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Si chiama Sendero Giuseppe Mazzotti e si snoda per circa due chilometri, dalla località di Otongachi al Centro di Educazione Ambientale e alla Foresteria che si trovano all’ingresso della Foresta Otonga in Ecuador: è il nuovo tracciato nel cuore dell’Amazzonia che la Fondazione Otonga, coordinata dall’entomologo Giovanni Onore, ha deciso di dedicare al trevigiano Giuseppe Mazzotti. Il sentiero favorirà l’accesso alla riserva agli ecoturisti e alle spedizioni internazionali che intendono studiare il ricchissimo ecosistema.

 

L’intitolazione è un ringraziamento della Fondazione all’Associazione Premio Letterario Giuseppe Mazzotti e al suo ispiratore, che fu un “ecologista ante litteram: l’Associazione fu la prima a credere nel progetto di Onore di creare una riserva protetta in Ecuador quando, in occasione della partecipazione dell’entomologo ad un convegno dedicato all’Amazzonia a San Polo di Piave, Treviso, nel 1992 (in occasione del cinquecentenario della scoperta dell’America), elargì la donazione che permise di acquistare i cento ettari di terreno iniziali. Da allora è divenuta sostenitrice del progetto e negli anni ha organizzato diverse raccolte fondi coinvolgendo aziende, scuole e privati; nel 1998 ha presentato il progetto al proprio partner Valcucine che, da allora, attraverso l’associazione Bioforest, garantisce a Otonga un sostegno continuativo.

 

In un trentennio la riserva si è ampliata da 100 fino a 2 mila ettari e sono stati realizzati un Centro di Educazione Ambientale e una Foresteria, che permettono la permanenza di studiosi internazionali favorendo l’approfondimento della flora e della fauna e la scoperta continua di nuove specie animali e vegetali.

 

La riserva, con un’estensione di oltre 2 mila ettari, rappresenta l’esempio di un altro futuro possibile per il polmone verde della Terra e Mazzotti, ecologista ante litteram, di certo sarebbe stato orgoglioso di partecipare a una causa di questa portata.

 

Il riconoscimento che la Fondazione Otonga dedica a Giuseppe Mazzotti non solo lo avrebbe reso orgoglioso ma anche certifica il suo impegno a favore dell’ambiente e della sua difesa, ben prima che l’ecologia fosse riconosciuta come scienza. Instancabile e carismatico, Mazzotti aveva infatti attratto nella propria cerchia di intellettuali e artisti anche menti brillanti e illuminate che avevano elaborato un pensiero ecologico ed una personale opposizione al consumo di paesaggio, come il poeta Andrea Zanzotto e la viaggiatrice e scrittrice di Freya Stark. Suo fu il merito di innescare una “reazione enzimatica” che si tradusse in un dibattito fortemente anticipatorio e trovò nella produzione poetica, letteraria, giornalistica dei suoi amici un eccezionale veicolo di diffusione.

Se non smaltite correttamente, le mascherine anti COVID che finiscono nei mari potrebbero creare un danno gravissimo all’ambiente. Rotary Club Venezia Castellana e CentroMarca Banca promuovono un’iniziativa per creare mascherine “sostenibili” con filtro biodegradabile (realizzate in Veneto)

 

Oggi, a causa della pandemia da Covid-19, tutto il mondo è obbligato ad usare mascherine protettive per difendere se stessi e gli altri dalla trasmissione di goccioline portatrici di virus che, anche molte persone asintomatiche, possono diffondere. Gli studi hanno indicato in 40 milioni le mascherine usate ogni giorno in Italia che, non essendo biodegradabili, se non smaltite correttamente, rimangono ad inquinare l’ambiente per centinaia di anni.

 

Un danno enorme va quindi ad aggiungersi alla situazione già precaria in cui si trovano i nostri mari e i nostri territori.

 

Appare abbastanza evidente che il tempo di Covid non può permetterci di ignorare la sostenibilità, la salvaguardia dell’ambiente e dei mari. Quindi, pur rimanendo imperativo l’uso dei mezzi di protezione personali contro la diffusione della pandemia, è opportuno e necessario mettere in atto azioni appropriate quali, ad esempio, il servirsi, il propagandare e il diffondere mascherine che siano riutilizzabili e biodegradabili.

 

Cosa possiamo fare noi personalmente?

La risposta è: evitare che il 35-40% delle 40 milioni di mascherine utilizzate ogni giorno in Italia finiscano permanentemente nelle nostre acque.

 

Per questo motivo il Rotary Club Venezia Castellana, e CentroMarca Banca Credito Cooperativo di Treviso e Venezia, si sono fatti promotori, in Veneto, dell’iniziativa “MASCHERINE SOSTENIBILI CON FILTRO BIODEGRADABILE” nell’ambito progetto mondiale Plastic Free Waters (OP-PFW) promosso da molti Rotariani e IYfroriani (rotariani aderenti alla fellowship IYFR – International Yachting Fellowship of Rotarians).

 

 

Mascherine sostenibili con filtro biodegradabile made in Veneto

A chilometro zero, essendo realizzate e confezionate da aziende venete, sono state sviluppate le prime mascherine tipo IYFR/PFW, al 100% morbido cotone, doppio strato, di diversi colori, lavabile, stirabile. Sono riutilizzabili a lungo, si adattano perfettamente al volto, sono regolabili e hanno una tasca interna per contenere un elemento filtrante, biodegradabile, sostituibile di volta in volta.

 

Queste mascherine, anche se complete di filtro, non sono presidi medici. Si tratta di mascherine di comunità, previste dall’Art 7 del DPCM 24 ottobre 2020, il cui uso (come quello delle mascherine chirurgiche) è consigliato in ambienti non fortemente contaminati, a basso rischio di contagio e in presenza di persone asintomatiche.

 

“Se questo filtro sfortunatamente dovesse essere disperso nell’ambiente si biodegrada in un tempo molto limitato e non andrà a creare un impatto ambientale disastroso come la mascherina chirurgica di polipropilene” fa sapere il prof. Franco Cecchi Coordinatore della Commissione Plastic-Free Waters del Rotary Club Venezia Castellana.

 

“Il Rotary è attento alla sostenibilità ambientale – afferisce il Presidente del Rotary Club Venezia Castellana Roberto Salin – e il nostro scopo è quindi quello di ridurre la rilevante percentuale delle mascherine chirurgiche non correttamente smaltite che, come ampiamente documentato, finisce in mare. ”

 

A sostenere il progetto CentroMarca Banca da sempre impegnata nella salvaguardia della salute delle persone e dell’ambiente in cui vivono.

“Crediamo fermamente a tutto ciò che direttamente o indirettamente contribuisce alla salvaguardia della salute delle persone e al bene del territorio. L’ambiente, lo sviluppo sostenibile, sono impegni prioritari che vogliamo assumerci per la cura del futuro – commenta il Direttore Generale di CentroMarca Banca Claudio Alessandrini – L’attività della nostra Banca è e deve essere sostenibile, sia in termini economici sia in termini valoriali. Crediamo fortemente nei valori dell’etica e della qualità. L’etica è fondamentale nei rapporti umani e nei rapporti professionali; la qualità è l’unica strada per prosperare nel lungo termine”, conclude il Direttore Generale di CMB.

Non solo una Banca, ma una istituzione Cooperativa dal forte valore sociale che nel corso degli ultimi anni si è fatta capofila di una serie di iniziative, in vari ambiti, per la sostenibilità e l’attenzione all’ambiente.

 

“Questa iniziativa attesta la nostra ferma volontà di provvedere al bene delle persone e alla sostenibilità dell’ambiente, entrambi valori imprescindibili che definiscono ciò che siamo: un partner che ambisce al cambiamento verso un futuro più consapevole e che desidera la crescita e la rigenerazione del territorio” conferma il Presidente di CentroMarca Banca Tiziano Cenedese.

 

 

Video Credits: BBC News

Mentre tutto il mondo è impegnato a combattere la pandemia da Coronavirus, sempre più mascherine protettive finiscono in mare perché non smaltite correttamente. Mascherine che poi rimangono ad inquinare l’ambiente per centinaia di anni.

Gli studi hanno stimato che solo in Italia ogni giorno vengono usate 40 milioni mascherine, mentre a livello globale se ne utilizzano 129 miliardi.

 

Un danno enorme, quindi, che va ad aggiungersi alla situazione già precaria in cui si trovano i nostri mari e i nostri territori.

I sub e gli osservatori stanno infatti riscontrando una quantità sempre maggiore di mascherine nelle acque dei mari, con conseguenti problemi alla fauna selvatica di tutto il mondo.

 

 

Photo & Video Credits: BBC News

Si è tenuto lo scorso dicembre il webinar organizzato dalla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, per parlare di clima, prospettive del Recovery Fund (o Next Generation EU) e infrastrutture per la capitale.

 

Il dibattito si è rivelato un’interessante occasione di scambio sociale, economico e culturale su idee e progetti inerenti il piano infrastrutturale della città di Roma, con un’attenta analisi nell’ottica della sostenibilità. Di seguito alcuni spunti salienti sul nuovo assetto infrastrutturale della mobilità romana, nello spirito delle due ultime encicliche di Papa Francesco.

 

 

Uno sguardo su Roma

Roma è la città metropolitana italiana più popolosa, contando 121 comuni e 4.320.088 abitanti. Ogni giorno si calcolano circa 6.100.000 spostamenti, con un elevatissimo costo di congestione urbana.

Dal punto di vista tecnico-trasportistico, quali possono essere allora le soluzioni più adeguate per risolvere i problemi di mobilità e ambientali, che ormai da troppo tempo affliggono una delle città più belle e amate al mondo? Lasciando da parte ogni valutazione appartenente alla sfera politica, ci concentreremo piuttosto sull’accordo con la UE sul Next Generation UE.

 

 

In quanto Capitale della Repubblica, che ospita le Ambasciate di tanti Paesi e che comprende al suo interno uno Stato come la Città del Vaticano, Roma assume una caratteristica amministrativa e religiosa diversa da qualsiasi altra città d’Italia.
Per questo motivo può (e deve) rappresentare un esempio in termini di inclusione sociale e di rispetto dell’ambiente. L’occasione irripetibile è dettata dai fondi Next Generation EU, tenendo conto che – come ha ammonito il Consiglio Europeo – le due condizioni chiave per accedere alle sue risorse siano l’avvio concreto delle riforme e la reale capacità della spesa.

 

Quanto segue è una raccolta di dati e informazioni sull’assetto urbano, sui comportamenti dei cittadini di Roma Capitale e sulle conseguenze sul sistema trasportistico attuale, ripresa dallo studio condotto dalla Prometeo Engineering – realtà romana che svolge una consistente attività nel campo dell’ingegneria delle infrastrutture, con particolare attenzione alle opere geotecniche e in sotterraneo – al fine di comprendere il quale potrebbe essere l’effetto di possibili interventi migliorabili.

 

 

La popolazione di Roma Capitale

Roma Capitale è un territorio grande come quello di Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Catania e Palermo messi insieme. Per comprendere la genesi e la natura delle problematiche attuali a livello di mobilità, è fondamentale analizzare la distribuzione della popolazione sul territorio e la presenza di stranieri e del rispettivo reddito*.
I municipi più popolosi sono quelli dell’area Est. Questi hanno una popolazione che si aggira al di sopra dei 150.000 abitanti per municipio. Gli stranieri si collocano in percentuale abbastanza elevata (fino al 20% nell’area centrale e nell’area Nord di Roma) e sono coloro che vivono nelle famiglie particolarmente agiate presso cui lavorano. Vi è poi un alto numero di stranieri che vive autonomamente in alloggi nei municipi, con percentuali al di sopra del 15%.
I redditi più alti sono presenti nel primo e secondo municipio e anche nella zona Nord. C’è da notare che il reddito pro-capite dei Romani è di circa 31.000 Euro contro i 44.000 Euro dei Milanesi.

Il reddito degli stranieri per municipio è più basso nella zona Est e Ovest. In particolare la zona Est è popolata da stranieri con reddito molto basso.

 

 

Mobilità e infrastrutture urbane

La crisi economica degli ultimi cinque anni ha inciso profondamente sulla qualità della mobilità. Inoltre, il rafforzamento delle tendenze centrifughe ha spostato il baricentro verso l’esterno, mutando le caratteristiche distributive della mobilità.

Dei 6.100.000 spostamenti registrati su Roma, 4.500.000 (il 78%) sono generati dai residenti del Comune, mentre il 22% è costituito dai residenti nei 120 comuni della cintura limitrofa. Mentre i romani si muovono su Roma, questo 22% che vive nella cintura metropolitana penetra su Roma. Il mezzo più usato è l’automobile; in pochissimi usano l’autobus e i mezzi su ferro.
Ciò comporta un serio problema di congestione: si stima infatti che gli abitanti di Roma abbiamo perso 254 ore nel traffico* ponendo la nostra capitale al secondo posto al mondo, dopo Bogotà, per città in cui si trascorrono più ore nel traffico.

 

La congestione a Roma è elevatissima. Se paragonata a Parigi, solo il 16,6% dei suoi abitanti si muove con mezzi privati (contro il 65,5% di Roma). Oltre a ciò, il numero di cittadini che si sposta a Roma spende giornalmente 13 milioni di Euro in carburante, versando all’erario 9 milioni. Il costo annuo arriva pertanto a 3,5 miliardi.

 

Se pensiamo che su Roma sono presenti 2,3 milioni di auto su 3 milioni di abitanti, con una media di 1,3 per autovettura, è facile comprendere che la mobilità romana produca grossi danni ambientali. Roma vanta infatti una tra le più alte concentrazioni di CO2 nell’aria in Italia: attualmente 8,5 t pro-capite, contro le 7,7 della Lombardia e le 8 dell’Emilia. Tale valore solo tre anni fa era di circa 5 t con un trend in crescita che provoca evidenti danni ambientali.

 

 

Quali proposte?

Prima di avanzare una proposta, è necessario capire com’è distribuita la popolazione anche nell’ottica dell’inclusione e del rispetto ambientale e vedere come è attualmente organizzata la rete dei trasporti pubblici e la viabilità ordinaria.

A tal proposito, la Promoteo Engineering di Roma ha ipotizzato una strada da seguire.

 

Bisognerebbe chiudere l’anello ferroviario e realizzare nuove linee di tram di superficie soprattutto nell’area Est e nelle aree dove è presente la popolazione con reddito più basso.
L’area compresa all’interno dell’attuale anello ferroviario copre solo i 5% del territorio comunale e supporta il 50% del traffico urbano. Serve allora mettere a rete il sistema ferroviario, tramviario e delle metropolitane.
Per quanto riguarda la rete in sotterraneo, oggi Roma ha una sorta di X che serve ben poco a risolvere i problemi della mobilità. È necessario un potenziamento con la realizzazione della linea D, il completamento della linea C fino a Grottarossa e il prolunga-mento della linea B, B1 e A nelle due direzioni.

 

Bisogna intervenire inoltre sugli assi stradali che in alcuni casi oggi sono monchi e creano grossi problemi di penetrazione nell’anello ferroviario. Questi assi di penetrazione dovrebbero giungere a dei parcheggi scambiatori, ma anche a dei parcheggi che possano essere utilizzati in tutta l’area metropolitana. Bisogna poi risolvere i punti critici/nevralgici con rotatorie, sottopassi e altri interventi viabilistici, per evitare che i nodi nevralgici della città causino ingorghi e traffico congestionato lungo tutta la rete viaria cittadina.

 

La mobilità su gomma (prediletta dall’80% dei romani) è oggi fortemente penalizzata dalla sosta selvaggia. Per attenuare questo fenomeno, si possono realizzare parcheggi in superficie multipiano che possono essere acquistati dai cittadini che possiedono l’abitazione all’interno di Roma.
In tal caso, l’intervento può non impattare molto dal punto di vista architettonico ed estetico poiché si lascia la facciata originale, gli edifici vengono svuotati, per realizzare una struttura in calcestruzzo armato affidabile soprattutto dal punto di vista antincendio. Dal punto di vista finanziario, Società private e pubbliche possono avviare questo ambizioso progetto, dando la possibilità di accedere a mutui agevolati per chi vuole acquistare un posto auto pertinenziale in superficie.

 

Infine, l’utilizzo del sottosuolo. Benché sia una risorsa immensa dal punto di vista archeologico, deve essere considerata anche una risorsa per la realizzazione di infrastrutture che possono essere costruite all’interno di cameroni raggiungibili attraverso le consolari (per alcune di esse con l’interramento mediante gallerie per sole auto, all’interno di sezioni con altezza limitata che terminano in parcheggi).

 

 

Le piste ciclabili

Una volta che saranno risolti tutti i gravosi problemi di mobilità e di inquinamento finora evidenziati, ci si potrà dedicare a trascorrere del tempo in movimento, per esempio in bicicletta. Certo è che le piste ciclabili non possono essere la soluzione ai problemi evidenziati.
Il cittadino medio non è disposto a rinunciare alla propria comodità e all’agio offerto dal veicolo personale: per età, abitudini, obblighi lavorativi di abbigliamento, è impensabile per alcuni lavoratori passare alla bici come mezzo per recarsi al lavoro.

 

 

In conclusione

In attesa che a livello nazionale si capisca che l’alta velocità deve arrivare a Palermo se vogliamo un “Sud” a livello europeo, che il ponte di Messina in pochi mesi può aprire i cantieri, che senza le infrastrutture di supporto alle attività industriali, al terziario, al turismo, un Paese non cresce, Roma Capitale può attuare riforme e realizzare progetti come spesso in passato è stato fatto da menti illuminate, creando quella che conosciamo oggi: una città unica al mondo!

 

Seguendo i precetti della Dottrina Sociale della Chiesa e le Encicliche di Papa Francesco, è possibile donare a Roma un nuova occasione di rinascita.
Grazie all’art. 118 c2 della Costituzione Italiana e a una adeguata capacità progettuale di cui l’Italia è leader nel mondo, Roma Capitale potrebbe altresì attingere ai fondi del Next Generation EU per risolvere i problemi che l’attanagliano.

 

 


*Fonte dati: PUMS 2019, pubblicato da Roma Capitale

**Fonte: indice INRIX 2018

L’Europa punta ad essere il primo Continente a impatto zero entro il 2050. È un obiettivo sfidante ma anche entusiasmante perché l’UE farebbe da traino agli altri Continenti, ponendosi come leader mondiale nella ricerca di alleanze internazionali per definire le norme che dovranno assicurare la crescita sostenibile.

 

La legge sul Clima diverrà pertanto un obiettivo giuridicamente vincolante per l’azzeramento delle emissioni e gli stati membri saranno obbligati a rispettare e realizzare quanto previsto dal Piano.
La legge ha tracciato la rotta per arrivare alla neutralità climatica entro il 2050 fissando nel piano per il clima un target intermedio di riduzione delle emissioni al 55% entro il 2030.

 

Anche i capi di Stato, di Governo e i Ministri dell’ambiente hanno dato il loro parere favorevole.
La Commissione dovrà ora rivedere entro l’estate 2021 tutta la legislazione sul clima e sull’energia al fine di renderla adatta al primo obiettivo fissato entro il 2030.
Saranno riviste le direttive sull’energie rinnovabili, sull’efficienza energetica e sulle performance energetiche degli edifici.

Saranno sottoposti a revisione i regolamenti sulle emissioni di gas ad effetto serra, sull’uso del suolo, sarà rivista la direttiva sul sistema dei trasporti intelligenti, sugli standard di emissione di CO2 e tanto altro ancora.

 

Riguardo ai trasporti, si prevede una trasformazione fondamentale: la Commissione nel suo piano prevede una mobilità verde, intelligente e a prezzi accessibili.
Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo, ha dichiarato che “per raggiungere i nostri obiettivi climatici, le emissioni del settore dei trasporti devono registrare una chiara tendenza al ribasso. La strategia odierna cambierà il modo con cui le persone e le merci circolano in tutta Europa e renderà facile combinare diversi modi di trasporto in un unico viaggio. Abbiamo fissato obiettivi ambiziosi per l’intero sistema dei trasporti per garantire una ripresa sostenibile, intelligente e resiliente dalla crisi della COVID-19”.

 

 

La Commissaria per i Trasporti, Adina Vălean, ha dichiarato che “le tecnologie digitali hanno il potenziale per rivoluzionare il nostro modo di muoverci, rendendo la nostra mobilità più intelligente, efficiente e anche più verde. Dobbiamo offrire alle imprese un quadro stabile per gli investimenti verdi che dovranno effettuare nei prossimi decenni. Attraverso l’attuazione di questa strategia, creeremo un sistema dei trasporti più efficiente e resiliente,
saldamente rivolto a ridurre le emissioni in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo”.

 

 

Quali dovranno essere le tappe per raggiungere gli obiettivi di cui sopra?

Entro il 2030:
– Almeno 30 milioni di automobili che circoleranno sulle strade europee dovranno essere a emissioni zero
– almeno 100 città europee saranno a impatto climatico zero
– il traffico ferroviario ad alta velocità dovrà raddoppiare in tutta Europa
– la mobilità automatizzata dovrà essere diffusa su larga scala dovranno essere approntate per il mercato navi a zero emissioni

 

Entro il 2035:
– dovranno essere disponibili aeromobili di grandi dimensioni a zero emissioni

 

Entro il 2050:
– quasi tutte le automobili, i furgoni, gli autobus e i veicoli pesanti nuovi saranno a zero emissioni
– il traffico merci su rotaia raddoppierà
– una rete transeuropea di trasporto multimodale (TEN-T) sarà pienamente operativa
– per trasporti sostenibili e intelligenti con connettività ad alta velocità.

 

 

La Commissione Europea sottolinea anche che in questa evoluzione non si deve lasciare indietro alcun Paese, Regione o Area rurale: è indispensabile che la mobilità sia disponibile e accessibile a tutti.
Per traguardare gli obiettivi di cui sopra occorrono necessariamente risposte concrete e immediate di ciascun Paese membro dell’UE.

 

Il recovery Fund assegnato al nostro Paese per il rilancio dell’economia da mesi schiacciata dalla pandemia, consentirà di destinare risorse economiche importanti anche nel settore delle Infrastrutture e dei Trasporti.

 

 

IL MIT ha posto in evidenza diverse priorità, tra queste si segnalano:

– porti green e logistica sostenibile, per migliorare l’accessibilità portuale, riconvertire la flotta navale in chiave ambientale, rinnovare il parco dei mezzi su gomma adibiti all’autotrasporto, rinnovare locomotori e i carri merci, completare la digitalizzazione nell’ambito del sistema logistico;
– opere ferroviarie per la mobilità dei cittadini e la connessione veloce del Paese, per migliorare l’accessibilità della
popolazione che dovrà avere a meno di 1 ora un collegamento con l’alta velocità (il target è l’ottanta per cento della popolazione al termine del programma a meno di un’ora da una stazione alta velocità);
– modernizzazione dei collegamenti stradali e autostradali, con l’aumento della sicurezza, dell’efficienza delle connessioni, la transizione digitale e le smart road;
– innovazione digitale nei trasporti, favorendo alcuni progetti sperimentali specifici come il Brenner “Digital Green Corridor”, la piattaforma nazionale per i servizi digitali con sperimentazioni pilota di tecnologie per la cooperazione tra veicoli infrastrutture in realtà urbane individuate, il TPL 4.0 verde e sicuro, il living Lab sperimentale nella città di Milano per le tecnologie innovative per il TPL.

 

 

Articolo a cura di Vito Coviello, socio AIDR e Responsabile Osservatorio Tecnologie Digitali nel settore dei trasporti e della logistica

Esattamente cinque anni fa, con la conclusione di una sudata COP21, credevamo di assistere al trionfo dell’ambientalismo: 175 Stati (ora 195) firmavano un accordo passato alla storia come Accordi di Parigi.
Esso impegnava le nazioni firmatarie, tra cui USA (ora usciti ma in procinto di rientrare), Cina, India, Paesi Europei e tante altre, a ridurre gradualmente le proprie emissioni di gas serra attraverso la transizione ecologica.
Questo per scongiurare un riscaldamento globale oltre i 2°C, un possibile scenario futuro definito “pericoloso e instabile” dalla maggioranza della comunità scientifica, dai servizi di sicurezza nazionali e (tra gli altri) anche buona parte dei fondi assicurativi. [1]

 

 

Basti considerare che il riscaldamento attuale è di 1,1°C dall’inizio dell’età industriale, e già si notano crescenti conseguenze sulla sicurezza e sulla vita delle persone: ad esempio è stimato che nella sola Europa negli ultimi 10 anni più di 700mila persone siano state costrette a migrare per via di eventi meteorologici estremi ed anomali; del resto, il nostro continente è una delle zone più vulnerabili agli effetti della crisi climatica. [2]

Il tasto dolente è che, a dispetto della serietà dell’emergenza climatica, risulta che solo Marocco e Gambia abbiano finora rispettato gli impegni presi. [3]

Per quanto gli Accordi di Parigi siano spesso celebrati come punto saldo dell’azione globale contro la crisi climatica, i rilevamenti ci mostrano come da quella data le emissioni antropiche di gas serra non abbiano purtroppo smesso di aumentare [4].
Uno dei motivi sembra essere che, essendo gli Accordi NON vincolanti, gli Stati abbiano deciso semplicemente di NON rispettarli, di fatto continuando a stanziare migliaia di miliardi in euro, a livello globale, per i sussidi alle fonti fossili: parecchie volte più che, ad esempio, nel settore medico-sanitario (situazione chiaramente rappresentata dal grafico seguente, realizzato dal professor Francesco Gonella dell’Università Ca’Foscari di Venezia):

 

In questo contesto s’inserisce bene una celebre frase di Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, rivolta anni fa ai Capi di Stato: “Con i sussidi alle fonti fossili usiamo i soldi della gente per finanziare gli uragani”.

Sfatato quindi il mito de “gli Accordi di Parigi hanno risolto il problema”, viene spontanea una domanda: oltre alle piccole azioni quotidiane, come può ognuno di noi agire per spingere le istituzioni a rispettare gli impegni presi? Del resto, ne va del futuro delle nostre comunità e della stessa Città di Mogliano.

 


Fonti:
[1] https://www.rinnovabili.it/ambiente/clima-polizze-assicurative/ https://www.italiachecambia.org/2020/02/clima-sicurezza-cosa-dicono-militari/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/11/06/clima-lallarme-degli-11mila-scien
[2] https://it.euronews.com/2020/02/27/migranti-climatici-sono-gia-tra-noi-e-sono-europei
https://environmentalmigration.iom.int/europe-and-africa
[3] https://climateactiontracker.org/
[4] https://climate.nasa.gov/vital-signs/carbon-dioxide/

La campagna di adesioni per promuovere il parco della biodiversità nelle ex Cave di Marocco, lanciata dal Comitato a difesa di quest’area preziosa ai margini del Comune di Mogliano, sta continuando con successo, malgrado le difficoltà frappostesi a causa delle limitazioni imposte come prevenzione alla pandemia.

 

Di seguito alcune righe per dare conto alla cittadinanza moglianese dello stato dell’arte.

 

La petizione ha raggiunto e superato, in data 19 novembre, le 4000 firme a sostegno del progetto per la creazione di un Parco della Biodiversità alle cave senili di Marocco (3326 online e 723 manuali). La raccolta continua.

 

Si sta avvicinando l’appuntamento col primo Piano degli Interventi che il Comune di Mogliano Veneto si è impegnato a presentare entro i prossimi mesi e che il Comitato chiede preveda già la perimetrazione dell’area da salvaguardare e un impegno di spesa per effettuare lo Studio Ambientale e iniziare ad attrezzare l’area di proprietà comunale (ex Marchesi) che dovrebbe costituire l’ingresso nord al Parco/Biotipo.

 

Purtroppo il Covid-19 si è messo di traverso al piano di raccolta firme manuali, causando l’annullamento degli appositi banchetti previsti in alcuni luoghi della Città.

 

Il Comitato chiede pertanto a tutti coloro che condividono l’obiettivo, di firmare la petizione online sul sito.

 

Verranno inoltre distribuite delle foto cartoline delle cave nei negozi della Città per dare sei diverse immagini dell’ambiente da proteggere, scattate da un fotografo naturalista.

L’iniziativa di piantumazione ha unito giovani ambientalisti, ecoribelli, associazioni e un’azienda agricola

 

Come preannunciato qualche giorno fa in un nostro articolo, i gruppi FridaysForFuture ed Extinction Rebellion di Mogliano – composto da giovani e adulti – ha piantumato una ventina di alberi in una zona offerta dall’azienda agricola bio&locale La Zucca Vuota (in fondo a Via Cortellazzo).

 

Le piante sono arbusti e alberi nostrani (querce, biancospini, salici ecc) e sono state procurate dall’APIO (associazione cittadina che lotta contro i tumori).

 

 

“Neanche sapevamo che oggi fosse la giornata nazionale degli alberi! – dice Cesare, membro del gruppo ecoribelle e lavoratore della Zucca Vuota – infatti più che onorare la ricorrenza, il nostro obiettivo era dare un buon esempio a pubblici e privati, dimostrando che un’iniziativa come questa è semplice da organizzare e molto utile e soddisfacente. È un simbolo di vita.”

 

“Di certo con venti piante non salveremo il pianeta dal collasso climatico, né possiamo illuderci di essere più green o sostenibili per così poco. Ma tra una presentazione del nostro movimento e un’azione di sensibilizzazione, ogni tanto ci sta fare anche queste iniziative simboliche, in attesa che le istituzioni si rendano conto della crisi climatica ed ecologica che ci minaccia, inizino ad informare adeguatamente i cittadini, e agiscano sul serio per impedire il peggio ” dichiara Luigi, 23 anni.

 

Il gruppo ecologista aggiunge inoltre che chi a Mogliano o dintorni volesse seguire il loro esempio ma avesse bisogno di aiuto o consigli, può contattarli su Facebook (@FFF & XR Mogliano), Instagram (@fffxrmogliano) o via mail ([email protected]).

Cimadolmo (TV) è uno degli 8 migliori Comuni italiani per efficienza e sostenibilità energetica. Insieme al Comune trevigiano, premiati anche Milano, Saluzzo, Prato, Chieri, Montoro, Maglianico e Collecchio.

La cittadina di tremila abitanti riceve più fondi rispetto a una metropoli come Milano

 

Sensibilizzare i Comuni all’uso delle fonti rinnovabili per lo sviluppo di progetti di efficientamento energetico, partendo dalla riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente. Con questo obiettivo, Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e GSE (Gestore dei Servizi Energetici) hanno indetto la prima edizione del “Premio Comuni Sostenibili GSE”, in cui Cimadolmo è risultato uno degli otto Comuni assegnatari d’Italia.

 

Il Premio – così come il suo conferimento e il video sugli interventi realizzati nel comune di Cimadolmo – è stato presentato per la prima volta a tutta Italia in occasione dell’Assemblea annuale Anci tenutasi quest’anno, causa emergenza sanitaria, in modalità esclusivamente virtuale, nella giornata di ieri. Un’esperienza tutta nuova, quindi, che non ha tuttavia impedito a sindaci, istituzioni e addetti ai lavori di confrontarsi come di consueto sulle tematiche che interessano la vita amministrativa.

 

Siamo grati al GSE per il conferimento di questo prestigioso premio, ma ancor di più per tutto quello che fa nel territorio e per il prezioso aiuto che ci sta dando nel coronare i nostri sogni – ha commentato il sindaco di Cimadolmo, Giovanni Ministeri, in videoconferenza. – Oggi sono felice perché sono tante le persone che ci chiedono come siamo arrivati a questo risultato e inoltre i Cittadini stessi cominciano ad acquisire maggiore fiducia in merito alle tematiche legate alla Sostenibilità.”

Tutto questo attivando un circolo virtuoso sul territorio, in grado di contribuire alla creazione di reddito e alla riduzione della bolletta energetica e della spesa a carico dell’ente istituzionale” prosegue il primo Cittadino.

“Stiamo inoltre lavorando con l’intera comunità cercando di indirizzarla su questa strada, portando i nostri Cittadini in direzione del risparmio energetico, preparandoli ad un futuro incentrato su altri programmi ancora in materia di Sostenibilità”.

E conclude: “A volte si sogna, poi chiaramente bisogna valutare la fattibilità, ma davvero sognando a volte si riescono a raggiungere gli obiettivi. Noi, per questo, ci riteniamo dei grandi sognatori. La mia squadra è composta da ragazzi giovani, la maggior parte tra i 25 e i 35 anni, tutti con una gran voglia di lavorare per questo paese e di migliorarlo.

Pensare che un Comune come il nostro di soli tremila abitanti abbia ricevuto un sostegno economico maggiore di una grande metropoli come Milano, deve essere motivo di orgoglio per la nostra Amministrazione e un grande stimolo a proseguire su questa strada”.

 

Grazie ai fondi messi a disposizione dal GSE, tra gli interventi promossi dall’Amministrazione Comunale cimadolmese rientrano:

• la riqualificazione energetica e l’adeguamento antincendio della scuola primaria
• l’efficientamento energetico di un vecchio stabile inutilizzato
• la riqualificazione energetica della sede municipale e del Comando di Polizia
• l’adeguamento sismico e l’efficientamento energetico della sede della Protezione Civile (in foto)
• l’efficientamento energetico e l’aggiunta di fonti rinnovabili degli spogliatoi degli impianti sportivi
• il miglioramento sismico ed energetico di una ex scuola chiusa e della palestra comunale
• la riqualificazione energetica degli impianti di pubblica illuminazione.

 

Commenta così il raggiungimento di questo brillante traguardo Rossano Cadamuro, consigliere comunale con delega ai Lavori pubblici: “La Pubblica Amministrazione è chiamata a svolgere un ruolo esemplare in materia di sostenibilità ambientale, in particolare per quanto riguarda le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica. Noi ci auguriamo che il singolo Cittadino e le imprese possano replicare queste azioni virtuose rispettivamente in ambito domestico e aziendale”.

 

Gilberto Fantuzzi, geometra comunale, ha fatto inoltre intendere che i numerosi interventi qualificanti attuati nel territorio consentiranno di ottenere considerevoli risparmi dei costi di gestione e di manutenzione per i prossimi dieci anni almeno.

 

La riqualificazione energetica sembra quindi essere il fiore all’occhiello dell’Amministrazione cimadolmese, già premiata nel marzo 2019 quale migliore Best Practice italiana nell’utilizzo delle risorse per il risparmio energetico. Poco più di un anno fa, Cimadolmo riceveva infatti un primo prestigioso riconoscimento nazionale in tema di sostenibilità.

Se allora i riflettori erano puntati sull’Innovation Hub sito in via Roma (in foto principale), un edificio ad emissioni quasi pari allo zero, oggi – alla luce degli obiettivi raggiunti – i riflettori sono puntati sull’intero territorio comunale.

95 ettari di barene della laguna saranno preservati grazie a “Life Vimine”, progetto di recupero sostenibile che coinvolge le comunità locali

 

Sono 95 gli ettari di barene della laguna nord, tra la palude dei Laghi e le isole di Burano, Mazzorbo e Torcello, che sono state protette dall’erosione, in particolare quella causata dal moto ondoso, grazie a Life Vimine. I soggetti aderenti al progetto, co-finanziato dal programma Life+Nature 2012 della Commissione Europea, tra cui Acque Risorgive, dopo i positivi risultati della fase sperimentale, hanno deciso di dare seguito a questa attività che, in modo integrato e sostenibile, consente di proteggere uno degli ambienti di maggior valore del territorio veneto. Per questo il Consiglio di amministrazione del Consorzio di bonifica, presieduto da Francesco Cazzaro, ha dato mandato al direttore Carlo Bendoricchio di sottoscrivere il protocollo di intesa finalizzato a estendere gli interventi protettivi alle altre barene e paludi più interne della laguna per preservarle dall’erosione.

 

 

“La sperimentazione – spiega Bendoricchio – ha confermato che si tratta di un metodo di intervento rispettoso delle valenze ecologiche e paesaggistiche di questi fragili ambienti e sostenibile dal punto di vista sociale ed economico”.

 

Per proteggere i quasi cento ettari di barene sono state utilizzate nei quattro anni di sperimentazione, 4 mila fascine prodotte con legno locale, infissi 11 mila pali in laguna, rimossi 60 metri cubi di rifiuti. Non solo, Life Vimine, attraverso piccoli interventi di ingegneria naturalistica a basso impatto ambientale con l’utilizzo di materiale biodegradabile (principalmente legno e fascine di rami) ha permesso di valorizzare la filiera corta del legno per la maggior parte proveniente dall’attività di gestione forestale (potature e scarti di verde) eseguita dal Consorzio di bonifica nella terraferma.

 

 

Altro punto di forza di Life Vimine, che ha spinto i soggetti attuatori (oltre al Consorzio, il Provveditorato interregionale alle Opere pubbliche per il Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, la Regione Veneto – Direzione progetti speciali per Venezia, il Comune di Venezia e l’Università degli studi di Padova – Dipartimento di ingegneria industriale) a continuare l’attività con la sottoscrizione di una convenzione della durata di ulteriori 5 anni, è il coinvolgimento delle comunità locali che si è tradotto anche nella creazione di nuovi posti di lavoro stabili, utilizzando proprio manodopera locale qualificata, costituita ad esempio da abitanti e pescatori del territorio lagunare. Inoltre, un ambiente lagunare ben conservato contribuisce a sostenere ed incrementare i posti di lavoro legati alle attività come il pescaturismo, l’ecoturismo e più in generale del turismo sostenibile.

 

 

A supporto del progetto si è svolta anche un’intensa attività di comunicazione che ha coinvolto circa 27 mila studenti, cittadini, associazioni e diportisti, con la promozione di buone pratiche a partire dalla riduzione della velocità in barca e alla segnalazione delle criticità riscontrate nelle barene come l’abbandono di rifiuti.

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