 nel primo trimestre 2017). Tra le età, i lavoratori tra i 30 e i 54 anni aumentano di 4.690 posizioni (4.365 nel primo trimestre 2017); gli under 30 crescono di 4.400 unità, in linea con il 2017 quando il valore era 4.300. Soddisfacente anche il saldo degli over 54, classe d’età particolarmente delicata: il saldo è +155, un anno prima era risultato nullo.

 

Settori. Per quanto riguarda i settori, è l’industria a trascinare i saldi occupazionali, con 250 posti in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il legno e le costruzioni, fra i settori più duramente colpiti dalla crisi, sono in netta ripresa: le costruzioni recuperano 200 posti di lavoro rispetto al primo trimestre 2018, il legno-mobilio altri 160. Tutti i settori mostrano nel primo trimestre saldi positivi, con eccezione delle utilities (-5). Forti aumenti per metalmeccanico (1.650, nel 2017 il saldo si era fermato a 1.355) e tessile abbigliamento calzaturiero (275 contro 115 del 2017). Tra i servizi, elevata la variazione nel terziario avanzato (450, erano 135 nel 2017) e nel commercio all’ingrosso (405 contro i 305 del 2017).

 

Territori. Tutte le aree della provincia mostrano saldi positivi delle posizioni da dipendente: Treviso, Conegliano, Vittorio Veneto, Pieve di Soligo e Castelfranco Veneto mostrano saldi positivi in miglioramento rispetto al 2017, Treviso passa da 2.325 a 2.425, Conegliano da 1.280 a 1.370, Castelfranco da 585 a 1.065, Vittorio Veneto da 495 a 570 e Pieve di Soligo da 365 a 460. Montebelluna registra una dinamica simile al precedente anno (1.200 unità circa), mentre Oderzo, pur avendo un saldo ampiamente positivo (2.150), è inferiore al 2017 (2.400)

 

L’analisi. “I dati sono indubbiamente positivi: sono stati recuperati tutti i posti persi in 10 anni di turbolenze, le aziende hanno ricominciato ad assumere giovani e a stabilizzare i contratti in essere, segnale che indica che le stesse imprese stanno ritrovando il coraggio d’investire sulle risorse umane e sul medio-lungo periodo. Proprio per questo, anche alla luce della stagnazione salariale, chiediamo alle parti datoriali sforzi maggiori per migliorare la qualità del lavoro, una maggiore apertura sulla contrattazione aziendale, per permettere ai lavoratori di ottenere una giusta partecipazione ad una economia in ripresa e maggiori investimenti sulla sicurezza, per prevenire i tanti infortuni sul lavoro che stanno colpendo la Marca e il Veneto in questi mesi. Va poi ricordato che la ripresa dell’attività economica e dell’occupazione ancora faticano a tradursi in un aumento del benessere per le famiglie sia per la stagnazione salariale, sia per la disuguaglianza sociale e le povertà aumentate in questi anni anche in provincia di Treviso”, ha sottolineato il segretario generale Cinzia Bonan.

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