Il disegno di legge passa a Palazzo Madama con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astensioni. L’opposizione espone cartelli con la scritta “No alla legge truffa”, mentre il centrodestra rivendica una riforma destinata a garantire stabilità e governabilità. Il testo, modificato al Senato, tornerà alla Camera il 28 settembre
ROMA. La legge elettorale è stata approvata. O, più precisamente, ha superato un altro ostacolo parlamentare. Perché lo Stabilicum, dopo il via libera del Senato, dovrà tornare alla Camera per la terza lettura, essendo stato modificato rispetto al testo approvato in precedenza da Montecitorio.
Il voto finale di Palazzo Madama è arrivato martedì 15 settembre: 113 sì, 71 no e 2 astensioni. Numeri sufficienti per mandare avanti la riforma, ma non per spegnere lo scontro politico. Anzi. Al termine delle dichiarazioni di voto, i senatori di Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva hanno esposto in Aula cartelli gialli e rossi con la scritta: “No alla legge truffa”.
La maggioranza ha difeso il provvedimento come uno strumento per rafforzare la governabilità. L’opposizione lo ha invece ribattezzato “Melonellum”, sostenendo che il nuovo sistema sia costruito per favorire l’attuale schieramento di Governo. Il centrodestra preferisce chiamarlo Stabilicum, nome che richiama apertamente l’obiettivo dichiarato: dare maggiore stabilità agli esecutivi.
Nel corso del dibattito non sono mancate le accuse reciproche. Carlo Calenda, annunciando il voto contrario di Azione, ha sostenuto che il dissenso non riguardasse soltanto la soglia del premio o l’indicazione del candidato premier, ma una questione più generale: “Questa legge mira a perpetuare uno scontro continuo e costante che in questo Paese va avanti da 30 anni”. Matteo Renzi, a sua volta, ha contestato la motivazione della riforma, osservando che il governo starebbe cambiando la legge elettorale proprio mentre rivendica la durata dell’attuale esecutivo: “O la stabilità nasce dalla legge elettorale o quella che c’è va benissimo”.
Il punto è proprio questo: se una maggioranza è già stabile, perché modificare le regole del voto in nome della stabilità? E se invece la stabilità dipende soltanto dalla legge elettorale, significa che il problema non è stato risolto, ma semplicemente rinviato?
Il testo prevede un sistema proporzionale con un premio di maggioranza assegnato alla lista o alla coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti in entrambe le Camere. Il premio consisterebbe in 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, con un tetto massimo fissato rispettivamente a 220 deputati e 113 senatori. Se nessuna forza raggiungerà la soglia prevista, oppure se il risultato sarà diverso tra Camera e Senato, il premio non scatterà e i seggi saranno distribuiti con il sistema proporzionale.
Spariscono dunque i collegi uninominali del Rosatellum. Arrivano, invece, le preferenze, ma non nella forma piena richiesta dall’opposizione. Restano infatti i capilista bloccati: l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze, ma soltanto per i candidati successivi al capolista. In altre parole, una parte della scelta rimane nelle mani dei partiti.
È una delle modifiche più rilevanti introdotte al Senato. Alla Camera, infatti, l’emendamento sulle preferenze era stato bocciato con voto segreto. A Palazzo Madama, invece, la maggioranza è riuscita a farlo approvare, mantenendo però il meccanismo dei capilista bloccati e l’alternanza di genere per le preferenze multiple.
Il provvedimento introduce anche l’obbligo di indicare, al momento della presentazione del simbolo e del programma, il candidato alla Presidenza del Consiglio. Il nome non comparirà tuttavia sulla scheda elettorale e restano formalmente intatte le prerogative del Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92 della Costituzione.
Sul tavolo ci sono poi le nuove regole per il voto degli italiani all’estero, la possibilità per alcune categorie di fuori sede — compresi i caregiver familiari — di votare nel comune di domicilio e una stretta sulle firme necessarie per le liste non presenti in Parlamento. È stata invece eliminata la cosiddetta norma “anti-cespugli”, che avrebbe escluso dal calcolo della percentuale utile al premio i voti delle liste sotto il 3 per cento.
La discussione, dunque, non riguarda un dettaglio tecnico. Riguarda il modo in cui gli italiani sceglieranno i propri rappresentanti e il modo in cui da quel voto nascerà il governo. E su questo punto sarebbe bene evitare una certa ipocrisia: tutte le maggioranze preferiscono leggi elettorali che rendano più semplice governare, così come tutte le opposizioni temono che quelle stesse leggi possano rendere più difficile la loro corsa al potere.
Una legge elettorale deve essere una regola destinata a sopravvivere ai governi, ai leader e alle convenienze del momento.
Il 28 settembre la riforma tornerà alla Camera. Ci sarà tempo per discutere, correggere e spiegare. Sarebbe auspicabile che il confronto non si riducesse alla solita recita: da una parte chi sostiene di voler salvare la governabilità, dall’altra chi denuncia l’ennesimo attentato alla democrazia.
La democrazia non si difende con i cartelli, ma garantendo agli elettori una scelta reale e assicurando che le regole del gioco siano comprensibili ed equilibrate.
Perché il problema non è soltanto come vincere le elezioni. È fare in modo che, qualunque sia il risultato, nessuno possa dire che la partita era stata truccata prima ancora di cominciare.
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