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Certe storie sono come incubi: vogliono essere raccontate per ritrovare un po’ di serenità. Tutto si muove intorno a me di Dany Laferrière, pubblicato cinque anni fa da 66THAND2ND, è una di queste.

 

Port-au-Prince, isola di Haiti. È il 12 gennaio 2010, l’orologio segna le 16.53. All’improvviso nell’aria si solleva un terribile boato, sembra la raffica di una mitragliatrice o lo sfrecciare di un treno in corsa. È questione di pochi istanti, poi la terra comincia a tremare per sessanta lunghissimi, interminabili secondi. In quel momento Dany Laferrière è seduto a un tavolo dell’hotel Karibe in allegra compagnia dell’editore Rodney Saint-Éloi, suo amico, in attesa delle ordinazioni. Ma non c’è il tempo di pensare, sono attimi preziosi, segue una corsa disperata verso il giardino, fuori è un tramestio di grida, s’ode il frastuono di oggetti che sbattono, il tonfo di edifici che crollano; poi, d’un tratto, tutto tace.

 

Con voce commossa, a tratti unita a una delicata ironia, Dany Laferrière è particolarmente abile a far rivivere nel lettore la paura scaturita dal suolo che sussulta e quella fragilità che si impadronisce del corpo umano che, impotente, si fa vigile a ogni minima vibrazione anche nei giorni a venire. Io stessa, già dalla prima pagina di questo libro ho riavvertito farsi strada in me quel brivido di panico che mi ha riportata con la mente a due anni fa, a quei giorni in cui il centro Italia sembrava non trovare pace.

 

Il libro di Laferrière nasce proprio come diretta testimonianza del Gudugudù – nome con cui gli haitiani hanno battezzato il terremoto che quell’anno si è abbattuto sulla loro isola, causando oltre 220mila vittime –, in cui lo scrittore, in un intreccio di reportage giornalistico e intime riflessioni, dipinge il dramma di distruzione e disperazione che lo circonda.

 

Quel pomeriggio, camminando per la strada, si imbatte in una donna con le braccia aperte a croce che chiede conto al cielo della sua salvezza, mentre il resto della sua famiglia giace sotto le macerie. Giorno dopo giorno, si fa vicino al dolore di chi, rimasto vivo, piange per quei famigliari che non rivedranno mai più un’alba. E ogni volta che scorge le loro lacrime, prova amarezza per tutte quelle persone che, in pochi secondi, hanno visto frantumarsi la fatica di una vita, come se «quella nuvola che un attimo fa si alzava in cielo» non fosse stata altro che «la polvere dei loro sogni».

 

Ora che gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla perla dei Caraibi – mentre i media ne dipingono soprattutto la faccia sconfitta – l’autore si fa coraggio e dà forma ai propri ricordi, mostrando anche l’altra faccia dell’isola, quella in cui «la paura non dura mai più di un minuto, e il minuto dopo sono già tutti in strada a ballare. […] Questa gente dignitosa che sopporta il dolore con tanta grazia possiede un senso della vita che sarebbe imperdonabile ignorare. Nel vederli così sereni, viene da pensare che abbiano una certa esperienza in materia di dolore, di fame e di morte. E che siano pieni di una gioia irrefrenabile. Gioia e sofferenza, che trasformano in canto e danza». Haiti infatti è la storia di uomini e donne che, costretti a dormire in strada, la sera, prima di addormentarsi, cantano in coro per alleviare il dolore. È il sorriso di coloro che per giorni hanno resistito intrappolati sotto il cemento e sono stati estratti vivi. È l’esultanza nei volti dei vicini quando finalmente ritorna la corrente elettrica. E c’è chi grida, chi accende tutte le luci, chi avvia la radio, chi prepara un caffè. Haiti è ancora in vita ed è «una bella ondata di energia».

 

È questo che si legge in Tutto si muove intorno a me: sono racconti semplici del chi cosa dove quando tutto ha cominciato a tremare. Sono le impressioni degli haitiani nel vedere le rovine fumanti del loro paese. Sono frammenti di conversazioni tra uno zio e un nipote, tra un figlio e una madre, tra un fratello e una sorella.

 

Oggi sono passati oltre dieci anni dal boato improvviso che ha messo Haiti e la sua capitale in ginocchio. Laferrière non manca una riflessione – carica di malinconia – su coloro che, non ancora nati, cresceranno in una città completamente nuova, limitandosi a conoscere la vecchia Port-au-Prince dalle foto d’epoca.

 

In queste pagine finali mi è sembrato di cogliere una genuina speranza dell’autore verso il popolo haitiano che, tenace e combattivo, non rinuncia al proprio futuro, pronto a ricostruire ciò che gli è stato tolto: «questo paese ha bisogno di energia, non di lacrime».

Arriva un momento, nell’adolescenza, in cui la famiglia cessa per qualche tempo di essere un nido accogliente e incomincia a stare stretta. In questo periodo delicato molti sono i cambiamenti, ben maggiori le esigenze e insieme alle prime illusioni spesso giungono anche le prime delusioni.

 

In un clima simile, complice la profonda insoddisfazione verso la propria esistenza, la protagonista di questo libro vede ogni nuovo giorno accompagnarsi all’infelice sensazione di essere incompresa da tutti. Specie ora che la rivalità con la sorella non fa che accrescere la sua invidia o quando viene a mancare quel nonno a cui tanto si era affezionata e che sembrava essere l’unico, in famiglia, ad adorarla.

 

Quinto romanzo di Michèle Halberstadt – scrittrice, giornalista e produttrice cinematografica francese – La petite, edito da L’orma editore, è una storia che si esaurisce nell’arco di una giornata, che ha origine da un evento drammatico e si conclude con una radiosa promessa.

 

Ipersensibile e impacciata come molte ragazze di quell’età, la petite è una dodicenne parigina che si autoattribuisce il nomignolo di topino a causa del suo sgraziato aspetto. Non molto brillante a scuola, dove incontra l’ostilità degli insegnanti e l’antipatia dei suoi compagni, con i quali ha serie difficoltà a stringere amicizia, vive ogni momento con amarezza e sconforto.

 

Anche a casa è un fallimento, dove non si sente che l’ombra della sorella maggiore, sempre più brava, più onesta e più capace, agli occhi dei genitori.

 

Abbandonata quindi alla sua solitudine, la petite trascorre le giornate chiusa nella sua stanza e in se stessa, rifugiandosi nelle proprie passioni – la musica e il giornalismo – e nelle lettere che scrive a Laure, l’amica immaginaria, composta, educata e col naso dritto, che lei stessa vorrebbe tanto essere.

 

L’improvvisa mancanza del nonno cancella anche l’ultimo appiglio che ancora le consentiva di restare a galla, gettandole addosso un’ondata di sconforto che la fa sprofondare nella decisione sempre più liberatoria di non voler esistere più.

 

Quella vita vuota e la disperazione muta con cui ha deciso di affrontarla hanno portato la petite a costruire un muro attorno a sé, rendendola invisibile insieme alle sue emozioni, fino ad arrivare alla fatidica mattina in cui, prima di andare a scuola – consumata dall’ennesima delusione ai danni della famiglia – la piccola mischia e ingerisce il contenuto di diversi flaconi di medicinali che la madre conserva sullo scaffale alto dell’armadietto del bagno, confidando ai lettori: «Ho dodici anni e questa sera sarò morta».

 

Risvegliatasi con sorpresa in una stanza rettangolare in penombra, la petite si ritrova ancora una volta a meditare sulla propria esistenza. Sul vassoio con il pasto appoggiato sul tavolo accanto al letto insieme a uno yogurt bianco, un pacchetto di biscotti, una fetta di pane e una mela gialla, nota infatti la presenza di un coltello. Cosciente e memore di quanto accaduto, vede in quell’oggetto una seconda possibilità per portare a termine ciò in cui, anche se per un soffio, ha fallito. Probabilmente quella negligenza da parte degli infermieri è un segno del destino. Ma a questo punto la petite non può che chiedersi quale dei due sia il segno: il coltello o l’essere ancora viva?

 

Solitudine, costernazione, tormento. Poi chiarezza, riscatto, letizia.

 

La petite è un romanzo che fa capire quanto a volte si riesca ad apparire normali di fronte agli altri, pur nascondendo in realtà dentro di sé una grandissima sofferenza, e che non manca di uno sprone di riflessione per noi adulti sulla difficoltà incontrata da questa ragazzina – che rispecchia poi un qualsiasi adolescente odierno, solo più fragile e introverso di altri – a trovare un posto fra i grandi e i suoi coetanei. Una storia di fantasia quanto mai reale.

 

 

 

 

Io sono Malala è uno di quei libri che non può mancare nella libreria di casa. Lo avevo aggiunto alla mia lista di letture già da un po’ e sono molto contenta di essere finalmente riuscita a dedicargli il mio tempo. Pagina dopo pagina, le parole di Malala Yousafzai mi hanno regalato emozioni intense, a volte contrastanti, rivelandomi come si vive in un paese di cui, fino a prima, conoscevo soltanto il nome.

 

Con Malala ho scoperto un Pakistan unico al mondo per l’ospitalità dei suoi abitanti, ma ahimè altrettanto unico per l’avversione che ancora dimostra nei confronti delle donne – creature inferiori cui è permesso uscire di casa solo se coperte da un burqa o in compagnia di un parente di sesso maschile –, a cominciare dalla credenza diffusa che «quello in cui nasce una femmina è un giorno triste». Ma quel 12 luglio 1997 è tutt’altro che un giorno triste nella valle dello Swat; già dalla culla Malala Yousafzai sembra destinata a un promettente futuro. Suo padre ha infatti scelto per lei un nome carico di significato, ispirandosi alla paladina afghana Malalai di Maiwand, che ribaltò le sorti della guerra contro gli inglesi, accendendo i suoi soldati con valorose parole.

 

Se oggi Malala è l’icona universale delle donne che lottano per il diritto all’istruzione è perché ha avuto il coraggio di sfidare le imposizioni dettate dai talebani, complice il sostegno di un padre attivista in nome della libertà di insegnamento, che ha sempre rispettato il suo pensiero. Malala è anima e corpo accanto a lui in questa battaglia.

 

Crescendo, Malala è una vera promessa: ottimi voti a scuola, abile oratrice, autrice di un blog della BBC in cui racconta la quotidianità sotto il regime talebano e denuncia un sistema che nega il diritto all’istruzione, causa l’assurda convinzione che la conoscenza renda occidentali. Per lei «l’istruzione non è né occidentale né orientale, è un diritto umano».

 

Malala racconta anche del giorno in cui nota una giovane venditrice di arance lungo la strada che, non sapendo né leggere né scrivere, tiene il conto dei frutti venduti facendo dei segni con un chiodo su un pezzo di carta. Di fronte a questa scena Malala giura a se stessa di fare ogni cosa per mandare a scuola tutte le bambine come lei e coronare il suo sogno: garantire la libertà e l’istruzione a tutte le donne.

 

Tuttavia, in un paese politicamente instabile e corrotto, che non garantisce pari diritti fra uomini e donne e soggetto alla propaganda jihadista, in pochi mesi tutto cambia: la televisione diventa un mezzo proibito e presto arriva l’annuncio che tutte le scuole femminili dello Swat dovranno chiudere. Malala ha appena 11 anni e si sente crollare il mondo addosso, ma non intende rinunciare a studiare, perché «l’istruzione è istruzione. Noi bambini dovremmo poter imparare ogni cosa, e poi scegliere liberamente il cammino da seguire.»

 

Se da un lato mi dispiacevo per le delusioni toccate a una bambina che vedeva calpestati i propri diritti, dall’altro mi meravigliavo per il coraggio sempre più grande che quella stessa bambina dimostrava con gli anni.

In aperta sfida al diktat dei talebani, Malala continua infatti a frequentare segretamente la scuola insieme alle sue compagne. Con gli esami di fine anno giungono però anche le prime minacce rivolte a lei e a suo padre, fondatore di diverse scuole. Nemmeno questo riesce comunque a frenare il coraggio e la grinta con cui padre e figlia portano avanti la propria battaglia contro l’ignoranza: «Ancora una volta ci sentivamo frustrati e spaventati. Fu allora che decisi che sarei entrata in politica.»

 

La situazione è delicata, gli animi dei talebani si scaldano facilmente e Malala diviene presto un bersaglio. Un giorno, di ritorno da scuola, il pullman su cui si trova viene assalito. Tre spari e il buio.

 

Dieci giorni dopo, quando si risveglia dal coma, Malala non trova le montagne familiari a cui è abituata, ma sacchi colmi di lettere e regali arrivati da tutto il mondo per augurarle una pronta guarigione. Ora è a Birmingham, in Inghilterra, dove ha una casa solida con un vero cancello e degli elettrodomestici. Ha ripreso a frequentare la scuola e sta costruendo nuove amicizie, nonostante le sue ex compagne tengano sempre un posto libero in classe per lei.

 

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, Malala ama il suo paese, lo ama anche dopo le delusioni che le ha causato e sogna di tornarci a vivere: «nell’ultimo anno ho visto molti luoghi diversi, ma per me la mia valle resta il posto più bello del mondo. Non so quando la rivedrò di nuovo, ma so che lo farò».

 

Se io a Malala ho potuto dare solo parte del mio tempo per leggere la sua storia, lei con le sue parole mi ha restituito molto di più. Mi ha infuso un senso di gratitudine verso il mio paese, l’Italia, in cui l’istruzione è un diritto costituzionalmente garantito e non da conquistare.

 

Nell’estate 2017 Malala ha superato a pieni voti il test d’ammissione alla prestigiosa università di Oxford, dove ora studia filosofia, economia e politica. Personalmente le auguro di brillare non meno di quanto abbia fatto finora, pienamente d’accordo con lei che «un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo».

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