La guerra non finisce mai con la pace, ma con la vittoria e la sconfitta. O almeno così è sempre stato. Carl von Clausewitz, nel suo celebre trattato dell’Ottocento, sosteneva che la guerra fosse semplicemente una modalità di dirimere le controversie tra gli Stati quando la diplomazia risultava insufficiente. Oggi non è più così. Le guerre contemporanee non si combattono per piegare un avversario non altrimenti riducibile, ma come continuazione di uno stato di tensione permanente che non prevede più vincitori né vinti. Dunque, la guerra continua.
Non è più una guerra di uomini contro uomini — senza dimenticare le donne e, purtroppo, i bambini — ma una guerra di armi contro armi, in un crescendo tecnologico sempre più spinto. I prossimi conflitti si combatteranno nello spazio con armi teleguidate, protratti all’infinito proprio perché privati dell’idea di una conclusione. I danni collaterali, certo, non mancheranno: missili e detriti continueranno a cadere sulla testa di ignari civili che camminano o riposano. Impressiona vedere come persino negli accampamenti dei disperati di Ceuta si debba lottare per necessità o per sfogo, come se la miseria e la fatica non bastassero a quietare la pugnacità umana.
Se contassimo algebricamente i giorni di guerra nel mondo negli ultimi cinquant’anni, ci accorgeremmo di un conflitto ininterrotto, elevato a necessità insostituibile. Persino chi lotta per la pace finisce per fare la guerra ai propri nemici che lottano per la guerra. Fredda, calda, ibrida, asimmetrica: chiamatela come volete, è pur sempre implacabilmente guerra. Con le mani, con le pietre, con il bronzo, con il ferro e ora con il web e i sistemi digitali.
Fortunatamente il guerriero ogni tanto si riposa. E riceve gli onori di un ricco accomodamento: nelle ville su isole felici o nelle tombe maestose dell’antichità. A cosa serve la guerra se non a costruire il buon retiro dei guerrieri o una superba architettura? Se vuoi la guerra, fai la guerra e non cercare le scuse della pace.
La cultura è tutto ciò che trascende le azioni ordinarie che compiamo per sopravvivere; sta qui il suo bello e la sua capacità intelligente di leggere dentro gli eventi. Anche la guerra genera letteratura e arte: serve a costruire eroi e antieroi, a dare alla storia un senso e alla mitologia il suo posto nell’immaginario. Ma la guerra continua di armi contro armi si sta trasformando in un gioco freddo, incredibilmente costoso e spaventosamente pericoloso. Come nella battaglia navale si affondano navi senza marinai, così nella guerra tecnologica ci si misura sull’intelligenza e sull’astuzia più che sull’audacia.
È il duello eterno tra Achille e Ulisse: e alla fine vince Ulisse, anche se eroe dimezzato.
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