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“Ci troviamo al Cubo”. Una frase che in molti hanno pronunciato fin dal 1971, anno dell’installazione della struttura nell’area di servizio Agip Bazzera. È un punto di ritrovo per chi sta per affrontare una gita fuori porta con gli amici o semplicemente per andare a fare colazione dopo una serata in discoteca.

 

Un’installazione architettonica d’impatto e ben visibile a tutti gli automobilisti che da quasi cinquant’anni transitano sulla tangenziale di Mestre.

 

L’Eni ha avviato un progetto di rinnovamento dell’immagine e delle strutture di tutte le stazioni di servizio e, in quest’ottica, sembra che il “Cubo”, provato dall’usura dagli anni, dovrà fare spazio a una nuova costruzione completamente ridisegnata.
L’attuale installazione è il frutto di un concorso che nel 1968 l’Azienda petrolifera aveva introdotto per la realizzazione di una stazione autostradale modello “…come elemento della comunicazione aziendale e per offrire al viaggiatore una gamma di servizi più moderni ed efficienti su scala nazionale”. L’opera, chiamata “Kaaba”, perché ricorda nella forma l’antico monumento che alla Mecca conserva i resti della “Pietra Nera”, fu realizzata dall’architetto friulano Costantino Dardi (1936-1991).

 

Un’alternativa all’abbattimento è possibile. Se ne discuterà il 30 ottobre a Palazzo Badoer in un incontro dal titolo “Un futuro al Cubo” voluto dallo IUAV, la stessa università dove Dardi ha insegnato.

 

A organizzare il convegno è il professor Leonardo Ciacci, docente di Urbanistica, che ha già presentato a Eni un progetto di trasformazione del “Cubo”.

 

Con un bacino di 12 milioni di passeggeri, generati solo dagli aeroporti di Venezia e di Treviso, senza contare gli abitanti della Città metropolitana che usano la tangenziale come principale sistema di smistamento del traffico locale, il “Cubo” potrebbe oggi proporre quelle “immagini, segnali, messaggi ottici e sonori” richiesti dall’Agip. Grandi schermi video da fissare sulle strutture d’acciaio, in sostituzione all’originario rivestimento bianco, potrebbero comunicare una grande quantità d’informazioni locali (eventi in corso in città) che, unite a quelle commerciali della stessa azienda o a comunicazioni pubblicitarie, sarebbero a disposizione di chi viaggia. Anche la purezza dell’architettura potrebbe essere recuperata, nel buio della notte, attraverso gli stessi schermi trasformati nella bianca lanterna originaria.

 

Nonostante il rischio di una reinterpretazione dell’architettura originaria, questo è un modo possibile non solo per sostenerne i costi della conservazione, ma potrebbe persino restituirle le sue intenzioni di segnale ordinatore nello spazio abitato.

 

 

Fonte: Il giornale dell’Architettura

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