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Padova, riscoperta la Cappella di San Massimo nel Palazzo vescovile: affreschi inediti di Giovanni d’Alemagna

Cappella di San Massimo nel Palazzo vescovile

Dopo quasi sei secoli torna a nuova vita un piccolo gioiello nascosto nel cuore di Padova. È stata presentata oggi, martedì 29 settembre 2026, la Cappella di San Massimo, ritrovata all’interno del Palazzo vescovile e restituita al suo splendore dopo un lungo e accurato restauro, avviato tre anni fa con i primi confronti con la Soprintendenza.

PADOVA. Voluta dal vescovo Pietro Donato (1390-1447) nell’ambito del suo progetto di abbellimento dell’episcopio, la cappella è dedicata a san Massimo, secondo vescovo di Padova. I suoi affreschi, datati 1437, sono una scoperta di grande rilievo per la storia dell’arte: restituiscono infatti le uniche opere note di Giovanni d’Alemagna anteriori al 1440 e gettano nuova luce sulla pittura veneta nel delicato passaggio dal gotico internazionale al primo Rinascimento.

Un capolavoro ritrovato

Tra le novità più significative c’è il recupero, seppur parziale, del ciclo di affreschi che il medico e umanista padovano Michele Savonarola lodava già nel 1446 per la loro straordinaria bellezza. I documenti li attribuiscono a un certo “Giovanni da Ulma”, e il restauro ha permesso di confermare l’identità tra questo artista e Giovanni d’Alemagna, pittore tedesco allora residente a Venezia, futuro cognato e socio di Antonio Vivarini, con il quale pochi anni dopo avrebbe lavorato alla decorazione della celebre cappella Ovetari.

Poiché gli affreschi della cappella Ovetari sono andati perduti durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, quelli di San Massimo diventano una testimonianza unica e fondamentale del percorso del pittore, rivelandone una personalità artistica autonoma, ben lontana dal ruolo puramente decorativo che gli era stato a lungo attribuito.

«Se la figura di Giovanni d’Alemagna si presenta ancora oggi sfuggente e complessa – spiega Andrea Nante, direttore del Museo diocesano, nel saggio pubblicato su Arte Veneta 82/2025 – da questo ciclo è possibile iniziare a capire quale fosse la fisionomia artistica del pittore tedesco a metà degli anni Trenta, quali i suoi riferimenti e i suoi modelli e, conseguentemente, quale possa essere stato il suo ruolo e apporto nella bottega del Vivarini».

Ne emerge, prosegue Nante, «il profilo di un artista composito, ricettivo alle novità presenti a Padova e in laguna», tutt’altro che attardato e arcaizzante come la critica lo aveva considerato fino a pochi anni fa, quando del suo lavoro precedente al 1440 non si conosceva nulla.

La storia della cappella

La struttura risale al 1432, come ricorda l’iscrizione sull’architrave, che riporta dedica, data e committente: “MAXIMO SANTISSIMO PATAVIAE SECVNDO PRESVLI PETRVS / DONATVS EPISCOPVS PADVANVS FECIT MCCCCXXXII”.

La decorazione pittorica è di poco successiva. Il vescovo Donato, spesso lontano da Padova per i suoi incarichi diplomatici, firmò il contratto con Giovanni da Ulma il 25 febbraio 1437, per un compenso di 120 ducati, fissando l’inizio dei lavori al 4 aprile, subito dopo le festività pasquali.

L’ambiente si compone di due campate quadrate con volte a crociera, sostenute da eleganti peducci a motivo fogliato (quelli centrali recano lo stemma del vescovo), e si chiude a oriente con una piccola abside semicircolare. In origine il pavimento era in cotto e la luce entrava da due finestre sulla parete meridionale. Nei secoli, l’apertura di tre porte ad arco, di una finestra nell’abside e la demolizione di un tramezzo dipinto hanno profondamente alterato lo spazio, danneggiando in modo serio l’apparato decorativo. Il restauro ha cercato di riportare la cappella il più possibile vicino al suo aspetto originario.

Cosa raccontano gli affreschi

Le decorazioni superstiti, nella volta e nell’abside, narrano episodi della vita di Cristo nelle lunette e lungo le pareti, mentre le nervature delle arcate sono ornate da motivi floreali. Nell’arco che separa le due volte compaiono sette clipei con altrettanti profeti, alcuni riconoscibili grazie ai cartigli: Daniele, Abdia, Aggeo, Ezechiele e Sofonia.

Nella prima crociera, accompagnati da coppie di angeli, sono raffigurati i quattro padri della Chiesa: Gregorio Magno, Ambrogio, Girolamo e Agostino. Nella seconda erano probabilmente rappresentati i quattro evangelisti, anch’essi affiancati da angeli.

Nell’abside si trovano lo stemma del vescovo Donato, motivi floreali e figure monocrome delle Virtù, di cui oggi è riconoscibile solo la Fortezza. Tutto il giro absidale era decorato da un velario dipinto in raffinato broccato rosso con motivo a cardo, drappeggiato e appeso ad anelli. Nel catino dovevano comparire i santi Pietro e Paolo su fondo dorato e, al centro, Cristo circondato da quattro serafini, secondo l’antica iconografia della Traditio Legis.

Le pareti laterali erano organizzate su tre registri: in alto le lunette con le storie di Cristo, sotto le cosiddette “hystorie pizole” (con ogni probabilità episodi dell’Antico Testamento) e, in basso, una decorazione a specchiature quadrate a finto marmo.

Tra gotico e Rinascimento

Pur danneggiato, il ciclo è una preziosa testimonianza di un momento di transizione. «I fondali dorati e i rilucenti ornati metallici che ritroviamo nelle figure di tre padri della chiesa – Girolamo, Ambrogio e Agostino – e negli angeli con le loro ali fiammeggianti – osserva Nante – mostrano una cultura ancora ben permeabile al gotico internazionale. Ma nelle scene delle pareti traspaiono più nettamente umori di un Rinascimento embrionale».

I cieli si fanno atmosferici, i terreni rocciosi scandiscono i piani del paesaggio con una nuova spazialità, l’architettura dipinta abbandona le forme gotiche e i corpi acquistano volume e plasticità, anticipando le opere successive di Giovanni d’Alemagna e Antonio Vivarini. Anche le iscrizioni riflettono questo passaggio: la gotica rotunda convive con la capitale proto-umanistica della dedica.

Le parole del vescovo Cipolla

«Circa tre anni fa – racconta il vescovo di Padova Claudio Cipolla – mi sono lasciato persuadere ad avviare il progetto di recupero della cappella di San Massimo, motivato anche dal desiderio di dotare l’episcopio di un luogo di preghiera per la comunità dei presbiteri che abita con il vescovo». Un percorso che il vescovo descrive come «un’esperienza di continue scoperte quotidiane» e «una sorta di pellegrinaggio interiore nella storia e nella bellezza».

«La cappella di San Massimo – conclude – non è una mera reliquia del passato, né semplicemente un bene artistico da conservare con rispetto. Appartiene a quei luoghi nei quali la storia della Chiesa di Padova, la bellezza e la preghiera s’incontrano e si lasciano reciprocamente illuminare».

Come visitarla

La cappella tornerà a essere luogo di preghiera per il vescovo e per i sacerdoti che vivono con lui, come nelle intenzioni originarie di Pietro Donato. In via eccezionale, però, sarà aperta al pubblico, che potrà così accedere anche all’appartamento episcopale.

Weekend inaugurale: sabato 3 e domenica 4 ottobre 2026, visite guidate alle ore 10.15, 11.45, 15.15 e 16.30.

Ottobre e novembre 2026: tutte le domeniche, visita unica alle ore 16.30.

Biglietto: 20 euro, comprensivo dell’ingresso al Museo diocesano. Prenotazione obbligatoria su acquistobiglietti.kalata.it.

L’intero ricavato sarà destinato al progetto “Mi sta a cuore. Per Tiepolo e san Massimo”, che prevede il restauro di tre dipinti di Giambattista Tiepolo realizzati per la chiesa di San Massimo a Padova.

Chi ha reso possibile il recupero

Il progetto è nato dalla collaborazione tra il Museo diocesano, il cui direttore Andrea Nante aveva individuato gli spazi dell’antica cappella già nel 2007, il Servizio diocesano per l’arte sacra e i beni ecclesiastici, la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Padova, Treviso e Belluno e Passarella Restauri srl, con Giordano e Guglielmo Passarella e i restauratori Fabio Dupré e Stefania Scabia.

Il restauro è stato finanziato con i fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica. Un ringraziamento particolare va alle realtà che hanno offerto in tutto o in parte il proprio lavoro: Antica Fornace Carraro (Piove di Sacco), Borin comm. Dino & Figlio Arte del Restauro (Arquà Petrarca), Cacco Serramenti (Padova), il fotografo Mauro Magliani (Padova), Studio associato 7 11 progetti (Piove di Sacco) ed Exenia Illuminazione (Calenzano, FI).

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