Grande partecipazione e dibattito acceso nel prestigioso Salone dei Vescovi della Diocesi di Verona, dove si è tenuto uno degli incontri centrali della rassegna “Poeti Sociali”, dedicato al tema, quanto mai attuale e controverso, del suicidio medicalmente assistito
VERONA. Il dialogo, dal titolo “La dignità umana non si misura ma si riconosce. Il rischio di normalizzare il suicidio come soluzione alle sfide della vita”, promosso dalla Fondazione Toniolo della Diocesi di Verona (che si avvale del Patrocinio del Comune di Verona, del sostegno della Fondazione Cattolica e Generali Italia e la sua divisione Cattolica) ha l’intento di “creare cultura” sui temi della dignità della vita e della persona e ha coinvolto esponenti del mondo religioso, politico, medico e accademico.
Al centro del confronto, moderato dal Prof. Carlo Alberto Adami – Referente di Verona della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice – è la recente Legge Regionale Veneto n. 17/2026, che disciplina in modo pionieristico il suicidio medicalmente assistito, ponendo la regione sotto i riflettori nazionali.
Monsignor Renzo Beghini, ha ricordato che l’iniziativa nasce da una visione fortemente sostenuta dal vescovo Domenico Pompili, per una Chiesa che torna nella piazza e dialoga con le persone sui temi della dignità della vita e della persona. Beghini ha sottolineato l’importanza di creare cultura e recuperare significati condivisi, oltre le contrapposizioni.
Numerosi gli interventi di rilievo: dall’avv.to Domenico Menorello al senatore Ignazio Zullo fino al presidente nazionale dell’Ordine dei Medici Filippo Anelli, tutti concordi nel sottolineare la delicatezza del tema e i rischi di derive etiche e sociali. “Questo non è solo un tema tecnico-giuridico, ma una svolta antropologica”, ha affermato l’avvocato Menorello, portavoce di Ditelo sui Tetti, che riunisce oltre cento associazioni cattoliche, evidenziando come la nuova legge rischi di spostare l’orientamento del Servizio Sanitario Nazionale dalla promozione della salute alla possibilità di anticipare la morte del paziente. Nel mirino soprattutto il rischio di ridurre la dignità della vita alla sola performance o alla capacità di autodeterminazione, con conseguenze, secondo i relatori, tanto culturali quanto operative.
Il senatore Zullo, medico di professione, ha sottolineato come una rete fragile di assistenza potrebbe condizionare la reale libertà della richiesta di morte medicalmente assistita, ribadendo la necessità assoluta di rafforzare le cure palliative e l’assistenza domiciliare: “Una richiesta di aiuto a morire, in uno stato di abbandono o sofferenza, non è sempre espressione di una volontà libera”. Forte anche la posizione dell’Ordine dei Medici, che, pur riconoscendo le sentenze della Corte Costituzionale, ribadisce con fermezza il divieto deontologico di fornire direttamente prestazioni finalizzate alla morte: “Il nostro mandato – ha spiegato Anelli – resta quello di curare, ascoltare, alleviare la sofferenza, non di anticipare il fine vita”.
L’intervento del prof. Gino Gerosa, assessore alla Sanità del Veneto, ha sollevato una profonda riflessione sulla legge 219/2017, riportando al centro il vero significato della pianificazione condivisa delle cure — un tema spesso frainteso quando si affronta il dibattito sul suicidio medicalmente assistito. È stato chiarito che le cure palliative non rappresentano un’alternativa estrema, bensì un percorso che inizia molto prima della fase di sofferenza grave, come parte integrante della presa in carico del paziente. La legge si fonda su tre pilastri fondamentali: informazione trasparente, alleanza terapeutica, ascolto attivo. Questi elementi mettono in sincronia valori, vissuti e bisogni sia del medico sia del paziente. Se attivate precocemente, le cure palliative garantiscono libertà di scelta e qualità della vita, evitando che il paziente arrivi a decisioni estreme in condizioni di disperazione. Per questo motivo non vanno confuse con la cosiddetta “cultura dello scarto”, ma devono essere riconosciute come uno strumento essenziale di cura, dignità e accompagnamento.
Il dottor Francesco Noce, Presidente dell’Ordine dei medici del Veneto, ha ricordato che molte persone non chiedono di morire, ma chiedono aiuto: sostegno, ascolto, sollievo dalla sofferenza. Spesso, dietro la richiesta estrema, c’è uno schiacciamento psicologico e la paura di diventare un peso per la famiglia. La libertà di scelta, ha spiegato, è sempre condizionata dal contesto emotivo e sociale in cui la persona vive. Ogni caso è unico e richiede grande responsabilità da parte dei professionisti, perché «non esiste una volontà lineare», ma fragilità che vanno comprese e accompagnate.
Dai vari ospiti si è levato il richiamo a non lasciare sole le persone malate o fragili, e a contrastare la “cultura dello scarto” citata anche da Papa Francesco.
L’intervento di Mariapia Garavaglia fa presente che parlando di vita e morte, è inevitabile provare imbarazzo: qualunque sia l’appartenenza culturale o politica, si tocca la parte più fragile dell’esistenza. E’ stato ricordato che, quando una persona arriva a chiedere di morire, spesso non è la volontà autentica, ma il segno che la comunità non ha saputo sostenerla. Se mancano aiuti, integrazioni, reti familiari e sociali, chi è solo, malato o in sofferenza estrema può sentirsi senza alternative. La libertà di scelta, in questi casi, è profondamente condizionata dal contesto. Ogni storia è unica e richiede responsabilità, ascolto e presenza da parte di chi accompagna.
A conclusione dell’incontro, il vescovo di Verona, Domenico Pompili ha sintetizzato l’orientamento della serata: “Di fronte a questi temi non ci si può limitare ad alternative secche tra cura e suicidio assistito. Al centro della riflessione va messa la relazione: la capacità di ascoltare, prendere in carico, accompagnare fino alla fine chi soffre”. Un appello, quello degli organizzatori, a proseguire nella riflessione pubblica, aldilà delle contrapposizioni ideologiche, per riaffermare la centralità della persona e della cura in ogni fase della vita.
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