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Ceuta, il conto dei dispersi e le domande che il Marocco e la Spagna non vogliono farsi

4 minuti di lettura

Ad una settimana dal transito di massa alla frontiera, il bilancio delle vittime si avvicina a cento e centinaia di famiglie marocchine attendono ancora notizie. Dietro l’emergenza umanitaria, una crisi politica che espone le fragilità del sistema di controllo delle frontiere euromediterraneo

MAROCCO. Sul lato marocchino del confine con Ceuta, l’enclave spagnola sul suolo africano, centinaia di persone si accalcano da giorni mostrando fotografie sgualcite a chiunque passi. Cercano un volto, una notizia, un segno di vita. È lo stesso lembo di terra che una settimana fa era finito sotto i riflettori del mondo intero per l’attraversamento di circa 72.000 persone in poche ore, uno degli episodi più imponenti nella storia recente delle migrazioni verso l’Europa.

Il bilancio ufficiale, fornito dalle autorità locali, parla di almeno 88 vittime a Ceuta e altre 11 in territorio marocchino, con decine di dispersi. Sono numeri che nella loro asetticità amministrativa faticano a restituire la portata di ciò che è accaduto: famiglie intere che da giorni presidiano il valico, come Hadijja, arrivata da Tangeri in cerca del figlio ventitreenne di cui non ha più notizie dal weekend. “Non mi aveva detto che voleva attraversare”, racconta. “È una tragedia.”

Un rimpatrio record, in tempi record

Il Governo spagnolo ha reso noto che circa 70.000 delle persone entrate a Ceuta nei giorni scorsi sono già state rimandate in Marocco, in un’operazione di rimpatrio condotta in stretto coordinamento con Rabat e conclusa nel giro di 48 ore. Una rapidità che racconta da sola l’entità della macchina messa in moto da Madrid per contenere una crisi che rischiava di travolgere anche il Governo di Pedro Sánchez, già sotto pressione per le richieste di sospendere la Spagna dall’area Schengen.

Restano a Ceuta, secondo le stime spagnole, circa 2.000 persone, tra cui almeno 862 minori non accompagnati registrati come tali. È qui che si concentra la parte più delicata, e più oscura, dell’intera vicenda. Unicef Spagna ha lanciato l’allarme su un numero imprecisato di bambini che potrebbero ancora aggirarsi per le strade della città senza alcuna protezione. “Non sappiamo quanti siano scomparsi”, ha dichiarato alla televisione pubblica TVE Susana Hidalgo, esperta di migrazioni dell’organizzazione, descrivendo una situazione “tremendamente difficile”. Dall’altra parte del confine, ha aggiunto, “ci sono famiglie che cercano i propri figli, mentre a Ceuta ci sono bambini di dieci, dodici anni che chiedono un telefono per dire alla madre che stanno bene”.

Le procedure di rimpatrio accelerato hanno sollevato più di una perplessità tra le ong spagnole, che denunciano il rischio concreto che persone potenzialmente titolari del diritto alla protezione internazionale siano state rispedite in Marocco prima di poter presentare richiesta d’asilo — una violazione, se confermata, non di poco conto rispetto agli obblighi che la Spagna ha sottoscritto in sede europea e internazionale. A rendere ancora più delicato il quadro è un video, diffuso martedì dai media spagnoli, in cui si vede un dodicenne implorare in lacrime un militare di non rimandarlo in Marocco: l’operazione, che si stava svolgendo a pochi metri dal confine, è stata interrotta solo dopo l’intervento di alcuni testimoni che hanno fatto notare come la legge spagnola vieti l’espulsione di minori non accompagnati. Un episodio isolato, forse, ma sintomatico di quanto la macchina amministrativa messa sotto pressione da numeri fuori scala possa perdere di vista le garanzie più elementari.

La domanda che resta senza risposta: chi ha innescato tutto questo?

Al netto della gestione dell’emergenza, il nodo politico più spinoso riguarda le cause della fiammata. Da giorni cresce, sul versante spagnolo, il sospetto che il Marocco abbia quantomeno tollerato, se non incoraggiato, l’attraversamento di massa. È un’accusa esplicita quella di Juan Jesús Vivas, Presidente di lunghissimo corso di Ceuta: “C’era la sensazione che questo, se non orchestrato, fosse stato almeno incoraggiato o permesso dal Marocco”. Da Rabat, un alto funzionario ha respinto seccamente l’insinuazione in un colloquio con l’agenzia France Presse, parlando di una lettura “semplicistica” del fenomeno: “A un certo punto le forze dell’ordine marocchine non hanno più potuto contenere i migranti, perché i numeri erano troppo grandi” e “l’effetto attrattivo era fortissimo”. Quanto all’ipotesi che la Spagna avrebbe potuto fermare l’ondata con la forza, lo stesso funzionario liquida l’idea come impraticabile.

Il Ministero dell’Interno marocchino, in un comunicato diffuso domenica, ha preferito puntare il dito contro “lo sfruttamento della sfera digitale” e “la diffusione di disinformazione”. Una lettura che trova conferma, almeno in parte, nelle fonti dell’intelligence spagnola: alla base della corsa al confine ci sarebbe una bufala circolata rapidamente sui social network all’indomani di una sentenza della Corte suprema spagnola secondo cui i migranti giunti via mare non potrebbero essere espulsi in modo sommario. Un contenuto distorto, rilanciato su TikTok, Facebook e WhatsApp, che avrebbe fatto credere a decine di migliaia di persone che il Marocco stesse lasciando campo libero al passaggio.

Qui però le versioni divergono in modo netto, e la divergenza non è un dettaglio. Il funzionario marocchino sostiene che Rabat avesse avvertito Madrid con settimane di anticipo: “Abbiamo iniziato a interloquire con la parte spagnola intorno al 22-23 luglio, quando le reti hanno cominciato a parlarne. Avevamo spiegato che quella sentenza avrebbe creato un problema. Il problema, infatti, si è creato”. Una ricostruzione che la Ministra spagnola per le Migrazioni, Elma Saiz, ha respinto senza mezzi termini: “In nessun momento c’è stata alcuna prova, alcun rapporto che ci allertasse sulla portata di questo evento senza precedenti”.

È uno scambio di accuse che, al di là delle responsabilità dirette, fotografa un problema più ampio: la gestione delle frontiere esterne dell’Unione europea continua a dipendere in larghissima parte dalla cooperazione — variabile, e talvolta strumentale — dei paesi terzi di transito. Quando quella cooperazione vacilla, o viene percepita come uno strumento di pressione politica, le conseguenze si scaricano su chi ha meno voce in capitolo: i migranti stessi, e in questo caso in particolare i minori.

Tra chi torna e chi resta

Tra chi getta la spugna volontariamente e chi viene ricondotto con la forza, tra chi ritrova i propri cari e chi continua ad aspettare — che si misura il costo umano reale di una crisi. A Fnideq, tra chi aspetta ancora, prevale una speranza fragile, alimentata dalle poche storie a lieto fine che circolano di bocca in bocca.

Finché il bilancio ufficiale dei morti e dei dispersi resterà una cifra in movimento, la vera domanda — su chi abbia lasciato che tutto questo accadesse, e su chi debba risponderne — continuerà a restare sospesa esattamente come i telefoni muti di chi ancora aspetta una chiamata.

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