Direi ai miei pronipoti di comprare un posto su Marte. Perché tra cento anni o giù di lì, quando io sarò morto e così i figli dei miei figli, ma saranno vivi i figli dei loro figli, potrebbe qualcuno di loro decidere finalmente di cambiare pianeta. Di unirsi ai migranti, agli esploratori e ai neo colonizzatori per stare su Marte.
E farebbero bene! Visto che il nostro mondo è ormai un palcoscenico tramontato, popolato da affaristi e idioti, una terra di arrabbiati e violenti pronti a truffarsi a vicenda, prosciugati da un’aridità emotiva e da un’indifferenza inerziale. Neppure la bellezza sconvolgente della nostra Terra ci impedisce di farci del male. Invidiosi e ingrati, paranoici e ossessivi, siamo tutti abilissimi nel non goderci la vita, ma costantemente desiderosi di distruggerci.
Meglio Marte, allora. Meglio un deserto rosso, ostile e gelato, dove comunque può rinascere la speranza di un mondo nuovo.
Questa tendenza autodistruttiva e sterile dell’essere umano non si manifesta solo nelle grandi geopolitiche, ma scava gallerie profonde e buie nella quotidianità minima delle nostre esistenze private.
Ho incontrato recentemente una donna non più giovane, una figura svuotata, priva di vitalità e di volontà. Camminava come un fantasma nel presente. Tutto era avvenuto vent’anni fa, quando si era accorta di essere stata tradita dal marito. L’uomo era stato infedele, e questo lei non poteva dimenticarlo, né perdonarlo. Da due decenni nutriva solo astio, rancore e una sorda voglia di isolarsi dal mondo. Neppure l’affetto dei figli e dei nipoti riusciva a distrarla da quel grande, monumentale dolore in cui si era accomodata. Non funzionavano le attenzioni tardive del marito, né la comprensione sincera degli amici, e tanto meno i farmaci del dottore.
Mentre mi parlava, ripetendo in modo ossessivo e ritmico la parola «infedele», le ho fatto notare un dettaglio: la parola stessa, infedele, ha a che fare con la fede. Richiama qualcosa di trascendente, di metafisico, di assoluto. Qualcosa, insomma, che è completamente fuori dalla realtà materiale e imperfetta degli esseri umani.
In quel momento mi è venuta in mente una splendida canzone di Jacques Brel dal titolo “Les Vieux Amants” (“La canzone dei vecchi amanti”), adottata in italiano anche da Franco Battiato. Il testo originale racconta, con una lucidità commovente, l’amore vero di una coppia di anziani. Ricorda i loro amori passati, i desideri, le passioni incendiarie che spesso li hanno allontanati. Parla di incomprensioni storiche, di tradimenti che col senno di poi non erano necessari, ma che non avevano cambiato il loro modo di amarsi.
È una canzone immensa, che va ascoltata rigorosamente cantata da Brel in francese, magari aiutandosi con il testo a fronte per coglierne le sfumature.
La signora non conosceva quel capolavoro. Mi ha confessato che la melodia a cui si era sempre ispirata nei suoi anni di solitudine era quella di Charles Aznavour, “E io tra di voi”. Un’opera altrettanto struggente, ma disperata, senza via d’uscita. Una canzone che fotografa un uomo che guarda la moglie parlare con uno sconosciuto, avvertendo tra loro un’intesa segreta di fronte alla quale lui si scopre impotente. Una sorta di voyeurismo sadomasochista: farsi del male da soli, cullarsi nella sofferenza godendo della propria frustrazione.
Ho guardato la signora e le ho detto che per guarire doveva semplicemente cambiare canzone. Smettere di ascoltare Aznavour e iniziare ad ascoltare Brel.
La relazione d’amore più bella non è quella geometrica, immacolata e ideale; è quella in cui i due amanti si raccontano la propria intimità senza veli, senza segreti. Dove possono persino parlare dei loro flirt, delle infatuazioni passate e recenti, sapendo che ciò che provano l’uno per l’altro va oltre tutte le piccolezze innecessarie del desiderio. L’amore per l’altro resta stabile, solido come una roccia, nonostante tutto. Questa è la ballata di chi si ama davvero e accetta di invecchiare insieme.
Ecco perché, se i miei pronipoti andranno davvero su Marte, vorrei che nello zaino portassero un vecchio grammofono. Vorrei immaginarlo lassù, mentre suona “La canzone dei vecchi amanti” tra le tempeste di sabbia, e due umanoidi, o forse due umani finalmente liberi dal peso delle proprie nevrosi, che danzano abbracciati.
Un modo per ricordare ai posteri, e alle stelle, che il vero amore è solo quello reale, fatto di ferite, perdoni e rinascite. Non certo quello ideale, che preferisce spegnersi nel rancore.
Mentre la Terra è un pianeta sempre più stanco e insofferente, sentiamo il bisogno di ricominciare. Ma solo se sapremo cambiare musica.
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