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La Grande Barriera Corallina che si estende per quasi 2.300 km lungo la costa nord-orientale dell’Australia è la più grande struttura fatta di organismi viventi, patrimonio mondiale Unesco dal 1981. Proteggiamola prima di perderla per sempre!

 

In questi giorni si parla molto del nostro ritorno al mare: con la bella stagione, tutti ne sentiamo il bisogno. Il mare, infatti, è una sorta di farmaco per il nostro organismo.

 

Certo sono tante le disposizioni che dovremo osservare per tornare a godere della natura e delle sue bellezze, in sicurezza. Quando però potremo farlo, sarà più bello che mai! Purtroppo però, restrizioni da COVID-19 o no, esiste un luogo sempre più minacciato che rischia di non tornare mai più come prima: si tratta della Grande Barriera Corallina.

 

A lanciare l’allarme è un team di ricercatori dall’Australia. La causa è sempre la stessa: l’anomalo aumento delle temperature marine, dovuto ai cambiamenti climatici e al riscaldamento globale, a cui si aggiungono gli sversamenti nell’oceano dell’acqua impiegata nelle attività agricole. Un vasto tratto della barriera corallina ha così perso nuovamente i suoi colori ed è diventato una distesa bianca. Questo fenomeno, detto “sbiancamento”, molto spesso porta alla morte dei coralli.

I ricercatori informano che si tratta del terzo grave episodio nell’arco degli ultimi cinque anni. Siamo avvisati: se non facciamo qualcosa oggi, rischiamo di perdere per sempre chilometri di barriera corallina!

 

Sono anni che le ONG ambientaliste accusano il governo australiano di inazione nella lotta ai cambiamenti climatici. Greenpeace lancia infatti una nuova campagna a cui è possibile aderire per proteggere gli oceani da questa e dalle altre gravi problematiche che minacciano i nostri mari: inquinamento marittimo, pesca industriale, danneggiamento degli habitat, eccessiva plastica, trivellazioni petrolifere ed estrazioni minerarie.

 

Due anni fa sono iniziati i negoziati per un Accordo Globale atto a stabilire precisi strumenti per la tutela della vita e degli habitat marini al di fuori delle giurisdizioni nazionali. I negoziati dovrebbero concludersi quest’anno.

 

Fonte: Greenpeace

Le api sono in declino, minacciate da pesticidi, perdita di habitat, monocolture, parassiti, malattie e cambiamenti climatici.

 

Se le api muoiono, a farne le spese saranno l’ambiente, il nostro cibo e l’agricoltura. Le api, infatti, non producono solo miele: dalla loro opera di impollinazione dipende un terzo degli alimenti che consumiamo abitualmente – come mele, fragole, pomodori e mandorle – e la produttività del 75% delle nostre principali colture agricole.

 

L’attuale sistema di agricoltura industriale basato sulla dipendenza dai pesticidi chimici, come i neonicotinoidi, non è più sostenibile!

 

Il 27 aprile 2018 l’Unione Europea ha approvato il bando permanente di tre insetticidi neonicotinoidi dannosi per le api: l’imidacloprid e il clothianidin della Bayer e il tiamethoxam della Syngenta.
Il loro utilizzo resta però consentito all’interno di serre permanenti. Inoltre, è ancora consentito l’uso di altri neonicotinoidi: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone e altre sostanze quali cipermetrina, deltametrina e clorpirifos, tutti insetticidi potenzialmente pericolosi per le api e gli altri insetti impollinatori.

 

Con una petizione, Greenpeace chiede al Governo italiano e alla Commissione europea di:
1. Bandire l’uso di tutti i pesticidi dannosi per le api e gli altri insetti impollinatori
2. Applicare rigidi standard per la valutazione dei rischi da pesticidi
3. Aumentare i finanziamenti per la ricerca, lo sviluppo e l’applicazione di pratiche agricole ecologiche.

 

Recenti studi hanno confermato che i neonicotinoidi danneggiano non solo le api, ma anche i bombi, le farfalle, gli insetti acquatici e persino gli uccelli, con possibili ripercussioni su tutta la catena alimentare.

 

 

Fonte: www.greenpeace.org

“Greenpeace per l’ennesima volta manca del più comune senso del pudore. Ma è giunto il momento che la smetta di giocare, in modo subdolo, con la lingua italiana perché la gente non è stupida. Infatti mentono e sanno di mentire, perché quello che dicono non è vero”. Lo ribadisce l’assessore regionale all’Ambiente Gianpaolo Bottacin in relazione alle dichiarazioni diffuse ieri da Greenpeace riguardanti il caso GenX, il nuovo inquinante tensioattivo rinvenuto nella regione.

 

“Loro dicono – aggiunge Bottacin – che “mentre nei Paesi Bassi e negli Usa gli enti competenti intervenivano con limitazioni sul GenX, in Veneto veniva dato il via libera alle importazioni” e “di non trovare traccia di limitazione alle emissioni in ambiente di tale sostanza in Veneto”. Con le loro affermazioni vorrebbero far credere che in Veneto si potrebbe utilizzare e sversare questa sostanza in libertà. Ma ciò è falso, in quanto con l’Autorizzazione Integrata Ambientale a cui loro si riferiscono la Regione non ha autorizzato alcuno sversamento, in quanto tale sostanza deve essere “smaltita negli appositi impianti”. In base alla documentazione la Miteni quindi mai ha ottenuto autorizzazione allo scarico tantomeno allo sversamento. Quindi, secondo questa autorizzazione, il limite di emissione è zero”.

 

“A questo punto – conclude Bottacin – risulta evidente che Greenpeace mente e sa di mentire. Esattamente come avvenuto alcuni mesi fa quando dichiararono che la Regione aveva aumentato i limiti sui Pfas”.

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